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pena di morte

Donne e Uomini, femminicidio, questione maschile maggio 30, 2014

Il governo italiano a fianco delle donne indiane

Caro Presidente Matteo Renzi, cara Ministra Federica Mogherini,

quella che vedete è una delle immagini più dure che io abbia mai pubblicato o semplicemente visto. Lo faccio dolorosamente ma consapevolmente.

Sono i corpi di due ragazzine, 14 e 15 anni, di Katra Shahadatganj, villaggio rurale dell’Uttar Pradesh, India Nord-Orientale, vittime di un atroce gang-rape, stupro di gruppo da parte di 7 uomini (fra cui due militari: non è un fatto infrequente) a cui sono seguite percosse e impiccagione.

Questa insopportabile immagine illustra la rilevanza delle questione maschile in un Paese come l’India dove si verifica uno stupro ogni 22 minuti -calcolando solo la punta dell’iceberg dei casi denunciati-. E dove le donne sono intese come povere cose a disposizione di chiunque, specie se appartenenti alle caste più umili come nel caso di queste due bambine. Tanto che la violenza maschile è diventata una faccenda politica di primaria importanza.

Questa immagine dimostra che cosa alcuni uomini sono disposti a fare solo per consumare un rapporto sessuale: o, più precisamente, dimostra l’odio feroce per le donne, contro le quali lo stupro diventa un’arma letale. La pubblico per questo.

Esiste una remota possibilità, secondo gli investigatori, che le due bambine non siano state impiccate dai loro aguzzini ma che si siano volontariamente appese all’albero di mango pur di non dover sopportare la vergogna. Più probabilmente sono stati gli stessi stupratori a tentare di uccidere le ragazze strangolandole e poi impiccandole per non correre il rischio di essere identificati.

La protesta silenziosa degli abitanti del villaggio che si sono radunati sotto il mango per sollecitare le ricerche da parte della polizia ha portato alla rapida cattura degli stupratori assassini.

Sarebbe importante che il governo italiano manifestasse la sua vicinanza al governo indiano, alle donne e agli uomini di buona volontà di quel Paese che si trovano ad affrontare una simile emergenza: la violenza sessista è una realtà universale, ma in India raggiunge le dimensioni di una catastrofe.

E anche che inducesse qualche dubbio sull’effettiva efficacia della pena capitale contro la violenza, misura invocata da molti indiani ma contrastata da altre e altri, in particolare dal movimento delle donne. La pena di morte, è ampiamente dimostrato, non funziona mai come deterrente.

Sul fronte della violenza, come mi spiega l’intellettuale Urvashi Butalia, aumenta anzi il rischio per le donne, che possono venire uccise dopo lo stupro in modo da non poter testimoniare; o che possono esitare a denunciare: spesso gli stupratori sono familiari e amici, e le vittime non vogliono la loro morte.

Credo, e tante e tanti con me, che di fronte a una vicenda come questa qualcosa si debba fare.

 

Aggiornamento martedì 3 giugno: un altro caso orribile. Violentata, costretta a ingurgitare acido e strangolata.

Aggiornamento mercoledì 4 giugno: ormai un bollettino quotidiano. Un’altra ragazza impiccata.

 

 

femminicidio, questione maschile gennaio 3, 2014

India: morire di pena di morte

India. Manifestazioni contro la violenza sessuale

Era una bambina di 12 anni l’indiana stuprata da un branco di 6 uomini e poi bruciata viva a Madhyagram, nei pressi di Calcutta. Ed era incinta. Il primo stupro il 25 ottobre, il secondo il giorno successivo, dopo che la bambina era andata a denunciare la violenza. Il 23 dicembre due degli stupratori si sono introdotti a casa sua e le hanno dato fuoco. La bambina è morta dopo qualche giorno di agonia. Sei uomini sono stati arrestati e a Calcutta sono esplose le proteste.

Da qualche mese in India, in seguito allo stupro e all’uccisione della 23enne Jyoti Singh Pandey, la violenza sessuale è punita con la pena di morte. Il movimento delle donne indiane aveva messo in guardia contro la decisione di introdurre la pena capitale per gli stupratori: molte meno donne avrebbero avuto il coraggio di denunciare, e le stuprate avrebbero rischiato l’eliminazione fisica: esattamente quello che è capitato a Calcutta. Rileggete quello che ci aveva detto a riguardo l’intellettuale femminista Urvashi Butalia.

La politica dell’inasprimento di pena non funziona per i reati sessuali: invocare  la pena di morte è una comprensibile risposta emotiva, ma di nessuna efficacia. Al contrario, può aumentare i rischi per le vittime.

Fatte le debite proporzioni, gli aumenti di pena e la non revocabilità della querela introdotti nel nostro Paese dal recente decreto antifemminicidio non costituiscono un passo avanti: anche da noi la definitività può scoraggiare le denunce.

Le cose da fare sono ben altre.