Si è concluso ieri il secondo incontro del femminismo italiano a Paestum. Qui un primo resoconto di Giovanna Pezzuoli.

Tra gli interventi più applauditi -e anche discussi- quello collettivo delle giovani romane Femministe Nove (qui il filmato), grande striscione sul palco: “Stato di Eccitazione Permanente”.

Ecco una sintesi del loro manifesto:

“Scriviamo per responsabilità verso le nostre vite e desiderio di cambiarle.
Scriviamo per ritrovare il senso e il tempo di una autodeterminazione individuale e collettiva.

Siamo donne sull’orlo di una crisi di nervi e la crisi è la narrazione dominante del tempo che viviamo: un nesso ci sarà pure. Vogliamo nominarlo.
Viviamo il tempo della crisi e della sconfitta. Un tempo di crisi economica e politica. Vogliamo immaginare e costruire un altro tempo.

Siamo femministe nove. Non siamo ereditiere, siamo precarie.

Pensiamo il femminismo come la nostra rivoluzione possibile, e non possiamo consegnarlo al già detto e al già narrato. Il femminismo è un divenire, non un dover essere. L’autodeterminazione è una continua lotta.

Rifiutiamo un femminismo senza corpo. La nostra autodeterminazione non ha un contenuto.

Riconosciamo per noi il valore fondativo delle nostre genealogie nel pensiero e nelle pratiche femministe. E non vogliamo vivere il confronto fra generazioni femministe né nell’asimmetria di potere e di autorità né nell’invidia dell’epica di una stagione aurorale. Vogliamo partire dalle nostre vite, dal presente che ci accomuna, per costruire pratiche di potenziamento reciproco nel desiderio condiviso di cambiamento, di liberazione dall’oppressione materiale e simbolica. Autodeterminazione e libertà non coincidono ancora.

Siamo femministe storiche: il tempo presente ci fa orrore. Vogliamo agire per cambiarlo.
Ognuna è responsabile della sua indifferenza.

Siamo partite da noi. Siamo nate dopo: dopo la nominazione di sé come soggetti, dopo la decostruzione dell’universale donna. Dopo l’emancipazione, l’autocoscienza, la liberazione, la differenza. Siamo già state donne e lesbiche, nelle frontiere e ai margini, cyborg e queer, irrappresentabili e rappresentate. Ma non ci sentiamo affatto post. Sentiamo il femminismo come una metamorfosi che ci attraversa, un cambiamento che pensiamo e agiamo attraverso il corpo.
Pensiamo l’autodeterminazione come parola satura da svuotare e come parola vuota da riempire.

Abbiamo resistito affinché le nostre vite e i nostri corpi non fossero portate al mercato di un lavoro femminilizzato, che ancora una volta ci “assegna un posto” anche quando un posto non ce lo dà, che spesso ci sussume senza assumerci.

Abbiamo riconosciuto e nominato questa trappola. Ma non basta. Non basta se inseguiamo la promessa del lavoro, quando identità e senso possiamo trovarli solo al prezzo di competizione e (auto)sfruttamento; non basta se il lavoro lo togliamo dal centro, perché anche il tentativo di investire su tutto il resto è condizionato dalla precarietà. E anche mentre ci diciamo che il nesso lavoro/identità è sciolto, un pezzo del nostro senso e del nostro tempo è sempre impigliato lì.

In tutti questi casi, tra lavoro a tempo determinato e a tempo indeterminato, è scomparso il lavoro come tempo autodeterminato.

Pensiamo a un reddito di autodeterminazione che renda materialmente e liberamente attuabile questo diritto e questa facoltà per donne e uomini, fuori dalla logica dello sfruttamento e del profitto.
Non facciamo del reddito una rivendicazione neutra per un cittadino neutro. Non pensiamo al reddito come a un diritto individuale scisso, ma connesso a una diversa idea di lavoro, di produzione e di società.
Tra il rifiuto del lavoro (così com’è) e la volontà di trasformarlo c’è un legame profondo.

La precarietà è una condizione diffusa, non è una coscienza collettiva di una condizione. Non è un’identità: è la situazione in cui possiamo costruire conflitti e pratiche di libertà.
Stentiamo a rendere collettiva la consapevolezza della possibilità di una trasformazione per tutte e tutti.
È difficile divenire collettivamente soggetti di conflitto quando il corpo politico è consunto.
Non siamo staffette, siamo partigiane.
Ci sentiamo parte di quella generazione politica che non vuole pagare il prezzo della crisi, ma non ha potere per evitarlo.
Partiamo dalle pratiche allora: dalla necessità di costruire luoghi di autogoverno e spazi liberati che vivano nella porosità col mondo circostante, nella tensione a una liberazione collettiva, individuale e sociale.
La sessualità non è mai un terreno pacificato.
I nostri corpi parlano sempre. Pensiamo attraverso il corpo. Ma il nostro è un corpo fatto a pezzi, ingabbiato nella veste di madre, figlia, militante, lato A, lato B, taglia 42; che è giudicato da qualcuno facile, dignitoso, bello, brutto, maschile, femminile, perbene, permale. Persa ogni interezza, siamo pezzi di donne e donne in pezzi che devono confrontarsi con un mondo che ci fa sentire sempre inadeguate e fuori posto.
È da questo fuori posto che ci muoviamo, è il riconoscimento del nostro desiderio la nostra forza. Passiamo troppo tempo a decostruire modelli e pratiche per tentare di restare in ascolto dei nostri desideri autentici. Decostruzione e ascolto sono passaggi necessari. Ma è quando li portiamo nelle relazioni e nella pratica che ci sentiamo più libere. Ancora più difficile è seguire il corpo e solo successivamente andargli incontro con il pensiero e la parola. C’è un prezzo da pagare per questo. Ma è questo, e non altri, il prezzo che siamo disposte a pagare e per cui siamo disposte a lottare.
I tempi di una performatività indotta che oggi agiscono in maniera più acuta sul corpo delle donne, ci portano troppo spesso a rimuovere il nostro corpo, a viverlo appunto come sintomo da tacitare o come oggetto da modellare. Il corpo rimosso sembra essere il filo conduttore delle nostre vite: rimosso nel lavoro come ansia da prestazione quanto nella politica come ansia di trasformazione. Rimosso anche da noi. Il nostro corpo è muto, ridotto a mero sintomo. Nevrosi, disturbi alimentari, perfezionismo fobico, psicofarmaci: è questo il prezzo che paghiamo a tutti i super-ego che abbiamo introiettato nella società della prestazione.
Il femminismo stesso, se non viene attraversato da una veglia costante e lucida, rischia di sopravvivere grazie a una rimozione del corpo; rischia cioè di parlare del corpo delle altre, rendendolo non più soggetto politico, ma oggetto di un discorso politico: il corpo delle migranti, il corpo delle vittime di femminicidio, il corpo delle prostitute.
Non vogliamo più essere complici di questa rimozione.
I nostri desideri sono impacchettati in identità fisse, che costringono o condizionano i desideri e i corpi in forme di vita precostituite e codificate da un’etica patriarcale e dalla sua estetica sclerotizzata.
Consideriamo l’erotismo qualcosa di molto più ampio rispetto all’atto sessuale. L’erotismo dei nostri corpi vuole scorrere in libertà. Riapriamo lo spazio e l’immaginazione a un erotismo espanso che tocca tutti i luoghi che il nostro corpo tocca.
Erotismo come sessualità espansa, invece che costretto nelle logiche impoverenti di tutte le binarietà possibili (uomo/donna, etero/omo) dalla cappa attiva e soffocante dell’etero-normatività.
Non vogliamo scoprire la nostra sessualità per negazione rispetto a quella data, costruita su un impianto maschile ed etero-normativo, che fissa i ruoli di attivo e passivo, il limite tra dare e provare piacere. E non vogliamo pensare la nostra sessualità per differenza rispetto a ciò che scartiamo, per sottrazione rispetto a ciò che non ci piace, ma per potenziamento del nostro corpo e del nostro desiderio.
Sentiamo la necessità di rimettere a tema il nodo del conflitto politico.
Facciamo che nessuna parla a nome delle altre, del sesso e del potere che agisce sulle altre, senza avere prima parlato di sé. Facciamo che nessuna parla di relazione se non è davvero disposta a mettersi in gioco.

Rimettiamo il desiderio al centro della politica. Il desiderio di cambiamento e insieme il desiderio di ritrovarci tutte intere nei luoghi del nostro agire politico. Un desiderio che incontra nella relazione con l’altra insieme un limite e un potenziamento.

Facciamo un passo avanti, per potenziarci reciprocamente.

Il nostro femminismo vuole essere un movimento reale. È incompatibile con lo stato di cose presente.

La rivolta è quello che il femminismo, in questo secolo, ha da ripensare.

Vogliamo essere partecipi di una rivolta che metta al centro e non rimuova i nostri corpi sessuati. Indignarsi, lo sappiamo, non basta. Non vogliamo essere una avanguardia, ma ci sentiamo anteprima di un mondo in cui la precarietà diventa il non-orizzonte che accomuna le vite. Così muore la politica come dimensione collettiva.

Vogliamo essere anteprima di una politica diversa, di una rivolta femminista.

Siamo femministe nove:
angela ammirati, giorgia bordoni, federica castelli, alessandra chiricosta, ingrid colanicchia, sabrina di lella, teresa di martino, alessia dro, serena fiorletta, eleonora forenza, angela lamboglia, gaia leiss, viola lo moro, valeria mercandino, roberta paoletti, simona pianizzola”.

qui il blog di Femministe Nove

La versione integrale del manifesto sarà pubblicata sul prossimo numero di DWF.

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