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Archivio Giugno 30, 2008

ACTING OUT

Ero in macchina a Milano, verso le sette di ieri sera. Una roba tecktonik sul cd. Mi piaceva, la tenevo un po’ altina. Un tale mi si affianca a un semaforo, facendo rombare il motore. Intravedo con la coda dell’occhio destro che fa dei cenni, cerca di attirare la mia attenzione. Io non mi volto -le donne mi capiranno-. Ma lui insiste, si sporge verso di me. Abbasso la musica, lo guardo. E’ un tipo sui trentacinque-quaranta, con la faccia inferocita. “Deve abbassare quella musica. Lo sa che sta commettendo un’infrazione?”. “Grazie per avermelo fatto notare” gli rispondo gentilmente. Lui fa un balzello in avanti, la mia cortesia eleva il livello della sua rabbia. “Tu lo sai con quella musica alta non senti le sirene? Lo sai?”. Scatta il verde, per fortuna. Non credo che sarei stata ugualmente cortese, adesso. A mio rischio.

Più tardi, verso le 11, dopo uno spettacolare nubifragio, porto il mio vecchio cane a pascolare nel parco. C’è una ragazza, poco più di una bambina, con un grosso e nerboruto meticcio, magnifico, il pelo lustro, i denti bianchissimi. Stazionano intorno a una macchina con altri quattro ragazzi dentro. Il suo cane è senza guinzaglio. Lei gli corre dietro, cerca di acchiapparlo. Ci riesce all’ultimo. Chiunque si intenda un poco di psicologia canina sa che se metti il guinzaglio a un cane già all’erta, quello attacca di sicuro. E sa che quando due cani al guinzaglio stanno regolando aggressivamente i loro conti, a volte è meglio mollarli, per contenere la furia. Per farla breve, io mollo il mio povero vecchietto, mentre il giovane cane legato diventa una furia. Allora riprendo il mio, e cerco di trascinarlo lontano. La bambina ha la bava alla bocca: “Che cazzo fai? Perchè non l’hai tenuto?”. Vi risparmio il dialogo successivo: credetemi sulla parola, la piccola ha dato i numeri. I ragazzotti suoi amici si mostravano pronti a intervenire.

Forse non era esattamente la mia giornata, ma  di sicuro c’è molta aggressività in giro, soprattutto quando se ci sono automobili di mezzo. Lo verifico personalmente ogni giorno, capiterà di sicuro anche a voi. I delitti si possono censire, misurare l’aggressività è molto difficile. Si può dire che l’aggressività sempre più spesso viene agita. Violenti acting out, che la dicono lunga su come stiamo. Si possono fare delle ipotesi sul perchè. Più difficile capire come se ne esce. C’è poco da fare Expo, se stiamo così.

Archivio Giugno 28, 2008

SCRIVE VANESSA

“…di che ti stupisci: non volevamo la parità dei sessi, noi donne??? eccoci accontentate, più di così… si MUORE…”, scrive l’amica Vanessa a proposito di Marisa Bellisario che “è morto”.

Carina la boutade, ma una cosa seria va detta: che essere davvero pari non vuol dire poter stare al mondo, anche le donne, da uomini, ma avere pari opportunità di esistere liberamente, ognuna e ognuno secondo il sesso a cui appartiene. Non dover più diventare uomini, per essere libere, detto alla buona e in sintesi. Ma ci ho messo un libro intero per spiegare ciò che intendo.

Buon sabato a tutte e tutti. Sembra un po’ meno caldo, se Dio vuole.

Archivio Giugno 28, 2008

PROBLEMATICI NIDI

Continuo a ricevere una tale quantità di posta sugli asili-nido da non poter fare a meno di ritornarci. Mamme –tantissime- che si identificano con il mio pensiero politicamente scorretto: che i nidi non sono necessariamente il meglio per i bambini, e neanche per loro stesse, le quali infatti si sono arrabattate per trovare altre soluzioni. Più esiguo il gruppo di madri e soprattutto di educatrici, punte nel vivo, che ha argomentatamente difeso il nido.
Per arrivare a una sintesi: meglio un buon nido, e di nidi eccellenti senz’altro ce ne sono molti, che una nonna svogliata o una madre sola e depressa. Nessun dubbio. Ma è altrettanto certo che essere  separato dalla mamma a 6 mesi, 8 mesi o un anno non è esattamente una fortuna per un bambino. Che a quell’età l’esperienza non può essere ritenuta “formativa”. In quella fase della vita capitano cono cose molto più importanti della formazione. Negli 0-3, il momento dell’imprinting, più mamma c’è e meglio è. E più la mamma è felice di esserci, a sua volta accudita dal “grembo” costituito da un buon compagno, da una famiglia e da una comunità accoglienti per il nuovo nato, meglio sarà.
Mi perdonino tutte le bravissime educatrici, ma dire che la situazione ideale è questa, e che la soluzione preferibile deve avvicinarsi a questa idealità non può costituire un’eresia che le offende.
Ancora poche righe per dire qualche altra cosa: anzitutto che l’interesse del bambino è sempre prioritario rispetto a quello della mamma, del papà, dei datori di lavoro, degli educatori e così via. E’ da quello che serve a lui che si deve cominciare a ragionare. Le mamme vanno in ogni modo supportate nello svolgimento di quel preziosissimo lavoro –il più prezioso di tutti- che è crescere un nuovo essere umano; ma supportarle non significa necessariamente sostituirle, e poi pare che le giovani mamme di oggi non vogliano affatto essere sostituite. Sulla base di questa nuova sensibilità e di questi nuovi bisogni forse si può provare a inventare qualcosa di diverso dalla formula rigida e universale del nido, buona per il fordismo e oggi forse superata.
Visto il grandissimo interesse da settembre torneremo comunque in argomento con una serie di inchieste.
(pubblicato sui “Io donna”- “Corriere della Sera” il 28 giugno 08)

Archivio Giugno 27, 2008

MARISA E’ MORTO

Non per essere ossessiva -e non scomodatevi nemmeno a rispondermi, per carità: prendete semplicemente atto-: ma stamattina, dopo aver letto i giornali, dopo aver ammirato le fotografie delle belle raccomandate per questa o quella fiction (“… preside’, famme lavorà”), dopo aver appreso che in seguito al rimpasto in Regione Lombardia, terra dove le donne da sempre contano molto, la giunta è ritornata a essere un club for men only, come ai bei vecchi tempi… dopo tutto questo leggo anche che sono stati assegnati alla tale e alla talaltra i premi “Marisa Bellisario”, definita amministratore di Italtel, e di conseguenza “morto vent’anni fa”.

Amministratrice, si dirà, sa di condominio, e amministratora fa effetto. Che Marisa sia morto, invece, sarà una cosa normale.

Dice il mio amico Marco: mica parlerai solo di donne, sul tuo blog. No. Io non vorrei. Ma accidenti, come si fa… Buona giornata a tutte e a tutti.

Archivio Giugno 26, 2008

DARE UNA MANO AGLI UOMINI

Buongiorno a tutti! Sugli uomini: Cristiana si domanda “quando inizierà il noi due?”.  E un’altra -o altro- che non trovo più, cito a memoria, si chiede se le donne non possano dare una mano agli uomini, visto come sono messi.

In generale credo che si possa dare una mano a qualcuno solo quando lui stesso: ha riconosciuto di avere un problema; intende capirne la natura; è determinato a risolverlo. Tre condizioni irrinunciabili, che mi pare non si verifichino così facilmente nel caso di quella che grossolanamente definiamo la “crisi maschile”. Diciamo che al momento siamo fermi al primo stadio: ho un problema. Da cui consegue tutta la rabbia e tutto il dolore che vediamo e patiamo, donne e uomini insieme, anche se ciascuno per conto suo. Alla seconda domanda -che problema ho?- spesso gli uomini rispondono: il problema sei tu. Tu con la tua libertà, la tua autonomia -non posso dominarti più- e il fatto che mostri di non avere più bisogno di me, e vuoi tagliarmi fuori dalla tua vita -non sai più essermi madre-. Siamo incistati e incistate qui, mi pare.

Ma sempre sul dare una mano: anche nei rari casi in cui la domanda di aiuto viene espressa, io ci andrei molto piano. Il territorio maschile non può essere invaso. Non possono essere le donne a dire che cos’è un uomo, e che cosa diventa, privato di quello che è sempre stato il nucleo forte della sua identità, il dominio sulle donne. Le donne possono solo dire sempre meglio che cos’è una donna, praticare intensamente la propria differenza femminile. E’ solo così che la differenza maschile può delinearsi, prendendo il posto di quell’assoluto che l’uomo ha sempre ritenuto di essere.

P.S. Un pensierino sulla maturità: è sempre stata materia di brutti sogni ricorrenti, Andreina. Tocca qualcosa di molto profondo, a quanto pare. Anche se è vero: a cinquant’anni, uno si meriterebbe di fare incubi su qualcos’altro. E invece continuiamo a covare (in-cubare) quella terribile iniziazione, senza che ne nasca finalmente qualcosa di nuovo.

Archivio Giugno 25, 2008

Non è un paese per madri

Rproduco qui su richiesta di una gentile amica un articolo sul lavoro femminile, pubblicato qualche settimana fa su “Io donna”-“Corriere della Sera”. Chiedo scusa ai disinteressati. Domani un bilancio del dibattitino sugli uomini.

Guai a chi tocca il lavoro delle donne! E non per fare un piacere a loro. E’ il sistema Paese ad averne bisogno. Le donne sono così scolarizzate, efficienti, capaci… Ciò che fa ostacolo alla valorizzazione di questa risorsa fa ostacolo allo sviluppo tout court. Fa un certo effetto sentire illustri economisti maschi ed esponenti di Confindustria parlare di conciliazione, di asili nido, di quote. “Sono cose che dicevamo vent’anni fa…” commenta una pioniera, quasi amareggiata di avere avuto ragione. Ma se è vero, come valuta il professor Maurizio Ferrera, esperto di welfare e autore di “Il fattore D- Perché il lavoro delle donne farà crescere l’Italia”, che 100 donne occupate in più non solo non “rubano” spazio agli uomini ma creano un indotto (servizi, etc.) valutabile in +15 posti, facendo lievitare torta dell’occupazione e consumi; se è vero che +100 mila donne al lavoro equivalgono a un +0.28 del Pil, si capisce perché questione è ai primi posti nell’agenda degli imprenditori. Chi fa impresa non fa astratte questioni di genere: il problema, molto concreto, è il profitto.
“Priorità-Paese” per Confindustria, dove le donne (Emma Marcegaglia, Annamaria Artoni, Federica Guidi, per dirne alcune) non a caso tengono il pallino, il lavoro femminile non sembra invece fra le prime preoccupazioni della politica, saldamente in mano agli uomini. Uno dei primi provvedimenti, lo sconto fiscale sugli straordinari, non è certo ad hoc per le lavoratrici: il “lusso” degli straordinari è maschile, le donne li fanno a casa. E gratis. Non li possono, ma nemmeno li vogliono fare, disponibili anche a rinunciare a una fetta di stipendio pur di guadagnare tempo per la vita, l’amore, i figli. Fattore T: tutte le criticità, per le donne, hanno a che fare con il tempo.
Ma vediamo che cos’ha in mente il governo sulla questione. Mara Carfagna, ministra per le Pari Opportunità, è troppo presa a litigare con i gay e al momento non ha nulla da dire. Mariastella Gelmini, sua collega alla Pubblica Istruzione, intervenendo a un convegno sul Fattore D organizzato dal “Corriere della Sera”, spiega che “le leve sono due, quella fiscale e quella del merito: e la meritocrazia premia le donne. E poi servizi con orari flessibili, e una banca del tempo, da cui la donna possa “prelevare” ore se ne ha bisogno, per restituirle quand’è meno pressata”. Donne e famiglia nelle politiche governative fanno un tutt’uno. Il governo-ombra invece separa le questioni: “Pensiamo a misure transitorie di defiscalizzazione” dice Barbara Pollastrini, ministra uscente alle Pari Opportunità “non solo per le imprese che assumono donne, ma anche per le lavoratrici. E poi flessibilità negli orari lavorativi e dei servizi”.
Vent’anni che se ne parla, diceva la pioniera. E sempre a vuoto. Nel frattempo nel mondo del lavoro è successo di tutto. E buona parte del tutto ha a che fare con le donne, un’“invasione” che ha fatto irrompere la vita nel lavoro. Con le loro sofisticate strategie di sopravvivenza in una realtà a misura duramente maschile. Una rivoluzione che autorizza alcuni, come Sergio Bologna, studioso del lavoro da sempre, a parlare del “lavoro femminile come lavoro tout court” e non più “eccezione” alla regola di un lavoro maschile.
Le donne sanno più di tutti che cos’è il lavoro, quello per la produzione e quello per la riproduzione: se sono una risorsa è anche per questo preziosissimo doppio sapere. Sono loro le protagoniste del postfordismo e dei cambiamenti più tumultuosi. Ma il modo in cui sono costrette a lavorare resta quello degli uomini, una parità dolorosa e obbligatoria.
“La vera grande fatica” dice Gabriella Zanardo, imprenditrice intervenuta al convegno del “Corriere” “è adeguarsi a un modello che non è il nostro”. E’ anche per questo che il numero delle dirigenti resta basso. Lo conferma Anna Maria Artoni, presidente degli industriali dell’Emilia Romagna: “In Italia c’è un’incredibile crescita di imprese femminili: siamo tra i primi al mondo!”. Le donne salgono negli organigrammi aziendali per guadagnare una più agevole via di fuga: imprese autonome, percorsi lavorativi non standardizzati. Perché lì possono organizzarsi a modo loro. Il problema è trattenerle, più che sostenerle. Dice ancora Artoni: “Quello che serve non sono tutele. La chiave è il tempo, le chance sono lì: ormai anche nell’industria manifatturiera si possono flessibilizzare gli orari”. E perché non si fa? Perché il tabù resiste?
Quello che fa ostacolo alla valorizzazione della risorsa D è la detenzione dei corpi, è la rigidità degli orari, sono le perdite di tempo (Dio! Le riunioni!), l’organizzazione di tipo militare, le truppe sempre schierate, magari a non fare nulla. Anche tanti uomini non ne possono più. Siano benedetti asili e servizi, anche se il carico familiare può essere solo alleggerito, mai eliminato. Ma le vere soluzioni stanno altrove.
“Le donne mirano all’organizzazione del lavoro” dice Lia Cigarini della Libreria delle Donne di Milano. La Libreria ha posto il tema al centro della sua riflessione, e dedica al lavoro un inserto del periodico “Via Dogana”, in uscita in questi giorni. In questione è una ridefinizione del lavoro umano. E la chiave principale è una diversa concezione del  tempo. Ma c’è qualcuno che sia davvero disposto ad ascoltare il Fattore D, quando parla? Per dire, ad esempio, che il problema non è semplicemente dove piazzare i figli. Le giovani donne non sono più disposte a perdersi le prime parole e i primi passi dei loro bambini. “Perché invece di alleggerire il carico familiare delle madri non si pensa mai ad alleggerire quello lavorativo?” ci scrive una lettrice. “Perché invece di investire nei nidi non si prolunga il congedo parentale? Perché non si pensa al part-time e non si incentiva il telelavoro?”. Più che il carico familiare, il vincolo è l’incapacità organizzativa dei datori di lavoro.
In “Il doppio sì – Lavoro e maternità”, saggio in uscita sempre a cura del Gruppo lavoro della Libreria delle Donne di Milano, si spiega che il conflitto sessuale dall’ambito della coppia sembra spostarsi in quello lavorativo, tra il modo maschile e quello femminile di intendere il lavoro. Le donne del “doppio sì” non vogliono dover scegliere, il loro equilibrio sta nell’et-et, lavoro e maternità. Il libro parte dall’ascolto di quello che le donne hanno da dire, con particolare riguardo alla questione del tempo. E racconta tra l’altro esperienze di “part time di qualità”: donne che sono riuscite a garantire un’alta qualità del lavoro pur riducendo il proprio orario, puntando “più sul lavorare bene che sul potere e sul presidio fisico della postazione”.
La politica è disposta a tener conto di questi racconti, di queste esperienze, di queste invenzioni? Anche se, c’è da scommetterci, le cose che contano capiteranno nella vita reale, nelle pratiche concrete, non in quella politica. Tanto per cambiare.

MARINA TERRAGNI

Archivio Giugno 25, 2008

IL PROBLEMA DEGLI UOMINI

“Se c’è un tema che ritorna in tutti i miei libri è la questione dell’identità maschile. Di questi tempi il soggetto interessante non è più la donna ma il maschio. E il problema dell’uomo è la violenza. Anche le donne possono rivelarsi violente, ma la storia dimostra che all’origine di tutti i nostri mali non ci sono certo loro”: così lo scrittore inglese Martin Amis (“L’informazione”, eccetera), intervistato da Le Nouvel Observateur.

Il problema dell’uomo è la violenza. E capire, aggiungo io, che cosa ne è di un uomo se si estirpa quel nucleo doloroso. Questo è il pensiero che oggi i maschi hanno da pensare, e nei loro modi, che probabilmente non sono quelli -il parlarsi autocosciente- delle donne.

Direi anche questo, sugli uomini e le donne di oggi: che le donne hanno la forza, e talora anche l’arroganza, di desideri forti, precisi, trainanti, e gli uomini non più. Gli uomini girano a vuoto, tra rabbia e smarrimento, e questo li rende molto umani. In “American Beauty”, film magnifico e profetico, io mi sentivo dalla parte di lui.

Archivio Giugno 24, 2008

BENVENUTI!

Bene, grazie ai primi che mi hanno scritto, benvenute e benvenuti a tutti.

Come vedete il blog è essenziale e al momento non ricchissimo di percorsi, privo di illustrazioni, filmati e così via. Fatto in casa, e dunque un po’ di pazienza. Si arricchirà strada facendo, spero, anche se non vorrei affollarlo a scapito dei contenuti.

Un appuntamento che vorrei quotidiano, se possibile, come il caffè e la luce del mattino.

A presto e di nuovo grazie per la velocità del feedback.

Archivio Giugno 23, 2008

ANNULLARE LA MATURITA’ 2008

E’ all’esame del Tar la richiesta di Codacons e altre associazioni di non tenere conto dell’esito delle prove scritte agli esami di maturità 2008, dati i gravissimi errori che ne avrebbero compromesso lo svolgimento. L’idea sarebbe di basare la valutazione unicamente sulla prova orale.

Mi spingerei più in là: fino a richiedere la nullità dell’intero esame maturità 2008, orale compreso, per evidente inadeguatezza al compito del Ministero della Pubblica Istruzione -per quanto l’attuale ministro sia in carica solo da poco, ed abbia ereditato buona parte dei guai-. Tale incapacità di chi sarebbe chiamato a giudicare inficia infatti nel suo complesso la possibilità di esprimere un giudizio.

E poi rivedrei tutta quanta a questione: serve davvero questo rito di iniziazione, o non basterebbe piuttosto un rigoroso giudizio finale su tutte le materie, a cura dei professori interni, ed eventualmente un serio elaborato su un tema a scelta degli studenti? E’ il caso di tenere in vita questo costoso e imbarazzante carrozzone?

Archivio Giugno 21, 2008

Libere pance

Le 17 ragazzine incinte del liceo di Gloucester, Massachusetts, 16 anni e non di più, tengono le bocche cucite. Dicono solo che lo hanno scelto loro, che avevano bisogno di quel legame per sempre e che i bambini li vogliono crescere tutte insieme. Com’è che hanno deciso di combinare quello che poi hanno effettivamente combinato lo si può solo congetturare.
Da qualche tempo a Gloucester, cittadina a maggioranza bianca e cattolica, la vita non è facile né divertente. La pesca non tira più, soldi non ne girano, la crisi d’identità è forte, le famiglie vanno in pezzi. Dev’essere stato in uno di quei noiosi pomeriggi d’autunno, quando a studiare proprio non ce la fai. E allora ti vedi con le altre, ti metti l’eyeliner, guardi Mtv, fai la gara di tette e cerchi di escogitare qualcosa che ti porti fuori di lì. Uno di quegli acting out giovanili sempre a cavallo tra body art, sintomo psichico e rivolta politica: la coscienza è nel corpo. Una mossa a sorpresa, un’inaspettata giravolta nella fenomenologia dell’inquieto spirito femminile, che a noi madri e sorelle maggiori provoca la vertigine di un capovolgimento. Perché noi siamo quelle che nel controllo della capacità riproduttiva hanno visto una condizione di libertà, fino alla negazione, fino al capitale errore di vedere sterilità, emancipazione e libertà come un tutt’uno. E queste invece si sentono libere con la pancia.
Il comitato direttivo del liceo di Gloucester la sta mettendo sul piano della contraccezione e dell’educazione sessuale: probabilmente è sintonizzato su un altro film. Quanto a film, se un effetto “Juno” c’è stato è perché le ragazze erano pronte, hanno voluto vederci questo, la maternità come rivolta. Il tempo era quello giusto (kairòs). L’avanguardia della ribellione, appena fino a ieri, era quel sesso praticato con furia maschile, l’autosessismo delle femmine porche scioviniste raccontato da Ariel Levy, il veliname, gli esibizionismi lesbici e tutto il resto. L’ultima inaspettata puntata è questa: pance gravide.
Immagino l’eccitazione inguinale di quel pomeriggio, il patto di sangue, le telefonate, le chat. E le riunioni nei bagni della scuola, quelle che ci stanno, le altre che gli danno delle sconnesse, quelle che mollano a metà strada. Quei cinque o sei ragazzotti-provetta tirati dentro–le cronache insistono in particolare su un homeless di 24 anni-, verosimilmente inconsapevoli del piano, produttori di seme da eliminare perché le ragazze non credono che il legame possa essere con un uomo: solo un figlio è amore senza condizioni. Strilli di gioia (“Che dolce!”) al test positivo.
Amanda Ireland, 18 anni, stesso liceo, un bambino nato da poco, pioniera ammiratissima giù nell’atrio, ora sembra pensarla diversamente: “Ho cercato di spiegargli che non ti senti poi così amata quando alla fine sei sola con un bambino che alle tre di notte strilla per la fame”. E dice di avere capito che un figlio ha bisogno di un padre, che non smetterà mai di cercare l’altra metà della fotografia. E allora se davvero tu quel figlio lo ami come avevi programmato, ci starai come un cane. Ma forse qui ricomincia tutto daccapo, dall’apparente fai-da-te delle origini, ben prima che nascesse la Storia, da quelle pance che sembravano crescere da sole.
Le ragazzine probabilmente stanno zitte anche perché non saprebbero bene cosa dire, se non che “quel pomeriggio pioveva e siamo andate a casa di Vicky…”. Forse a noi, alle loro madri, è più chiaro quello che hanno fatto. Nella performance di Gloucester Paola Tavella (“Madri selvagge” etc.) vede “un gesto di disubbidienza procreativa, di disubbidienza della differenza sessuale. E’ dire “sono una donna”, e non un omologo del maschio; è fuoriuscire dal programma procreativo stabilito: niente bambini fino a chissà quando, oppure il triste incidente con ciò che ne consegue: aborto, figlio dato in adozione…”. Genitori disperati, anche. Penso alla figlia unica di una coppia molto impegnata, di quelle che non hanno mancato una sola riunione politica e che lasciavano la neonata a dormire nella macchina in sosta. Poi la ragazza resta incinta con regolare fidanzato a 23 anni, anche perché forse non vedeva l’ora di restituirsi attraverso un figlio suo tutto l’amore e la cura che non aveva avuto. E suo padre incazzato nero, furioso per questo scarto dal suo modo di vedere la vita, che lo mette brutalmente con le spalle al muro.
Un’altra che capisce Gloucester è Luciana Percovich (“La coscienza nel corpo” ecc.), femminista che ha vissuto in diretta il passaggio repentino e violento dalla gonna a pieghe al sesso libero e obbligatorio, e poi la lotta contro l’aborto clandestino e tutto il resto: “Lo leggo come un segnale in controtendenza” dice “rispetto a quello che sta capitando alle più. Le ginecologhe occidentali registrano un numero crescente di ragazzine che non ha mestruazioni, sintomo fisico e psichico di un’abdicazione estrema dal femminile”. Un’anoressia interiorizzata che non ha più neanche bisogno della magrezza. “Che 17 ragazzine del Massachusetts si siano organizzate intorno a un desiderio così inattuale mi sembra l’indizio di un risveglio, il principio di una speranza”.
La sua e nostra adorata Mary Daly, teologa dalla prosa fiammeggiante, grida da tempo che “la libertà riproduttiva delle donne è repressa ovunque”. Lo sappiamo bene. La maternità va pazientemente negoziata con una gran quantità di “nemici”, dal datore di lavoro ai genitori contrari al partner riottoso e mai pronto, sperando di riuscire a portare a casa qualcosa prima dei 40. I fronti di lotta sono questi, per chiunque abbia a cuore le donne, i loro figli e perciò il mondo. Vedere “Il doppio sì”, sì alla maternità e sì al lavoro, (Via Dogana edizioni, appena uscito) per sbigottire di fronte al fatto che oggi tante giovani donne vogliono bambini, e incredibilmente vogliono anche il tempo e lo spazio per svezzarli e crescerli e non si rassegnano più al reportage serale della nonna o dell’educatrice del nido. Altro che nidi aziendali: qui si mira al cuore dell’organizzazione del lavoro.
Le pazzoidi, le streghette, le scellerate di Gloucester –“quelle stupide puttane”, scrive uno online- stanno raccontando la stessa storia in modo estremo, oscuro e selvaggio. Che c’è libertà femminile nell’essere liberamente madri. Che si deve essere almeno in due, madre e figlio, per essere l’una che si è. Che l’emancipazione ha finito il suo giro.
Manca un pezzo importante, certo, alla storia. L’altra metà della fotografia. La fiducia nella relazione è ancora condizionata. Ci vorrà che il figlio cresca, rivelandosi quell’altro che è, per imparare a fare spazio anche a quel terzo –il padre- che oggi viene tenuto fuori. Ma dategli tempo (non poi molto), lasciate che la ruota giri ancora un poco, e ci toccherà sentire, dal Wisconsin o da qualche altro posto d’Occidente, di certe giovanissime rivoltose che si sposano in massa, e i genitori devastati fuori dalla chiesa, chiusi nei loro ringhiosi “no comment”.

(uscito su “Il Foglio” del 21 giugno 2008)