Ieri l’inserto culturale del Sole 24 ore ha lanciato in prima lo scoop “Elena Ferrante, le “tracce” dell’autrice ritrovata” a firma del pistarolo Claudio Gatti.

Seguendo principalmente movimenti contabili e atti del catasto  Gatti arriva a identificare Elena Ferrante in Anita Raja, scrittrice-traduttrice dal tedesco, in particolare di Christa Wolf, collaboratrice da anni dell’Editore e/o nonché moglie dello scrittore Domenico Starnone.

No news. Il nome di Raja si fa da sempre, ma stavolta il disvelamento del “mistero” Ferrante poggerebbe su prove documentali e altri riscontri.

Ma il mistero Ferrante è ben altro, e non c’è scoop che tenga. Sui social lettrici e lettori reagiscono con fastidio all’intrusione, soprattutto al tipo di pista –follow the money- su cui ci si è avventurati. Più che l’identità di Ferrante, il fatto che si parli di soldi smaschera il moto invidioso che anima l’ossessivo detecting sulla protagonista di questo successo planetario, perfino la futura  presidente degli Stati Uniti -a Dio piacendo- che come noi si perde fra i vicoli del rione e sta sveglia la notte “ipnotizzata” dalle Neapolitan Novels. Nessun grado di separazione tra lei e noi (e a me pare una grande opportunità).

La prima domanda che ci siamo fatte leggendo Ferrante non è mai stata: “chi sei?”, ma piuttosto “chi sono io?”. Una lettura ansiosa e all’erta, stando sveglie la notte a inseguire le tracce disturbanti disseminate nel testo, sapendo che prima o poi ci imbatteremo in qualcosa che abbiamo dimenticato di noi. Qualcosa di essenziale, lancinante, e anche ripugnante, che attende nel buio per rifarsi vivo. Sapendo che finiremo con lei in qualche scantinato a ingaggiare una sarabanda infernale.

L’espediente dell’anonimato ha facilitato questo travaso e questo spostamento da lei a noi, che fa un tutt’uno tra chi scrive e chi legge: una sola carne, per usare un’espressione che forse piacerebbe alla scrittrice. Lo scambio tra lei che scrive senza mostrarsi e te che leggi è alla pari, la storia non è di nessuna e perciò è di tutte, la narrazione ha la forza di un mito (o anche di un anonimo fotoromanzo, divorato sul letto a pancia in giù).

Se c’è un mistero Ferrante è proprio questo: una lingua che riconduce chi legge a quell’oscuro e materico tutt’uno a cui si potrebbe dare il nome di differenza femminile.

Lo scoop del Sole 24 ore non aggiunge nulla a questa esperienza, e anzi potrebbe impoverirla, violazione invidiosa e monetaria di un’intimità che viene sbattuta in prima pagina. Di qui la reazione stizzita delle lettrici, intessute e ri-tessitrici delle sue storie, e anche dei lettori, pronti a dimenticare questa storia del “nuovo cognome” (Raja).

Se incontrassi Anita Raja non le chiederei nulla di Lila e Lenù, certa che lei le conosce così come le conosco io. E lei non chiederebbe niente a me.

Elena Ferrante c’est moi, anzi, siamo noi.  

 

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