Meno di un mese e potremmo ritrovarci la prima donna Presidente degli Stati Uniti, Mrs Hillary Rodham Clinton, con relativo first husband.

Immagino quel giorno, mi vedo stappare bollicine italiane, spero di fare festa almeno con le mie amiche. Dipendesse da me, organizzerei feste di piazza, cortei allegri e rumorosi. Potrebbe capitare, ma al momento nessun segnale in questa direzione. La campagna di Hillary è seguita  solo tiepidamente dalle donne italiane, le si fanno molte pulci –a ragione-, non si coglie il fatto che il salto simbolico, una donna nella Sala Ovale, supererebbe nel suo significato tutte le riserve e criticità.

E’ lo stesso percorso di Hillary a essere emblematico: l’ambiziosa ragazza che “manda avanti” e sostiene il marito, ben consapevole che i tempi non sono ancora maturi per buttarsi personalmente nell’agone politico. Lo accompagna con autorità, manda giù anche alcuni bocconi amari, non molla, diventa Segretario di Stato, vince le primarie del partito democratico, viene candidata Presidente, conduce una campagna faticosissima e senza risparmio tra acciacchi di salute e emailgate, tiene abilmente e coraggiosamente testa a un campione di machismo e di uncorrectness, trova anche il tempo per appassionarsi a Elena Ferrante e si prepara finalmente all’infuocato rush finale.

La storia di una donna che dal proscenio politico, con uno straordinario senso del timing e dell’opportunità (καιρός), giusto allo scadere dell’orologio politico (non è una ragazzina), si gioca il tutto per tutto ed entra in scena da protagonista con il coraggio di chi non ha nulla da perdere, perché il viaggio vale quasi più della meta. Una storia da fiction –Claire Underwood in House of Cards le somiglia molto-, il compimento di una rivoluzione, con tutti i problemi delle rivoluzioni che si compiono e tutti i compromessi che si rendono necessari.

Ma di entusiasmo per questo switch dal backstage al palcoscenico, per questo passaggio che inverte il passaggio originario, quando dalla signoria del mondo siamo state messe ai margini, eccentriche rispetto alla centralità maschile, bene: di entusiasmo ne vedo poco. Hillary è antipatica, è guerrafondaia, è come un uomo, persegue il potere maschile. Con Hillary non cambierà niente e non ci si deve attendere niente. C’è una sola ragione per sperare nella sua vittoria, ed è la sconfitta di Donald Trump (che il voto delle americane sembrerebbe poter garantire).

In realtà, come ha osservato acutamente il filosofo Michael Sandel dell’università di Harvard, in America il populismo ha il volto odioso della misoginia. E’ colpa delle donne se l’America ha perso il suo ruolo, se gli uomini perdono il lavoro, se la frontiera appare più lontana. E’ colpa delle donne se l’America si è infiacchita e perde colpi nella globalizzazione. Il disgustoso machismo di Donald Trump parla alla pancia del paese contro la “pussy generation”, come l’ha chiamata Clint Eastwood: le uscite misogine del candidato repubblicano non sono gaffe, ma una precisa strategia di comunicazione. Uno schema perfetto, con un’antagonista donna.

Proprio per questo, e a maggior ragione, si dovrebbe sostenere con entusiasmo la partita di Hillary, la cui elezione costituirebbe un argine politico e simbolico al backlash patriarcale che stiamo attraversando.

Incrocio le dita e mi preparo ai festeggiamenti.

 

 

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