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guerra

jihad, Politica Novembre 17, 2015

Perché esitiamo a chiamare nazisti i nazisti di Isis

Se sui social network tu provi a definire i terroristi di Isis “nazisti criminali” (è quello che sono), a meno che tu non ti stia rivolgendo a una platea destrorsa raccoglierai ben pochi “mi piace”. L’obiezione che serpeggia la sintetizzerei così: “Si deve essere lucidi e carcare di usare la testa“. Come se non equivalesse a usare la testa -profferendo un preciso giudizio etico, politico e storico- il fatto definire nazisti degli sgozzatori spietati, violentatori e aguzzini di donne e bambine, massacratori di innocenti cristiani, ebrei, yazidi e anche musulmani, assassini di gente che dopo una settimana di lavoro si stava mangiucchiando un piatto cambogiano low cost o si stava godendo un concerto.

La cosa me la spiego così: quando tu dai a qualcuno del nazista stai pronunciando un giudizio inappellabile e definitivo. Un nazista è la catastrofe dell’umano, è quanto di peggio la storia abbia conosciuto, è l’oscurità totale, la caduta definitiva del senso. E’ la disastrosa banalità del male. Se invece tu esiti a dare del nazista a chi, nei fatti, si sta comportando come un nazista, vuol dire che la tua condanna mantiene una riserva, c’è sempre qualche “se” e qualche “ma”, quando non un sottile, ambiguo e inconfessato masochistico sentimento di comprensione per gli spietati macellai.

Che vanno capiti perché sono per lo più dei poveracci di seconda generazione venuti su nei ghetti e nelle banlieu (anche se poi Jihadi John era figlio della media borghesia londinese), vanno capiti perché l’humus in cui prosperano sono gli errori capitali dell’Occidente colonialista e sfruttatore, vanno capiti perché ci sembrano l’evoluzione tecnologica e social delle Intifade per cui abbiamo fatto il tifo, perché sono nemici del “cattivo” Israele e forse anche del capitalismo neoliberista.

Sento correre questi sentimenti in parte della sinistra e ne sono orripilata. Sentimenti che fanno il paio con un eccesso di silenzio, salvo magnifiche eccezioni, di buona parte comunità islamiche: perfino il moderato Romano Prodi ha ammesso che di fronte alla strage parigina qualche voce in più se la sarebbe aspettata.

Può benissimo essere che i reattivi droni americani, i cacciabombardieri francesi e la navi russe del giorno dopo non siano affatto “la” soluzione, può essere che servano per esempio vere politiche comunitarie europee, compreso un miglior coordinamento delle intelligence, e che si debbano riservare le nostre migliori energie alle politiche di integrazione e di educazione, che si debba stroncare il commercio di armi, che si debba smettere di comprare petrolio prodotto nei territori controllati dal Califfato. Tutto questo certamente è importante e dobbiamo fare in modo che si realizzi.

Ma gli uomini di Isis sono e restano dei nazisti assassini. Su questo non può esserci nessuna incertezza.

P.S: un esempio, stamattina, ci ciò che intendo. A Radio Popolare il conduttore parla di ‪#‎Isis‬ come di fascisti.Un ascoltatore: no, loro sono i partigiani.

Aggiornamento ore 17.00: lo psicoanalista Boris Cyrulnik parla della similitudine Isis-nazismo.

Donne e Uomini, Politica, questione maschile Ottobre 6, 2014

#Isis: tu non vuo’ fa’ l’amerikano. Ma il tuo capo sì

Dopo che un simpaticone di Isis ha risposto a un mio tweet con uno di quei deliranti proclami sugli infedeli eccetera, e dopo aver visto su Sky uno speciale su quella banda di orribili nazisti (piuttosto impressionante devo dire), tutti quei bambini (maschi) tirati su nell’odio per l’amerikano e con il kalashnikov a tracolla, ho pensato questo:

che l’american way of life, quel modo di vivere, consumare, stare al mondo inteso da noi occidentali, ma anche da loro orientali e medio-orientali, come il top e il max del progresso per un essere umano, quelle libere sorti e progressive hanno perso grande parte della loro attrattività. A quei ragazzi dà molta più soddisfazione e senso e identità pensarsi come nemici degli americani infedeli, ad Allah piacendo, che sperare di poter raggiungere prima o poi i livelli di libertà e di benessere delle democrazie del West. Salvo naturalmente usare le tecnologie del West, non solo le armi, ma soprattutto la rete, per terrorizzarci con teste mozzate poggiate sul dorso di infedeli in tuta arancione (io sono perché quelle immagini NON vengano diffuse, depotenziando l’operazione di propaganda). Ma il fine ultimo, dicevamo, non è più il raggiungimento di quella confortevole esistenza, che pur con tutti i suoi indubbi limiti mi pare decisamente preferibile a ciò che tocca agli uomini e soprattutto alle povere sorelle di quei Paesi, costrette a una vita che non è vita (altro che “dittatura della taglia 42”, cara Fatema Mernissi).

Intendiamoci: l’american way of life non sarà più attrattiva per la manovalanza, per quei giovani maschi esaltati che pensano alle loro future 22, 44, 55 vergini e fanno la ronda nelle città conquistate da Isis per vigilare sullo spessore del velo delle sorelle (se non è abbastanza spesso i fratelli vanno nel pallone), ma a quanto pare, visto le immagini che girano in rete -grandi alberghi, piscine, orologi svizzeri da decine di migliaia di euro- resta molto appealing per i capi di Isis. Il filosofo-psicoanalista Slavoj Zizek lo dice mirabilmente parlando di invidia “verso lo stile di vita dei non credenti” da parte di quei capi “profondamente infastiditi, incuriositi ed affascinati” dalla nostra civiltà.

Resta il fatto che la battaglia è in grande parte culturale. Dobbiamo saper vedere gli errori dell’Occidente, cosa però ben diversa dall’autodemolizione: difendo, per esempio, la democrazia, che pur con tutti i suoi acciacchi resta molto meglio di un califfato; difendo la nostra libera differenza sessuale, anche se i guai non ci mancano: senz’altro preferibile all’essere sepolte vive in bare di rayon. 

Bisogna saper parlare a quelle sorelle (nostre sorelle, di noi donne, non di Isis). Portargliele via una a una.

Il corpo di noi donne è al centro della contesa: ricordiamogli tutte che è NOSTRO.

economics, Politica Luglio 23, 2012

In cantina, sotto le bombe

Ti alzi la mattina e senti suonare l’allarme, e fai a malapena in tempo a scappare in cantina prima che le bombe ti cadano sulla testa: il differenziale tra Btp decennale italiano e Bund tedesco a 528 punti, lo spread tra i Bonos spagnoli e i Bund al record di 635 punti; Piazza Affari a -2,33 per cento. A Francoforte il Dax perde l’1,26 per cento e a Parigi il Cac 40 lascia sul terreno l’1,60 per cento, Madrid è a -3,25 per cento.

Guardo l’intervista a un commerciante spagnolo: “Il fatto” dice “è che noi non la capiamo, questa crisi. Non sappiamo che cosa si deve fare. Ci dicono: credete agli economisti. Ma come facciamo a crederci? Se gli economisti sapessero fare il loro lavoro avrebbero avvisato i governi per tempo. Sono loro ad averci portato in questo baratro. Come possiamo credere che saranno loro a tirarcene fuori?”.

Quello che ci chiediamo, mentre stiamo giù in cantina, è che cosa NOI possiamo e dobbiamo fare. Che cosa ciascun* di noi può e deve fare e che non sia una mera scarica motoria. Se ha senso affidarsi alle soluzioni di quell’economia che ha fallito, alle cure di quello stesso medico che ci ha fatto ammalare.

In che direzione dobbiamo spingere? Dove dobbiamo andare? Qual è la sponda alla quale approdare? Perché ci lasciano senza altro orizzonte se non quello di una “ripresa della crescita”? Che cosa dovrebbe riprendere a crescere?

Che cosa io, tu, noi, voi dovremmo e potremmo fare, in una giornata come questa?

Donne e Uomini, Politica Febbraio 20, 2012

Non ci faranno tornare indietro

I segnali sono stati tanti, in questi giorni (non li rielenco, basta scorrere il blog).

Oggi, poi: giornata pessima.

In un convegno stamattina ho sentito parlare di “avvicinare le donne alla lettura” (le donne sono le maggiori e più voraci lettrici in questo paese, sono quelle che vanno alle mostre, a teatro eccetera, ndr). Oggi pomeriggio ho visto girare in rete un contratto Rai con clausola “se rimani incinta vai a casa”.  Stasera mi sono rifiutata di andare a un convegno sul libro “Viaggio In Italia. Alla ricerca dell’identità perduta“, scritto a più mani da Marco Aime, Luigi Zoja, Ilvo Diamanti, Giampiero Dalla Zuanna, Luca De Biase, Salvatore Natoli, Enrico Pozzi per Intesa San Paolo. Tutti stimabilissimi personaggi, ma nemmeno una donna. Possono cercare quanto vogliono, senza uno sguardo femminile. Non troveranno granché di nuovo.

Non andrò più a convegni ed eventi che non prevedano la partecipazione di un numero decoroso di donne. Non parteciperò più a inziative politiche in cui gli uomini siano maggioranza schiacciante. Dovremmo fare tutte così: lasciarli tra soli uomini, nella loro omosessualità politica.

Dovremmo farlo perché non dobbiamo più accettare di recitare la parte della minoranza: siamo la maggioranza, e questo deve essere riconosciuto. Non dobbiamo più accettare di sentirci intimidite perché siamo troppo poche, costrette a parlare la loro lingua per essere capite.

Non dobbiamo più votare e sostenere i partiti degli uomini, fintanto che resteranno solo di uomini.

Non dobbiamo rassegnarci a tornare indietro: credevamo che fosse fatta, e invece, caduto Berlusconi, stiamo vedendo che la forza delle donne non gli serve più.

Ebbene, teniamocela per noi, e usiamola bene. Usiamola per andare avanti, noi e le nostre figlie: che sono brave, leggono più di tutt*, si laureano meglio, più rapidamente e in maggior numero rispetto ai colleghi maschi, e meritano quindi più di loro.

Non temiamo il conflitto, se ci sparano addosso ogni giorno, se pretendono tutto dando in cambio il minimo. Questo film è finito, non lo vedranno più.

Insomma: prepariamoci serenamente alla guerra. Se è questo che vogliono.

AMARE GLI ALTRI, esperienze, Politica, Varie Maggio 12, 2009

UN PERIODO TERRIBILE

20 ottobre 1944, bombardamento della scuola di gorla, milano

20 ottobre 1944, bombardamento della scuola di gorla, milano

Secondo alcuni frequentatori di questo blog (o almeno uno) il nostro paese starebbe attraversando un periodo storico politico “terribile”. Il 20 ottobre 1944 la madre di mio padre cadde vittima insieme ad altre centinaia di persone dei bombardamenti del fuoco amico. Mio padre la scampò, e patì per tutta la sua vita la sindrome del sopravvissuto. Questo è un esempio di quello che io intendo per periodo terribile.

Noi baby boomers d’occidente non abbiamo conosciuto la guerra, né la fame. Siamo stati molto fortunati, e lo siamo ancora. E perfino quel periodo “terribile” a cui mi sono riferita a titolo di esempio aveva i suoi punti di luce, perché il male non viene mai da solo, per grazia di Dio. A meno che non lo si favorisca, vedendo solo quello.

Se vi è una cosa che spero passi attraverso il blog è proprio questa: che c’è sempre, in qualunque circostanza, un bene a cui rivolgersi, a cui dare importanza, a cui fare propaganda.

esperienze, TEMPI MODERNI Marzo 5, 2009

DA SUBITO

Dopo la breve citazione del libro di Tolle, nei prossimi giorni vi parlerò di un altro libro molto importante, sempre in questa linea della fiducia. Che di questi tempi, mi rendo conto, è una parola grossa, e “grossa” lo intendo in un duplice senso -tutte le parole possono essere prese almeno in due versi-: cioè nel senso abituale di parola che oggi è arduo pronunciare, ma anche nel senso di qualcosa che, in mancanza di altro, prende spazio, diventa quasi l’unica cosa che conta e pesa, la più importante, e ci riporta all’essenziale del vivere. E tocca a chi, per propria natura o per particolari circostanze, di fiducia ne ha di più darne anche agli altri, spargerla, propagarla.

Qui io faccio spesso questa lotta, che ha i suoi fieri oppositori: di non lasciarmi mai andare più di tanto al peggio, di cederle soltanto una piccola parte delle mie e nostre attenzioni, di non lasciarmi rapire dall’ipnotica litania dell’elencazione dettagliata dei nostri guai. Perché, se ci pensate bene, ogni volta che lo facciamo perdiamo energie, non ce ne restano più per vedere il buono e per nutrirlo.

Vi dico che, per quello che vedo io, una volta fatto questo salto non si torna più indietro, il guado è passato, la rivoluzione è fatta per metà. E le categorie che ci sono servite fino a quel momento, organizzate intorno al predominio assoluto dello spirito critico, diventano zavorre di cui liberarsi prima possibile.

Dice per esempio sempre Tolle -qui lo cito non letteralmente- che finché, pur con tutte le migliori intenzioni, la metteremo nei termini di “fare la guerra a” (alla fame, alle ingiustizie, alla droga, eccetera), la cosa che conta è che continueremo a praticare la guerra e il suo linguaggio. Quello che c’è da fare, se la guerra non la si vuole, è smettere di farla da subito, depotenziarne e svuotarne il senso qui e ora, volgendo il consapevolmente nostro sguardo sul presente libero dalla guerra, facendo immediatamente esistere un mondo che la guerra non la fa, o meglio rendendoci noi stesse e noi stessi mediatrici e mediatori di quel mondo. Dandogli fiducia. E quello esisterà.

AMARE GLI ALTRI, esperienze, Politica Gennaio 6, 2009

LA BATTAGLIA DENTRO

Non so che cosa si può fare -noi, dico- per fermare lo spargimento di sangue in Medio Oriente: da un certo momento della vita in poi, diventando grandi e poi vecchi, ogni morto si comincia a sentirlo come proprio, ogni vittima come una personale sconfitta. E forse qui si apre una strada.

Non so, dicevo, a parte sperare, sì, in una riapertura del dialogo, e sperare che chi ha possibilità di riaprire quel tavolo sia nelle condizioni di farlo al più presto, e sia illuminato da qualcosa, e trovi le parole giuste da dire e le cose giuste da fare.

Ma so senz’altro che cosa possiamo fare noi qui, e da subito. Ed è amare il nostro nemico, se ne abbiamo uno, ed è una cosa così orribilmente difficile. Perché tante volte non riusciamo nemmeno ad amare l’amico, e perfino l’amore che crediamo di portare a chi amiamo spesso è così intriso di odio. Ma se sappiamo riconoscere questo, possiamo avere fiducia nel fatto che anche l’odio che che portiamo nei confronti del nemico è intriso d’amore, e allora si tratta di spostamenti non assoluti, alla portata del nostro passo.

Si tratta di spostare questo, e possiamo farcela. E prima ancora spostare la battaglia da fuori di noi a dentro di noi. E poiché la quantità di male è limitata, se tanti si porteranno un po’ del male dentro, un po’ della battaglia dentro, fuori ce ne sarà meno, fuori ci saranno meno combattimenti e meno morti.

Questo è quello che possiamo fare, io credo.

esperienze Dicembre 4, 2008

UN ABBRACCIO

Una bellissima immagine, semplicemente: il presidente degli Stati Uniti Barack Obama che abbraccia Tammy Duckworth, veterana che ha perso entrambe le gambe in Iraq. Una guerra sbagliata, perfino a giudizio -tardivo- di chi l’ha scatenata. E il commovente, tenero abbraccio tra un fratello e una sorella. Un paio di settimane fa, a Chicago.