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occupazione femminile

Donne e Uomini, Politica, questione maschile maggio 19, 2015

Renzie, le nonne e le fidanzate: un immaginario anni Cinquanta

Parlando di pensioni, il premier Matteo Renzie ha sostenuto che

«se una donna a 61, 62 o 63 anni vuole andare in pensione due o tre anni prima, rinunciando a 20-30-40 euro, per godersi il nipote anziché dover pagare 600 euro la baby sitter, bisognerà trovare le modalità per cui, sempre con attenzione ai denari, si possa permettere a questa nonna di andarsi a godere il nipotino».

Avrebbe anche parlato delle fidanzate che possono essere portate a cena fuori perché il fidanzato ha 80 euro in più in busta paga.

Un meraviglioso mondo strapaesano e Happy Days, in cui le sessantenni sono nonne di default (avvisare il premier che non lo sono poi tanto, in questo Paese si fanno pochissimi figli e nipoti perché non c’è abbastanza lavoro per le figlie delle nonne e i servizi scarseggiano -dirgli anche questo- e infatti come lui ben sa si devono “pagare 600 euro per la baby sitter”) e il massimo godimento loro consentito è spingere il passeggino.

Dirgli che nonne o non nonne, le sessantenni che girano oggi oltre che sferruzzando calze e confezionando bambole di pezza (pigotte), godono in parecchi altri modi: trascurando i sollazzi intimi, le vecchiette viaggiano, si informano, sono quelle che leggono di più e che affollano maggiormente i teatri e le mostre, fanno politica, fanno impresa, aspirano non solo a rigovernare ma anche a governare, quando lasciano il lavoro spesso se ne inventano un altro, e magari sono perfino breadwinner. Non è affatto detto che intendano continuare a sostituirsi ai servizi che andrebbero erogati dagli enti pubblici, inchiodate fino al decesso al ruolo di welfare vivente. 

Avvisarlo anche del fatto che oggi le fidanzate sono talmente scostumate da aspirare a pagarsi la pizza in proprio, e magari non solo quella, guadagnandosi la vita da sole: anche perché in genere sono più brave dei fidanzati, studiano di più, si laureano meglio, insomma se lo meriterebbero, al netto dei corsi di economia domestica e punto croce.

Un sorprendente immaginario anni Cinquanta con gonna a palloncino -consolatorio per il premier, agghiacciante per noi- che spiega in modo lampante i molti ritardi sul fronte delle politiche a favore delle donne (occupazione, smart work, servizi, diritti) e una certa resistenza a comprendere che il Paese non va avanti se le donne restano indietro a fare torte di mele e cotonarsi i capelli prima di cena.

Decisamente da rottamare.

Con una visione del genere, molto più vecchietta delle sessantenni, non andiamo da nessuna parte.

p.s: nel mio caso, al nipotino ci ha pensato il nonno.

 

Femminismo, Politica maggio 15, 2015

La donna-carota, il femminismo di Stato, e quella cessa di Valeria Fedeli

La Donna Carota di Luigi Serafini, opera esposta a Expo, padiglione Eataly

Nessuna si arrabbi, per favore, per il titolo -la pazienza di leggere e spiego-. E nemmeno per l’orrore della Donna Carota, opera di Luigi Serafini esposta nel padiglione Eataly di Expo, e senza che nessuna faccia un plissé: salma carotizzata con allusive carote in mano. Ortopornonecrofilia.

In questo tempo del 50/50 (al governo, nei cda, dappertutto) per cui si è tanto combattuto, le donne di questo Paese NON stanno meglio. Un quid di femminismo è diventato quasi obbligatorio per ogni perfetta moglie borghese, come il filo di perle e la petite robe noir. Parità cosmetica che copre una situazione alquanto difficile.

Occupazione ai minimi, gap salariale in aumento, dimissioni in bianco ancora attive: problemi significati dalla natalità a picco, perché quando le donne non lavorano non nascono bambini. Welfare e servizi ancora al grado zero, la gigantesca fatica del quotidiano ancora tutta sulle spalle delle donne. Le legge 194 non funziona più causa colossale obiezione di coscienza e le donne sono costrette a migrare da una regione all’altra per un’interruzione di gravidanza o a comprarsi abortivi online rischiando la pelle. La legge 40 sulla fecondazione assistita -meglio, ciò che ne resta: ieri una sentenza ha dato l’ennesimo colpo, abolendo il divieto di accesso per le coppie fertili ma portatrici di malattie genetiche- attende invano l’ennesimo vaglio del Parlamento. Quanto ai cosiddetti diritti o temi eticamente sensibili (dalle coppie di fatto al fine vita), fermo assoluto. Il rischio che il Partito Democratico sostenesse una legge di regolarizzazione della prostituzione (con tanto di tesserino di idoneità: qui ne abbiamo parlato a lungo) sembra sventato: in sintonia con il resto d’Europa si vira in senso quasi-abolizionista, il cambio di rotta è solo di pochi giorni fa, e sono state necessarie molte lotte. Abbiamo avuto l’amarezza di una consigliera di Parità del Governo a favore delle zone a luci rosse, nonché firmataria di un piano antiviolenza molto carente che, contro la Convenzione di Istanbul, marginalizza le Case delle Donne in prima linea da trent’anni, e non sembra voler assumere le metodologie maturate in queste fondamentali esperienze, burocratizzando, sanitarizzando e securitarizzando l’aiuto alle vittime di violenza, approccio fallimentare. Sembra proprio che la parità faccia fuori la differenza femminile.

Si sta a difendere i minimi. E, detto per inciso: qui c’è un intero programma politico per chi volesse assumerlo.

La parola d’ordine ideologica dello pseudo-femminismo paritario, sentita più volte con le mie orecchie, è “far fuori il vecchio femminismo”: ma a quanto pare senza “il vecchio femminismo” 1. le giovani emancipate oggi non sarebbero lì a occupare quelle posizioni  2. pur con il “nuovo femminismo” le donne di questo Paese stanno peggio, è un fatto.

Vengo alla seconda parte del ragionamento: c’è una perniciosa tendenza femminile a permanere nel lamento e nell’elencazione dei problemi -quella di vittima resta un’identità, per quanto ambigua- con una specie di idiosincrasia per le soluzioni. Per esempio, qui abbiamo più volte raccontato come si potrebbe garantire sia il funzionamento della legge 194, sia il diritto all’obiezione di coscienza che, piaccia o non piaccia, non può essere negato: ecco la proposta. Ma nessuna associazione, nessun collettivo, nessuna del movimento ha inteso finora farsene carico.

C’è anche di peggio: un’analfabetizzazione preoccupante che chiede si corra ai ripari.

Ieri, sulla pagina Facebook di una sindacalista legata al femminismo è comparsa una fotografia di Valeria Fedeli, a sua volta ex-leader sindacale e attuale vicepresidente del Senato. La foto è impietosa: occhiaie, gonfiori, una normale over sixty affaticata dal superlavoro e male illuminata dal flash. La sindacalista ce l’ha politicamente con Fedeli: legittimissimo, anch’io sono arrabbiata con Valeria per alcune cose. Ma per colpirla non usa argomenti politici come dovrebbe, regredendo a una misoginia pre-politica invidiosa, e quindi umiliando anche se stessa: ti indebolisco parlando del tuo aspetto fisico e della tua non-desiderabilità (e non mi accorgo che nel contempo indebolisco anche me).

Io sarò una cessa” scrive la tipa. “Ma poi mi guardo in giro e mi trovo persino bella!”. Segue una marea di commenti di donne, in uno stupefacente crescendo misogino. “Le hanno oscurato gli specchi”. “Se la mia nipotina fa i capricci le dico… guarda che chiamo la Fedeli!”. “Quella è un mocio vileda”. “E’ brutta quanto arrivista e presuntuosa”. “Ma chi è? Fa parte della famiglia Addams?”. “E’ un clown truccato male”.

La cosa mi fa pensare agli avversari politici -maschi- di Hillary Clinton, candidata alla presidenza degli Stati Uniti, quando cercano di renderla insicura stringendo l’obiettivo sulle sue rughe. Serve ben altro per tagliare le gambe alla ragazza. Idem per Valeria Fedeli, per come la conosco.
Ma una riflessione sullo stato delle cose è molto urgente.

 

 

Donne e Uomini, economics, italia, lavoro marzo 31, 2015

Gap salariale tra donne e uomini: una proposta di legge

 

Proprio oggi l’Istat diffonde nuovi disastrosi dati sulla disoccupazione, e in particolare sul calo costante dell’occupazione femminile. Nelle settimane scorse abbiamo appreso che uno dei pochi dati positivi che riguarda il lavoro delle donne nel nostro Paese, un gap salariale inferiore alla media europea (7.3 contro 16 per cento), si sta progressivamente ampliando, mentre negli altri Paesi la forbice tende a ridursi.

La trasparenza e la pubblicità delle retribuzioni nelle aziende (fatta salva la privacy: cioè omettendo l’identità dei singoli lavoratori e nominando solo  il genere di appartenenza) è il primo passo necessario per contrastare la disparità salariale: è questo il senso della proposta di legge depositata oggi da Pippo Civati del Pd, a inaugurare un pacchetto di leggi “dedicate” alla cittadinanza femminile (e dati i vantaggi che ne deriverebbero, a tutto il Paese).

Ecco il testo della proposta.

“Onorevoli colleghi! Il divario retributivo di genere è un fenomeno complesso che
riguarda sia la cosiddetta “discriminazione diretta”, cioè a parità di lavoro, sia le
differenziazioni di mansioni e di settori. Si tratta di un divario troppo ampio, che, a
livello di Unione Europea, si attesta in media intorno al 16%.
Colmare questo divario è necessario anzitutto per motivi di giustizia e di uguaglianza.
Ricordiamo che l’articolo 37 della Costituzione afferma che «la donna lavoratrice ha gli
stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore». I
destinatari di questo imperativo sono tutti i soggetti, pubblici e privati, da cui dipenda il
rispetto dello stesso, compresi quindi i datori di lavoro, ai quali la presente proposta in
particolare si rivolge.
Peraltro, deve considerarsi come dal superamento del divario si trarrebbero vantaggi
anche per l’economia, un riconoscimento adeguato del lavoro delle donne essendo
generalmente riconosciuto come un importante fattore di crescita.
Al fine di assicurare la piena realizzazione della parità salariale molti sono gli interventi
da porre in essere, anche attraverso la revisione di alcune norme esistenti, intervenendo
su sanzioni e incentivazioni, ma il punto da cui partire in modo semplice e immediato
può essere quello della trasparenza.
Si tratta di un elemento su cui puntano oggi sia l’Unione europea sia Paesi
economicamente forti e sviluppati e che ci sembra il caso di riprendere e – per certi
versi – anticipare.
Infatti, il 7 marzo 2014 la Commissione europea ha adottato una raccomandazione «sul
potenziamento del principio della parità retributiva tra donne e uomini tramite la
trasparenza».
Per questo la Germania, che certamente presenta un divario retributivo molto più ampio
del nostro, si sta dotando di una legge per la parità salariale di grande significato, che
prevede la pubblicizzazione degli stipendi di un’azienda, senza indicare i nominativi dei
lavoratori, ma associando alle cifre il riferimento al gruppo di appartenenza e quindi al
genere.
Una soluzione che si combina perfettamente con la decisione del governo tedesco e
della sua maggioranza di introdurre un salario minimo stabilito per legge, come anche in
Italia sarebbe auspicabile che si facesse.
 
Una soluzione avanzata dal governo di Grosse Koalition guidato da Angela Merkel, e in
particolare dalla ministra Manuela Schwesig, ministra federale alla famiglia.
I dati in Italia ci dicono che, per una volta, il nostro Paese è in testa alle classifiche
europee, perché il gap è solo del 7,3%. Il dato che allarma è però che la differenza
aumenta, mentre negli altri Paesi diminuisce.
Con un testo di legge chiaro e semplice, che rinvii all’intervento del Governo, entro
poche settimane, si può intervenire immediatamente, perché il nostro Paese sia alla pari
con i migliori standard di civiltà e riconosca quell’equilibrio tra uomini e donne che è
un fattore di qualità imprescindibile della nostra democrazia e della nostra Costituzione,
perché ogni ostacolo sia rimosso e superato nella nostra vita sociale.

Articolo 1
1. Al fine di colmare il divario retributivo tra i sessi, le imprese e le organizzazioni sono
tenute a garantire la trasparenza e la pubblicità della composizione e della struttura
salariale della remunerazione dei propri dipendenti, avendo cura di non indicare alcun
elemento identificativo personale, salva la appartenenza di genere, secondo quanto
previsto al successivo articolo 2.
Articolo 2
1. Il Governo, entro tre mesi dall’entrata in vigore della presente legge, adotta uno o più
decreti legislativi con cui definisce:
A) le modalità per assicurare la trasparenza e la pubblicità della composizione e della
struttura salariale della remunerazione dei dipendenti;
B) le sanzioni per la violazione degli obblighi di trasparenza e pubblicità di cui
all’articolo 1 e delle modalità per assicurarne il rispetto.
2. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, lettera A), il Governo si attiene ai
seguenti principi e criteri direttivi:
a) assicurare il rispetto della normativa sulla privacy, escludendo in ogni caso la
presenza di qualunque dato anagrafico diverso dalla appartenenza di genere;
b) prevedere la chiara identificazione della appartenenza di genere;
c) prevedere la chiara identificazione della composizione e della struttura salariale;
d) assicurare che ciascun lavoratore conosca, senza dovere presentare richiesta, la
retribuzione e ogni altra forma di remunerazione, compresi i bonus, di tutti i lavoratori
dipendenti della medesima impresa o organizzazione;
e) assicurare che ciascun lavoratore possa consultare, senza dovere presentare richiesta,
per un periodo di almeno sessanta mesi, la retribuzione e ogni altra forma di
remunerazione, compresi i bonus, di tutti i lavoratori dipendenti della medesima
impresa o organizzazione;
f) assicurare che le prerogative di cui alle lettere d) ed e) siano assicurate anche alle
associazioni sindacali;
g) assicurare che le imprese con almeno cinquanta dipendenti informino regolarmente i
dipendenti, i rappresentanti dei lavoratori e le parti sociali sulla retribuzione media per
categoria di dipendente o posizione, ripartita per genere;
h) assicurare che le imprese e le organizzazioni con almeno duecentocinquanta
dipendenti svolgano audit salariali da mettere a disposizione dei rappresentanti dei
lavoratori e delle parti sociali.
3. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, lettera B), il Governo si attiene ai
seguenti principi e criteri direttivi:
a) prevedere sanzioni amministrative adeguate e ragionevoli per il caso di mancato
adempimento all’obbligo di rendere pubbliche le retribuzioni e ogni altra forma di
remunerazione;
b) prevedere sanzioni amministrative adeguate e ragionevoli per i casi di mancato
rispetto delle modalità previste per assicurare le forme di trasparenza e di pubblicità di
cui alla presente legge e ai decreti delegati emanati in base alla stessa;
c) prevedere un progressivo aumento della sanzione per il caso in cui le violazioni di cui
alle lettere a) e b) del presente comma risultino gravi e reiterate.
Art. 3
La presente legge entra in vigore il giorno successivo alla sua pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale”.

Donne e Uomini, economics, italia, lavoro, Politica settembre 25, 2014

Welfare non vuole dire “dare una mano alla mamma”

Il capitolo 5 della legge delega sul lavoro -lo leggete integralmente in coda al post- riguarda in particolare le donne. Si parla, correttamente, di indennità di maternità universale, di misure di incentivazione del lavoro femminile -come il tax credit-, di flessibilità d’orario e di telelavoro, di conciliazione e di congedi parentali anche per i padri.

Per esempio, al punto d: “incentivazione di accordi collettivi volti a favorire la flessibilità dell’orario lavorativo e dell’impiego di premi di produttività, al fine di favorire la conciliazione tra l’esercizio delle responsabilità genitoriali e dell’assistenza alle persone non autosufficienti e l’attività lavorativa, anche attraverso il ricorso al telelavoro”.

L’adozione di misure di flessibilità worker-friendly in realtà non costuirebbe solo un vantaggio per i lavoratori e le lavoratrici: secondo la School of Management del Politecnico di Milano, la diffusione di modelli di lavoro agile o smart Working può portare alle imprese un beneficio di ben 37 miliardi l’anno tra riduzione dei costi di gestione e aumento di produttività, oltre a 4 miliardi di riduzione per trasporti e pranzi fuori (e alla riduzione di 1.5 milioni di tonnellate di inquinanti come il CO2 ogni anno).

Ma il punto è un altro: sembra resistere, in questa impostazione, l’idea di un welfare saldamente basato sulla famiglia -leggi: donna-  intesa come il principale erogatore di servizi -lavoro di cura- destinati ai suoi membri. Famiglia (donna) a cui lo Stato offre il suo supporto.

Una cosa un po’ anni Cinquanta.

Questo modello familista-mediterraneo, diffuso in Spagna, Portogallo, Grecia e Italia, Stati che delegano moltissimo alle donne, non fa crescere occupazione femminile né natalità (le due cose, come dovremmo ormai avere imparato, vanno di pari passo). Si crea cioè una paralisi di sistema. Sarebbe interessante ragionare su quanto questi modelli di welfare contribuiscono al rischio default in quei Paesi.

Si dovrebbe passare dall’impostazione familista (il più lo fa la donna, lo Stato dà una mano) a un modello di welfare inteso come servizi alla persona, sulla base delle sue effettive necessità. Non si tratta, cioè, di “dare una mano alla mamma” -che se possibile sta a casa a occuparsi di tutti-, si tratta di considerare le necessità di un cittadino-a contribuente (che ha fatto un bambino, o è invecchiato, o non è autosufficiente) e di corrispondervi, tenendo conto del suo reddito.

Questa impostazione, che richiede un vero e proprio salto culturale, è alla base del modello di welfare francese, definito dall’Ue come l’eccellenza a cui fare riferimento. Gli effetti sono virtuosi: liberazione di energie femminili, crescita di occupazione femminile e corrispettivamente di natalità, esternalizzazione e creazione di un indotto di servizi, che con l’uscita dal nero (il nostro sistema di colf-badantato, per chiamarlo così, è per almeno la metà sommerso) comporterebbe anche un maggiore introito fiscale per lo Stato, e via dicendo.

Se si deve riformare, proviamo a farlo davvero, “cambiando verso” innanzitutto nelle nostre teste.

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Art. 5.

(Delega al Governo in materia di maternità e conciliazione dei tempi di vita e di lavoro)

1. Allo scopo di garantire adeguato sostegno alla genitorialità, attraverso misure volte a tutelare la maternità delle lavoratrici e favorire le opportunità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro per la generalità dei lavoratori, il Governo è delegato ad adottare, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri e del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto, per i profili di rispettiva competenza, con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi per la revisione e l’aggiornamento delle misure volte a tutelare la maternità e le forme di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

2. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, il Governo si attiene ai seguenti principi e criteri direttivi:

a) ricognizione delle categorie di lavoratrici beneficiarie dell’indennità di maternità, nella prospettiva di estendere, eventualmente anche in modo graduale, tale prestazione a tutte le categorie di donne lavoratrici;

b) garanzia, per le lavoratrici madri parasubordinate, del diritto alla prestazione assistenziale anche in caso di mancato versamento dei contributi da parte del datore di lavoro;

c) introduzione del tax credit, quale incentivo al lavoro femminile, per le donne lavoratrici, anche autonome, con figli minori e che si trovino al di sotto di una determinata soglia di reddito complessivo della donna lavoratrice, e armonizzazione del regime delle detrazioni per il coniuge a carico;

d) incentivazione di accordi collettivi volti a favorire la flessibilità dell’orario lavorativo e dell’impiego di premi di produttività, al fine di favorire la conciliazione tra l’esercizio delle responsabilità genitoriali e dell’assistenza alle persone non autosufficienti e l’attività lavorativa, anche attraverso il ricorso al telelavoro;

e) favorire l’integrazione dell’offerta di servizi per l’infanzia forniti dalle aziende nel sistema pubblico-privato dei servizi alla persona, anche mediante la promozione dell’utilizzo ottimale di tali servizi da parte dei lavoratori e dei cittadini residenti nel territorio in cui sono attivi;

f) ricognizione delle disposizioni in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, ai fini di poterne valutare la revisione per garantire una maggiore flessibilità dei relativi congedi, favorendo le opportunità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro;

g) estensione dei principi di cui al presente comma, in quanto compatibili e senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, con riferimento al riconoscimento della possibilità di fruizione dei congedi parentali in modo frazionato e alle misure organizzative finalizzate al rafforzamento degli strumenti di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

Donne e Uomini, economics, italia, lavoro, Politica, questione maschile, Senza categoria settembre 22, 2014

#Jobsact: c’è troppo poco sul lavoro femminile

Da anni ci viene raccontato -da Bankitalia, dall’Ocse, non da femministe “interessate”- che un aumento dell’occupazione femminile in Italia in direzione di quell’obiettivo di Lisbona indicato nel 60 per cento, avrebbe effetti virtuosi, anzi virtuosissimi, non solo sulla vita delle donne nel nostro Paese, ma anche sul Pil, sulla natalità (siamo la nazione meno prolifica nonché la più anziana d’Europa, e tanti di quei pochi che nascono a 18 anni ci salutano) e via dicendo.

Lo abbiamo letto in molti editoriali firmati prevalentemente da editorialisti uomini (gli editorialisti restano quasi esclusivamente uomini): più donne al lavoro farebbero + 7 punti di Pil secondo Bankitalia, una dozzina in più secondo l’Ocse. Generebbero un indotto occupazionale, “esternalizzando” servizi di cura oggi delegati quasi esclusivamente a loro, 3 miliardi di ore lavoro annue gratuite:  secondo l’Ue la riorganizzazione e la valorizzazione del settore dei servizi alla persona potrebbero creare 7 milioni e mezzo di nuovi posti di lavoro. Una ristrutturazione del welfare sul modello francese, che l’Europa indica come l’eccellenza assoluta, trasformerebbe il settore dei servizi da costo per lo Stato in Pil aggiuntivo. La natalità aumenterebbe: contrariamente a quanto ci si ostina a credere, più le donne lavorano fuori casa, più figli fanno. Inoltre una massiccia femminilizzazione potrebbe innovare profondamente l’organizzazione del lavoro: le donne sono le più interessate a una flessibilità worker-friendly: part time, telelavoro, tempi elastici, coworking e così via. Secondo la School of Management del Politecnico di Milano, la diffusione di modelli di lavoro agile o smart working può portare alle imprese un beneficio di ben 37 miliardi l’anno tra riduzione dei costi di gestione e aumento di produttività, oltre a 4 miliardi di riduzione per trasporti e pranzi fuori, e alla riduzione di 1.5 milioni di tonnellate di inquinanti come il CO2 ogni anno. Altro effetto virtuoso.

Tutte ottime ragioni per posizionare l’occupazione femminile al centro di una efficace riforma del lavoro nel nostro Paese. Vedremo i dettagli del jobsact, ma non mi pare che questo stia capitando -tolto il giustissimo intento di estendere l’indennità e le tutele alla maternità oltre il “recinto” delle garantite, e qualche forma di incentivazione per le imprese che assumono donne-.

I famosi Pigs, dove la crisi morde di più, sono proprio quelli in cui gli stati delegano moltissimo alle donne, intese come welfare vivente. In quei Paesi, Italia compresa, l’occupazione femminile non cresce e la natalità nemmeno, si crea cioè una paralisi di sistema. Si dovrebbe ragionare su quanto questi modelli di non-welfare e non-occupazione femminile contribuiscono al rischio default.

Resiste invece un’idea del lavoro femminile come un di più, un lusso a cui dover rinunciare nei momenti di vacche magre.

Ma pensare ai lavoratori come lavoratrici sarebbe il cambiamento più formidabile.

Donne e Uomini, Politica, questione maschile dicembre 3, 2012

+Asili nido = +27% di Pil. Parla Ohlsson

Brigitta Ohlsson, 37 anni, ministra svedese per i rapporti con la Ue

La nostra misoginia costa cara molto cara all’Europa.

Perché “se in Europa le donne lavorassero quanto gli uomini, il Pil della Ue farebbe registrare un incremento del 27%“. Lo dice Birgitta Ohlsson, ministro svedese per i rapporti con la Ue, in un discorso pubblicato da “Il Fatto” (che ringrazio) di una linearità e di una chiarezza quasi commovente. Se la nostra politica non farà capitare qualcosa su questo fronte, e se le donne di questo Paese non lo faranno saltare in aria, possiamo sempre sperare di essere invasi dalla Svezia.

Riproduco qui il discorso di Ohlsson senza aggiungere una parola (salvo una precisazione sull’Italia) a cominciare dal suo folgorante attacco. Ascoltatela.

Oggi sono qui come ministro svedese, ma anche come femminista e come madre. Se in Svezia non esistesse un sistema di assistenza all’infanzia di elevatissima qualità, probabilmente oggi non potrei fare il ministro. La rivoluzione ha avuto inizio nel mio Paese con la generazione di mia madre: le donne nate negli anni ’40 riempirono le aule universitarie e fecero della Svezia il primo Paese al mondo nel campo della parità tra i sessi nel lavoro e nella società.

Mi preme sottolineare che la Svezia non avrebbe mai potuto diventare il Paese guida come numero di parlamentari donne, come presenza femminile ai vertici del mondo, delle aziende, dei Consigli di amministrazione e delle università senza un sistema di assistenza all’infanzia finanziato dal welfare e aperto a tutti i cittadini.

Il 26 agosto 1971 la femminista e giornalista americana Gloria Steinem scrisse sul “New York Times”: “Moltissimi bambini americani soffrono per una eccessiva presenza della madre e una insufficiente presenza del padre”: Ancora oggi per la maggior parte dei politici europei genitorialità è sinonimo di maternità. Il dramma è che molte donne non possono lavorare perché completamente assorbite dalla cura dei figli. In Europa le donne sono mediamente più istruite degli uomini, eppure solo il 60 per cento lavora (le darò una notizia sconvolgente, signora Ohlsson: in Italia siamo al 47,2 per cento, nella fascia 20-25 anni siamo al 29 per cento, e nessuno fa una piega! ndr). Da noi in Svezia lavora il 77 per cento circa delle donne.

Il fatto è che bisogna capire che la diseguaglianza di genere ha un prezzo economico per i singoli Paesi e per l’Unione Europea nel suo complesso. Certo, la discriminazione sessuale è un fatto culturale, ma sarebbe un grave errore sottovalutare l’impatto che su questa realtà possono avere misure legislative studiate per mettere le donne in condizione di occupare il posto che meritano nella società.

Se in Europa le donne lavorassero quanto gli uomini, il Pil della Ue farebbe registrare un incremento del 27 per cento, stando a una ricerca condotta dall”Università svedese di Umea. A mio giudizio non bisogna intervenire con provvedimenti adottati dalle istituzioni della Ue, ma ciascun Paese deve compiere un proprio percorso partendo dal riconoscimento del rapporto esistente tra assistenza all’infanzia e crescita economica.

In Svezia, già da molto tempo, il congedo parentale viene concesso tanto ai papà quanto alle mamme e le conseguenze sono state positive sotto tutti i punti di vista: è diminuito il divario tra uomini e donne, è migliorata l’armonia all’interno della coppia, è diventato più solido il rapporto affettivo dei padri con i loro figli.

Le pari opportunità tra uomini e donne sono una delle grandi sfide dell’Unione Europea. La Svezia in questo campo è un Paese all’avanguardia. Il modello di assistenza all’infanzia esistente in Svezia è un modello esportabile in tutta Europa. Sono convinta che il giorno in cui questa sfida sarà stata vinta in tutta Europa il nostro continente conoscerà una stagione di prosperità e benessere senza precedenti”.