razzismo

Pubblico qui stralci di un articolo di Luisa Muraro che trovate integralmente sull’ultimo numero del periodico Via Dogana, Cambiare l’immaginario del cambiamento.

Non sono razzista ma…”: quante volte abbiamo sentito queste parole. Io interpreto quelle parole come una domanda d’aiuto. Il mio è un invito a ricominciare da lì. Che vuol dire: dall’idea che gli esseri umani non corrotti dal potere, non calpestano la giustizia senza risentire un disagio che è sbagliato ignorare e, ancor più, irridere. Per me e altre, quest’idea, incontrata leggendo Simone Weil, fa riferimento, più che all’etica, all’ordine simbolico della madre, cioè al voler bene che ci ha messe e messi al mondo, un voler bene che la politica delle donne, noi sosteniamo, è chiamata a tradurre in una misura di giustizia nei rapporti fra gli esseri umani.
Dopo i gravi fatti di Rosarno in Calabria, molti giornali hanno pubblicato analisi che mettono in causa, principalmente, lo sfruttamento schiavistico della manodopera, la presenza insidiosa della malavita, gli errori delle politiche agricole. Non solo, hanno anche fatto conoscere gli sforzi di convivenza fatti da entrambe le parti, immigrati e popolazione locale, purtroppo falliti davanti ai troppi fattori negativi.
Stranamente, nonostante l’analisi oggettiva e le testimonianze di persone informate, gli stessi giornali e i mezzi di comunicazione in genere hanno continuato a pubblicare editoriali, opinioni e discussioni che mettono il razzismo al centro di tutto. Con la comparsa di questa parola, semplicistica e ultrarisonante, è quasi sparita la sostanza del problema, vale a dire il fallimento della politica davanti allo sconvolgimento portato dalla globalizzazione.
La cosa è stupefacente se si considera che la semplificazione del razzismo viene operata anche da giornali e intellettuali che si considerano eredi del movimento operaio e del pensiero marxista. (…)
Che il razzismo esista, non c’è dubbio, ma chi è stato in paesi dove alligna questa mala pianta, sa riconoscerla e dubita della giustezza di quel giudizio sugli italiani. È più vero il contrario, semmai. “Il razzismo è della politica, non della gente. Non mi sono mai sentito discriminato. Il razzismo vero lo vedi in Francia”, afferma sulle pagine della rivista Diario (XIV, 13, p. 36), Aziz Bouigader, del quale la rivista racconta che diciannove anni fa viveva in una ex fabbrica abbandonata, oggi possiede una Mercedes e paga il mutuo per una casa a Caerano San Marco (Treviso). (…)
Il razzismo si riconosce da un criterio preciso, che il razzista odia e disprezza l’altro per la sua differenza allo stato puro, povero o ricca che sia. Il male antropologico di cui soffre l’Italia mi pare semmai il disprezzo dei poveri, imparentato con altri vizi tipici, come il servilismo e l’opportunismo per cui, nei secoli, le popolazioni della Penisola si sono per lo più adattate agli stranieri purché fossero dei vincitori.
L’immigrazione dai paesi poveri, imprevista e massiccia, ha suscitato il disprezzo e la paura degli stranieri specialmente nelle classi popolari che si sono lasciate la povertà alle spalle ma non hanno la garanzia di non ricaderci. Il presidente dell’Arci, Paolo Beni, ha parlato di un “nuovo razzismo”. Il che equivale a dire che si tratta di un fenomeno recente del quale Beni fa un’analisi che, a parte il nome, condivido: l’immigrazione sta mutando il volto delle nostre comunità, scrive, e suscita nuove insicurezze; la politica, la cultura e i media dovrebbero occuparsi dei problemi che ne conseguono aiutando le persone a capire che cosa sta succedendo e a trovare le ragioni di una nuova convivenza. “Invece si è fatto l’opposto”, osserva giustamente (l’Unità, 13.10.2009, p. 22), ma mette sotto accusa solo il governo di centrodestra, che se lo merita, e come! sorvolando sull’opposizione, che se lo merita altrettanto e, politicamente ragionando, ancor più.
Torniamo così alla domanda (…) sul perché tanti intellettuali abbiano ripiegato sull’accusa ingiusta e offensiva del razzismo, accusa che ha contribuito non poco a spingere le classi popolari verso la destra e rischia di alimentare, tra gli immigrati, una forma di vittimismo senza futuro.
Una risposta potrebbe essere che questi intellettuali di formazione marxista, davanti alla sconfitta del movimento operaio e comunista, si siano messi a pensare che il capitalismo, se ha vinto, aveva ragione. O qualcosa del genere. (…) A chi la pensa così, resta unicamente il ricorso ai diritti umani. Per altre strade, arrivano a questa stessa conclusione anche quelli che, ispirati da una visione cristiana della storia, hanno scelto di stare dalla parte degli ultimi. Scelta lodevole, se non fosse che, per amore degli ultimi questi tendono a odiare i penultimi. (…)
Prima di predicare l’accoglienza, abbiamo ascoltato gli abitanti delle periferie delle grandi città in lotta contro il degrado, e quelli dei paesi del Veneto tradizionalmente attaccati alla loro cultura, e quelli del Sud, spesso consegnati all’assistenzialismo e al malaffare? E prima ancora, qualcuno si è interrogato sulle cause, ha fatto delle previsioni, ha informato il grande pubblico circa l’improvvisa intensificazione dei moti migratori? E infine, abbiamo considerato che cosa comporta, per i molti che camminano a piedi e non vanno a cavallo, il dover sottostare a cambiamenti mai voluti né previsti né spiegati?
Ma, è la risposta sempre ripetuta, dalla globalizzazione e in particolare dagli immigrati in cerca di lavoro, la popolazione italiana ha avuto i suoi vantaggi economici. Io questa risposta la lascerei alla Confindustria, per la quale è vera senz’altro. Non lo è altrettanto per le popolazioni che, senza scelta, senza preparazione, senza assistenza e con poco tornaconto, si sono trovate esposte a una tumultuosa immigrazione proveniente da Africa, Asia, Europa, America (ci manca solo l’Oceania).
Dicono che, sia pure lentamente, stiamo andando verso un sopportabile modus vivendi tra popolazione nuova e vecchia, e che ci arriveremo. Se significa che ci arriveremo con un resto indistruttibile di rancori, diffidenze e ostilità, come ho visto negli Usa, allora mi oppongo e dico: no, altolà, ricominciamo da Rosarno e prima ancora, ricominciamo da quell’uomo che disse: “Io non sono razzista, ma…” (…)

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