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AMARE GLI ALTRI

AMARE GLI ALTRI, economics Luglio 5, 2010

UNA MANO, AMICI

solidarietà

Una mano a questo signore, se vi viene un’idea. Nel caso scrivete a me, e vi do il contatto:

Mi chiamo G. T. e mi scuso per l’intrusione, ma credo che capirà.

Sono alla ricerca di un lavoro, essendo disoccupato da più di tre anni (iscritto al centro per l’impiego della mia città), 48 anni, due figli a carico, moglie anch’essa inoccupata, laurea in economia e commercio, diploma di maturità tecnica industriale statale, corso di microsoft office, corso di lingua inglese, attestati vari, ecc…, ed ho urgenza di lavorare quanto prima. Ho inviato molte mail, per la ricerca di un lavoro, ad aziende, imprese, società, fondazioni, associazioni, studi professionali, gruppi bancari, ecc…, ma tutti, puntualmente, mi hanno detto “le faremo sapere…”, solo che, nel frattempo, la mia richiesta di aiuto per un lavoro finiva nel dimenticatoio. Ho anche spedito per lettera postale, ed inserito (alcuni anni fa, con aggiornamenti vari) nella sezione “Lavora con noi” di tanti siti web, il mio curriculum vitae, ma niente è successo. Quindi, ho deciso di inviare e-mail anche ad indirizzi che incontravo durante la ricerca, nel caso si presentasse una coincidenza di lavoro di chi leggeva. Certo ci vuole fortuna.

Non posso continuare a sperare, tanto di speranza non posso più vivere. Ho bisogno di una opportunità concreta. Esiste tanta indifferenza.

Pertanto, Le chiedo: è possibile sapere degli indirizzi e-mail di conoscenti/amici, suggerimenti, altro, (di Milano e/o Roma) a cui poter mandare il mio curriculum vitae?

Sono un padre di famiglia in difficoltà, potete aiutarmi?

Scusandomi per il disturbo e in attesa di una Sua risposta, Le mando i miei migliori saluti.

Buona giornata,

G. T.

AMARE GLI ALTRI Giugno 29, 2010

SIMILPELLE

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Secondo la Cassazione le coppie che vogliono adottare non possono scegliere il colore della pelle del futuro figlio. Mamma e papà bianchi devono essere disponibili a bambino nero. Una coppia catanese si era resa disponibile ad accogliere anche due bambini purché di pelle bianca, e il tribunale aveva dato loro ragione. L’associazione Amici dei bambini ha presentato ricorso, e la Cassazione lo ha accolto, in base al principio che la razza non può essere principio di discriminazione ed esclusione. Ora devono pronunciarsi le Sezioni Unite.

Ditemi che cosa ve ne pare.


AMARE GLI ALTRI Giugno 18, 2010

PRETI BUONI

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Seduta al ristorante in una piccola e incantevole città di provincia, vedo passare in fila indiana una ventina di giovanissimi preti. Tonache, visi imberbi, passo svelto. Sembra un set di Fellini. Mi piacerebbe fermarli e parlarci. Con uno in particolare, ragazzo biondo e minuto con occhiali che gli scivolano sul naso, e lui che continua a tirarseli su. “Perché fai il prete?”, vorrei chiedergli.
Una volta uno lo faceva anche soltanto per studiare. Per dare lustro alla famiglia. O perché non aveva altra scelta. Ma la scelta di questi sarà motivatissima. Se c’è una crisi delle vocazioni, questi la vocazione devono averla ben forte. Li guardo sparire in fondo alla strada e mi fanno tenerezza. Non è un bel momento per la Chiesa, con i suoi mostri che la divorano dall’interno. Quei ragazzi si sentiranno addosso gli sguardi del mondo, e una pesantissima croce sulle spalle. Fa parte del loro mestiere, sopportare la croce. Ma questa pesa davvero tanto per le loro giovani schiene.
Penso ai preti della mia vita. Uno che mi ha smanacciato, quand’ero ragazzina. Un pover’uomo a cui probabilmente la tonaca era stata infilata a forza. Uomo in gamba, con spiccate qualità manageriali, evidentemente in sofferenza per quel destino sbagliato. E un altro, don Angelo, che sulla bellezza del sesso e dell’amore non si prestava a infingimenti, ma che ardeva assai di più per il suo compito. Un uomo vivo, vero, coraggioso, di straordinaria intelligenza, con un notevole talento teologico e filosofico, capace di un’enorme passione per gli altri e le altre, povero come i più poveri della terra. Sempre preso a correre dietro in Vespa a tutte le sue pecorelle con una predilezione per quelle intenzionate a smarrirsi, che riacchiappava sempre sull’orlo del baratro. Un incontro decisivo per la mia formazione. Quel padre è costantemente nei miei pensieri.
Penso a tutti quei preti che cercano ogni giorno e in ogni modo la verità dell’amore per testimoniarla ai loro fratelli, e che adesso stanno passando un gran brutto momento a causa dei peccati di altri.
Provo un’intensa compassione, vorrei caricarmi la loro croce in spalla per qualche istante, permettergli almeno un breve ristoro.

pubblicato su Io donna-Corriere della Sera il 19 giugno 2010

AMARE GLI ALTRI, Corpo-anima Maggio 1, 2010

UN AMORE FISSO

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Visto recentemente in tv “The Savages” –mi era scappato- con uno strepitoso Philip Seymour Hoffman. Storia di ciò che resta di una ex-famiglia, fratello, sorella e un padre malato di Alzheimer. Il nucleo si ritrova intorno agli ultimi giorni del vecchio, ricoverato in ospizio. Tre rette parallele che non si incontrano mai. Tre solitudini che nemmeno per un istante fanno il caldo di un nido.
Storia decisamente americana, tra New York e Sun City. Ma nemmeno tanto. Fa freddino anche qui, se è vero che anche in 53 case italiane su 100 non ci sono figli.
Forse, è vero, non è necessario che ci siano figli per fare una famiglia. Forse basta che ci sia qualcuno a condividere con te. Almeno un gatto. Forse, capita sempre più spesso, basti tu, da solo, nucleo di te stesso.
Non mi convince. C’è qualcosa che non torna. La gran parte dei senza-bambini adduce ragioni economiche, ma io a questa cosa dei soldi che non bastano non credo del tutto. Sono sempre bastati, anche quando ne giravano molti meno. Basterebbero anche adesso. Bastano ai migranti, che verosimilmente ne hanno meno di noi, per fare due o anche tre bambini. Eppure, dopo un po’ che sono qui, anche a loro non bastano più. Anche la loro natalità diminuisce.
Non credo nemmeno che sia per ragioni di coscienza tipo “il pianeta è già sovrappopolato” che una o uno decide di tirare per sempre il freno a mano. Piuttosto è che quello slancio –lasciarsi andare a un bambino- non viene. O che non sappiamo più riconoscerlo. O che gli diamo il nome sbagliato di desiderio, ed ecco che i conti non tornano. O che non siamo più disponibili a perderci, a perpetuarci e nello stesso tempo a dissolverci in quell’altro che è il figlio.
Dico solo che mi spiacerebbe per il mio, di figlio –e per i suoi amici e le sue amiche, tutti miei figli-, che la vita gli si combinasse in questo modo, alla Savages. Lì si vede bene che ad andare ognuno per la propria strada un guadagno di felicità non c’è stato. O più precisamente, che l’infelicità non è diminuita. Oggi è la festa del lavoro: ci preoccupiamo molto di questo, del fatto che un posto fisso non ci sarà più. Ma anche qualche affetto fisso non è male, pur con tutte le fatiche che comporta. Bisogna che li avvisiamo, i ragazzi.

da Io donna-Corriere della Sera del 1 maggio 2010

AMARE GLI ALTRI, esperienze Aprile 26, 2010

FAMILISMO MORALE?

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Sulla Rossiyskaya Gazeta una ragazza russa che studia in Italia racconta le sue disavventure con la nostra burocrazia (che vergogna), e conclude intelligentemente che “in Italia il contatto emotivo con le persone ha probabilmente un’importanza nodale nella risoluzione dei problemi, in particolare quelli burocratici. L’Italia è una nazione del Sud, e l’interazione asettica, affaristica, non è molto ben vista. Gli italiani non ci provano gusto, perché non li anima e non li commuove”. E poi lo dice poeticamente, alla russa: “Qui, diversamente dai paesi del Nord Europa, devi prima di tutto “finire nell’anima”. “toccare” in qualche modo. Gli italiani devono prima “assaggiarti” per poi decidere come trattarti: “giustiziarti” o “graziarti”“. E non si capisce se la cosa le piace o la spaventa. Se la giudica una dote o una disgrazia.

Così me lo domando anch’io: questa tendenza familistica, alla relazione personale anche quando si tratta di faccende impersonali, è una cosa a doppio taglio? C’è modo di dare un valore positivo a questa nostra specialità, che abbiamo sempre liquidato come “mafiosità” naturale?

AMARE GLI ALTRI, Politica Aprile 17, 2010

NOT IN MY NAME

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roberto saviano

Il presidente del Consiglio Berlusconi attacca la letteratura e il cinema che parlano di mafia. Dice che è per quello che la “nostra” mafia, pur piazzandosi sesta nella classifica delle mafie del mondo, è la più famosa di tutte. Non ce l’ha con Mario Puzo. Ce l’ha con gi autori della Piovra e con Gomorra.

Falcone e Borsellino ci hanno insegnato che isolare qualcuno che ha dato un dispiacere alla mafia equivale a condannarlo a morte. Un premier dovrebbe saperlo. Il fatto è che Roberto Saviano è già sufficientemente condannato a morte. Forse togliere la scorta a quel ragazzo sarebbe stato meno grave.

Tanti ragazzi italiani stimano questo loro coetaneo coraggioso. Dovrebbero fare sonoramente capire che gli sono vicini. Restituirgli la solidarietà che il presidente del Consiglio gli ha tolto.

NOT IN MY NAME.

AMARE GLI ALTRI Aprile 11, 2010

BAMBINO CON SCONTRINO

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Sapevo che molti danno indietro i cani. Vanno a prenderli al canile, ma poi l’animaletto abbaia, magari è un po’ nevrotico, bisogna portarlo a fare la pipì, e allora torna in gabbia. Si fa anche con i bambini, vedo.

Una signora del Tennessee si è tenuta per sette mesi un orfanello russo di 8 anni, ma visto che il bimbo si è rivelato “mentalmente instabile, violento, con problemi di grave psicopatia”, lo ha restituito alla nazione d’origine. Evidemtemente era ancora in garanzia, la signora aveva regolare scontrino. Ebbene, non è difficile che un ragazzino venuto su in orfanotrofio abbia qualche problema psicologico, così come capita ai cani abbandonati e reclusi in canile e a ogni essere vivente vessato, maltrattato, provato da quantità non sostenibili di dolore. Se ne passano di ogni colore, in quei posti. Un adulto ragionevole dovrebbe aspettarselo. La sua scommessa dovrebbe essere proprio questa: vincere il male. E anziché aggiungere dolore a dolore, un nuovo abbandono che distruggerà definitivamente la creatura, anziché “chiudere” dovrebbe allargare il cerchio dell’amore, avere fiducia, chiedere aiuto, assumere in pieno il compito che ha voluto darsi.

Non giudico nessuno: non dev’essere facile avere per casa un bambino che picchia la testa contro il muro come un animale alienato, che grida, aggredisce, restituisce al mondo l’odio con cui è stato nutrito. Ma rimandarlo in “galera”  è una sconfitta insopportabile per tutti. E’ darla vinta al male, definitivamente.

Se avete storie a riguardo…

AMARE GLI ALTRI, Politica Marzo 31, 2010

ULTIMI E PENULTIMI

razzismo

Pubblico qui stralci di un articolo di Luisa Muraro che trovate integralmente sull’ultimo numero del periodico Via Dogana, Cambiare l’immaginario del cambiamento.

“Non sono razzista ma…”: quante volte abbiamo sentito queste parole. Io interpreto quelle parole come una domanda d’aiuto. Il mio è un invito a ricominciare da lì. Che vuol dire: dall’idea che gli esseri umani non corrotti dal potere, non calpestano la giustizia senza risentire un disagio che è sbagliato ignorare e, ancor più, irridere. Per me e altre, quest’idea, incontrata leggendo Simone Weil, fa riferimento, più che all’etica, all’ordine simbolico della madre, cioè al voler bene che ci ha messe e messi al mondo, un voler bene che la politica delle donne, noi sosteniamo, è chiamata a tradurre in una misura di giustizia nei rapporti fra gli esseri umani.
Dopo i gravi fatti di Rosarno in Calabria, molti giornali hanno pubblicato analisi che mettono in causa, principalmente, lo sfruttamento schiavistico della manodopera, la presenza insidiosa della malavita, gli errori delle politiche agricole. Non solo, hanno anche fatto conoscere gli sforzi di convivenza fatti da entrambe le parti, immigrati e popolazione locale, purtroppo falliti davanti ai troppi fattori negativi.
Stranamente, nonostante l’analisi oggettiva e le testimonianze di persone informate, gli stessi giornali e i mezzi di comunicazione in genere hanno continuato a pubblicare editoriali, opinioni e discussioni che mettono il razzismo al centro di tutto. Con la comparsa di questa parola, semplicistica e ultrarisonante, è quasi sparita la sostanza del problema, vale a dire il fallimento della politica davanti allo sconvolgimento portato dalla globalizzazione.
La cosa è stupefacente se si considera che la semplificazione del razzismo viene operata anche da giornali e intellettuali che si considerano eredi del movimento operaio e del pensiero marxista. (…)
Che il razzismo esista, non c’è dubbio, ma chi è stato in paesi dove alligna questa mala pianta, sa riconoscerla e dubita della giustezza di quel giudizio sugli italiani. È più vero il contrario, semmai. “Il razzismo è della politica, non della gente. Non mi sono mai sentito discriminato. Il razzismo vero lo vedi in Francia”, afferma sulle pagine della rivista Diario (XIV, 13, p. 36), Aziz Bouigader, del quale la rivista racconta che diciannove anni fa viveva in una ex fabbrica abbandonata, oggi possiede una Mercedes e paga il mutuo per una casa a Caerano San Marco (Treviso). (…)
Il razzismo si riconosce da un criterio preciso, che il razzista odia e disprezza l’altro per la sua differenza allo stato puro, povero o ricca che sia. Il male antropologico di cui soffre l’Italia mi pare semmai il disprezzo dei poveri, imparentato con altri vizi tipici, come il servilismo e l’opportunismo per cui, nei secoli, le popolazioni della Penisola si sono per lo più adattate agli stranieri purché fossero dei vincitori.
L’immigrazione dai paesi poveri, imprevista e massiccia, ha suscitato il disprezzo e la paura degli stranieri specialmente nelle classi popolari che si sono lasciate la povertà alle spalle ma non hanno la garanzia di non ricaderci. Il presidente dell’Arci, Paolo Beni, ha parlato di un “nuovo razzismo”. Il che equivale a dire che si tratta di un fenomeno recente del quale Beni fa un’analisi che, a parte il nome, condivido: l’immigrazione sta mutando il volto delle nostre comunità, scrive, e suscita nuove insicurezze; la politica, la cultura e i media dovrebbero occuparsi dei problemi che ne conseguono aiutando le persone a capire che cosa sta succedendo e a trovare le ragioni di una nuova convivenza. “Invece si è fatto l’opposto”, osserva giustamente (l’Unità, 13.10.2009, p. 22), ma mette sotto accusa solo il governo di centrodestra, che se lo merita, e come! sorvolando sull’opposizione, che se lo merita altrettanto e, politicamente ragionando, ancor più.
Torniamo così alla domanda (…) sul perché tanti intellettuali abbiano ripiegato sull’accusa ingiusta e offensiva del razzismo, accusa che ha contribuito non poco a spingere le classi popolari verso la destra e rischia di alimentare, tra gli immigrati, una forma di vittimismo senza futuro.
Una risposta potrebbe essere che questi intellettuali di formazione marxista, davanti alla sconfitta del movimento operaio e comunista, si siano messi a pensare che il capitalismo, se ha vinto, aveva ragione. O qualcosa del genere. (…) A chi la pensa così, resta unicamente il ricorso ai diritti umani. Per altre strade, arrivano a questa stessa conclusione anche quelli che, ispirati da una visione cristiana della storia, hanno scelto di stare dalla parte degli ultimi. Scelta lodevole, se non fosse che, per amore degli ultimi questi tendono a odiare i penultimi. (…)
Prima di predicare l’accoglienza, abbiamo ascoltato gli abitanti delle periferie delle grandi città in lotta contro il degrado, e quelli dei paesi del Veneto tradizionalmente attaccati alla loro cultura, e quelli del Sud, spesso consegnati all’assistenzialismo e al malaffare? E prima ancora, qualcuno si è interrogato sulle cause, ha fatto delle previsioni, ha informato il grande pubblico circa l’improvvisa intensificazione dei moti migratori? E infine, abbiamo considerato che cosa comporta, per i molti che camminano a piedi e non vanno a cavallo, il dover sottostare a cambiamenti mai voluti né previsti né spiegati?
Ma, è la risposta sempre ripetuta, dalla globalizzazione e in particolare dagli immigrati in cerca di lavoro, la popolazione italiana ha avuto i suoi vantaggi economici. Io questa risposta la lascerei alla Confindustria, per la quale è vera senz’altro. Non lo è altrettanto per le popolazioni che, senza scelta, senza preparazione, senza assistenza e con poco tornaconto, si sono trovate esposte a una tumultuosa immigrazione proveniente da Africa, Asia, Europa, America (ci manca solo l’Oceania).
Dicono che, sia pure lentamente, stiamo andando verso un sopportabile modus vivendi tra popolazione nuova e vecchia, e che ci arriveremo. Se significa che ci arriveremo con un resto indistruttibile di rancori, diffidenze e ostilità, come ho visto negli Usa, allora mi oppongo e dico: no, altolà, ricominciamo da Rosarno e prima ancora, ricominciamo da quell’uomo che disse: “Io non sono razzista, ma…” (…)

AMARE GLI ALTRI, Politica Marzo 21, 2010

EAST END, MILANO

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Al take-away filippino di Ester, salvezza delle donne multitasking di via Padova, la scelta è tra pollo, manzo, verdure. Roba onesta, da vecchia mama, che puoi dare anche ai bambini. Ma certi perdigiorno marocchini (“troppi casinista”) Ester non li vuole. Un porcello di ceramica presidia il bancone. “Qui solo maiale, gli dico”. Per niente halal. E quelli scappano, inorriditi.
Chiamatela astuzia, o genio femminile. In qualche modo dovrai fare per non entrare in collisione. Qui, in questi 4 chilometri di via che i milanesi hanno sempre promosso a “viale” -non una banlieu tipo Clichy-sous-Bois ma a 5 minuti in auto o 3 di metrò dalle case del quadrilatero- vivono spalla a spalla 50 nazionalità. Cinesi, maghrebini, filippini, latinos, senegalesi, ucraini, burkiniani. La zona più multietnica di Milano, 42 per cento di stranieri all’anagrafe, 50 per cento nella realtà. Un mix di giovani coloured e vecchi bianchi nati, cresciuti lì o a loro volta immigrati, come quel cervelée (macellaio), ringhiera del 70, che fa lo spiritoso -“ciao bambolina”- con la peruviana sinuosa che lo chiama “papà”.
Tutta questa roba insieme fa un’energia pazzesca. Con i cortocircuiti che sappiamo: dov’è morto accoltellato il ragazzo egiziano Amed Aziz El Sayed ci sono ancora fiori. “Il ghetto”, “la casbah”, “il Bronx”. Eppure, fa i conti la Cei, “la percentuale di criminalità tra italiani e stranieri è analoga».
Se fai correre le emozioni, in questo “pezzo di città” -come lo chiama con sussiego la sindaca Moratti- senti la Londra caraibica di Brixton, posto dei Clash e di Skin; o di Spitafield-Banglatown, quartiere del malfamato East End a ridosso della City, oggi quasi totalmente gentrificato (imborghesito): i turisti, le antiche case dei primi migranti ugonotti abitate da artisti e modaioli. Tutto grazie a un intervento pubblico- riqualificazioni ed eventi- che ha coinvolto le realtà locali, ispirandosi al principio del “rich mix”, il melting pot come risorsa. Perché i nostri amministratori non ci fanno un giro?
“Dici via Padova e sei fregato, non spunti più di 2500 euro al mq” piangono i proprietari con le spalle al muro. Si farebbero ottimi affari avendo lo sguardo lungo, come chi ha comprato a suo tempo a Porta Venezia, la prima casbah, e in Ticinese, già “post de lader”, posto di ladri. Qualche dietrologo sospetta una megaspeculazione dietro la campagna diffamatoria. Intanto gli affari li stanno facendo i cinesi, mitici compratori cash.
La gentrification è già visibile nel tratto tra piazza Loreto e la rotonda: marciapiedi ampi e ciclabili, belle case novecentesche, kebab extralusso, un elegante coiffeur che per distinguersi dai salon cinesi, piega a 6 euro, si fa chiamare “consulente d’immagine”. Ma il “viale” è più giusto farlo in senso inverso, dalle ville di delizia sul naviglio Martesana a Crescenzago, posto di villeggiatura fuori le mura inurbato negli anni Venti. Il vecchio municipio, oggi sede del Corpo musicale, è stato sventatamente cartolarizzato. Renzo Tramaglino passò di qui, antica Via Veneta, per raggiungere Porta Orientale. E forse si ritemprò in questo borgo miracolosamente intatto: la splendida chiesa romanica di Santa Maria Rossa, i chiostri del convento riconvertito in abitazioni. Il silenzio perfetto ha conquistato Franco La Giannella, proprietario delle libreria del Corso, transfuga da corso Buenos Aires: “Ti svegli con le campane e con le voci umane, i cani scorrazzano in giardino, i vicini ti salutano”. E’ il bene primario delle relazioni.
Fino a Loreto, dov’era il santuario dedicato alla Madonna Nera, era tutto un bosco. Giunti lì si ringraziava la Vergine per averla scampata dai briganti e dai lupi: “L’ultimo fu avvistato alla Gobba nel 1901” dice la scrittrice Sveva Casati Modignani, nata e residente in via Paruta, esemplare della sparuta e spaesata “gentry” locale. I briganti, invece, ci sono ancora. E anche qualche lupo in agguato, specie tra il ponte e la rotonda. Sveva vorrebbe una class action contro la giunta milanese che non ha governato i flussi migratori. Ricorda l’età dell’oro: il fosso, i prati con il sambuco, le libellule, l’arena estiva con Lucia di Lammermoor. I buoni vicini, come il professor Castelluccio, preside napoletano, avanguardia dell’ondata terrona dei 60. Dopo i mantovani, i bergamaschi e i veneti in fuga dal Polesine, toccò ai siciliani e ai pugliesi assunti dalle fabbriche del boom, l’olio d’oliva e le esotiche melanzane (“ball d’i fràa”, palle di frate), i casermoni come funghi.
“I problemi erano gli stessi” dice un’anziana volontaria della Caritas “ma non erano così in tanti. Per questo è dura”. Nella parrocchia di San Giovanni Crisostomo c’è un centro d’ascolto e un “guardaroba”. La Chiesa fa un gran lavoro per l’integrazione. La signora è anche andata a un corso sull’Islam: “Nelle famiglie ti accolgono. Hanno una venerazione per noi mamme e nonne”. Il guaio dice, sono quegli uomini soli ammucchiati in case degradate, diventate posti di spaccio e microcriminalità. Quei proprietari che hanno affittato case in cui nessun italiano abiterebbe: niente ristrutturazione –prendere o lasciare- e a caro prezzo. Lo raccontano bene Alfredo Agustoni e Alfredo Alietti in “Società urbane e convivenza interetnica” (FrancoAngeli), istruttivo saggio proprio sul caso via Padova.
Là dove c’era l’erba oggi ci sono kebab, botteghe cinesi, minimarket con quinoa e Inka Cola, phone center, boutique delle unghie, massaggi thai, le vetrine della Casa della Carità di don Colmegna. Il vecchio cinema Ambra che fa strip tease, ex-capannoni riconvertiti in Chiese evangeliche. Vecchiette con il carrello, ragazze velate, ucraine monumentali, e una marea di bambini. L’odore del pane e il ritmo del merengue. Un energizzante caos iper-metropolitano, pieno di vita e di fatiche.
L’epicentro del sisma – via Clitumno, via Arquà- è dopo il ponte della ferrovia. Maria Mesch, pittrice bavarese capelli arancio fluo, aria da Berlino-Kreuzberg, ha riattato un negozio per farne casa-e-bottega (associazione Durchblick) per sé, marito, bambino e cane. Prima stava a Milano 2, poi a Città Studi. Si è spostata lì semplicemente “perché è bello. L’atmosfera conta, per il mio lavoro. E anche gli amici”. Guai dice di non averne mai avuti. Per strada saluta tutti. Indica con orgoglio i pregi locali: la pasticceria napoletana, il negozio dove un milanesissimo signore vende a buon prezzo prezioso sapone d’Aleppo, direttamente da suk a suk.
E il parco Trotter-Casa del Sole, progettato da Giovanni Ceruti, archistar del tempo, nato un secolo fa come colonia estiva. Un po’ malconcio e bistrattato, ma ne sono tutti innamorati persi. E’ il cuore pulsante di Babele. Oltre alle scuole –ci va anche la figlia di Malika Ayane superstar, che di via Padova dice “è come stare al porto, con tante famiglie straniere in cerca di fortuna” -, c’è un teatrino che ospita tra l’altro una ricca rassegna di poesia. Mercatini, cricket, associazioni di ogni tipo. Un laboratorio di scrittura creativa sul modello del mitico 826 di San Francisco.
“Quando leggo certe storie sui giornali, dico: ma io mica abito lì. Qui facciamo anche aperitivi di condominio”, dice Francesca Federici, sposa veronese, zona via Arquà. Matteo da via Moscova ora sta in un delizioso villino del “ghetto”: “Era dura qualche anno fa” racconta “quando i negozi italiani chiudevano. Oggi è vivissimo, i marciapiedi sempre pieni: queste sono culture che vivono in strada”.
Controlli, sì: le ferite infette vanno sanate. Polizia: le regole vanno rispettate. Ma servirebbe anche un’operazione di “marketing territoriale”. Idee di giovani creativi. Designer e stilisti che adottino la via. Un po’ di mecenatismo ambrosiano. Il “rich mix”, per l’appunto.
Per ora in programma c’è una festa il 22-23 maggio, messa in piedi da 50 associazioni. Titolo –addirittura-: “Via Padova è meglio di Milano”, come ha detto una volta un bambino. Ci suonerà anche l’Orchestra di via Padova, messa insieme grazie a Maximina, edicolante spagnola. E’ stata lei a presentare al direttore Massimo Latronico, terrone di Lucania, musicisti di dieci nazionalità, dall’Albania al Perù.
“Dite a mia mamma di non piangere/ tuo figlio, Dio non lo abbandonerà” canta il marocchino Aziz Riahi in “Esiliato”. Sembra “Lacreme Napulitane”. Ma in repertorio anche canzoni d’amore.

pubblicato su Io donna-Corriere della Sera il 20 marzo 2010

AMARE GLI ALTRI, Politica Marzo 16, 2010

LUMINOSA LETIZIA

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Sono veramente stupefatta per certe iniziative della sindaca Moratti. Come quella di imporre una specie di coprifuoco in via Padova. Che, dice, non è il Bronx, non è una banlieu -e infatti l’altro giorno è andata molto democraticamente in bocciofila, dove i vecchietti le hanno detto: “Sciura Moratti, l’è vegnuda a ciapà i voti?“- ma poi viene governata come se lo fosse.

L’ultima e poco luminosa idea che è venuta alla sindaca è quella di anticipare alle 22 l’orario di chiusura di kebab, take away, phone center. Perché non dellle pizzerie e dei ristoranti cinesi, non è chiaro. Una sorta di discriminazione commerciale che avrà l’effetto di incrudelire la convivenza tra etnie, anziché facilitarla. Inotre il fatto che ci siano negozi aperti la sera -mentre il centro è un angosciante deserto- è una delle cose che rende desiderabile abitare in via Padova, oltre ad aumentare la sicurezza: si cammina più volentieri dove ci sono negozi aperti, ci si sente più sicuri quando per la strada gira qualcuno. Mano morbida, viceversa, per quei proprietari di case -quasi esclusivamente italiani- che affittano in nero agli stranieri: multa da 500 euro e rischio di denuncia. Forse una minaccia di requisizione ed esproprio funzionerebbe meglio. Una buona metà dei problemi sarebbero risolti.

Non so come vengano certe idee alla nostra sindaca: in altre città, come nella Londra dell’East End, si è intrapresa la direzione opposta -incoraggiare e abbellire gli esercizi commerciali- e con successo. Don Piero, parroco di San Giovanni Crisostomo, soprattutto uno che vive lì, ha detto: “Ho la sensazione che questo spiegamento di forze, tra militari e polizia, renda la vita meno sicura, più impaurita“. Meno sicura, non saprei. Più angosciosa, senz’altro sì.