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Politica, TEMPI MODERNI novembre 7, 2013

Trend De Blasio: la sinistra che vince restando a sinistra

Bill De Blasio balla con i figli Chiara e Dante

Non è il caso di farsi troppe illusioni -alla prova dei fatti tutti i miti si appannano- ma la vittoria di Bill De Blasio, nuovo sindaco di New York, segna un bel cambio di passo. Da una politica securitaria-finanziaristica a una decisa impostazione sociale. Bill dice che sarà il sindaco del 99 per cento dei newyorkesi: evidente il richiamo al 99 vs 1 di Occupy Wall Street. Nel suo programma parte dagli ultimi (lui stesso è figlio della lower class di Brooklyn): più tasse per chi guadagna oltre 500 mila dollari l’anno per finanziare gli asili nido, cambiare la legge sui salari minimi, convivenza multietnica (la sua famiglia è un vero melting pot), città sempre più gay friendly. Perfino attenzione ai diritti degli animali, ultimi fra gli ultimi: vuole abolire le carrozzelle intorno a Central Park per evitare sofferenze ai cavalli.

E poi lavoro, lavoro, lavoro.

Insomma, una sinistra che fa la sinistra. E vince.

Se è vero che quasi tutte le tendenze politiche, culturali e di costume, come le perturbazioni atlantiche ci arrivano regolarmente da Ovest, consiglierei a tutti gli amici di sinistra -tantissimi- convinti che per vincere la sinistra debba diventare di destra, di guardare a quest’omone mezzo tedesco e mezzo italiano, con moglie nera e bisex e figli di nome Chiara e Dante ancora più meticci di lui, per dubitare della loro strategia, che è già invecchiata.

La sinistra che fa la sinistra vince. Essendo semplicemente, come dovrebbe essere per sua natura, il partito del lavoro.

 

 

Politica novembre 8, 2008

FUJETEVENNE

Leggo su un librino di cui vi consiglio la lettura (AA VV, “La vita alla radice dell’economia”, Mag: sapete che ho questo pallino, di questi tempi) una riflessione di Maria Teresa Giacomazzi che mi rappresenta completamente, e in cui probabilmente anche voi vi ritroverete:

“Sentiamo sofferenza, quando il denaro viene dissipato e inutilizzato, utilizzato male, sperperato. Possibile che quando si tratta di soddisfazione del bisogno sociale, di una giusta remunerazione del lavoro, il denaro ci sia sempre a stento e poco, e poi lo ritroviamo inpiegato tutto da altre parti… Abbiamo l’urgenza politica di dirci dove va il denaro e come aprire una lotta su questo”.

Ecco, per esempio. Ho sentito che mentre la delegazione del Pd ha scelto un ristorante di Soho per seguire le elezioni presidenziali americane -mangiando e bevendo, I suppose-, quella del Pdl ha preferito un locale del Rockfeller Center, sempre con libagioni. A New York, è vero, era ora di cena, mentre qui, a Montemario o a Porta Venezia, avrebbero dovuto fare la veglia. Meno suggestivo, certo. Ma sarebbe stato esattamente lo stesso. Obama era a Chicago, e McCain a Phoenix: la diretta tv vista da Manhattan era uguale a quella di Cinisello Balsamo.

I tempi complicati come questi, e in prossimità di uno dei Natali più problematici degli utimi trent’anni, si vorrebbe almeno l’esempio. Ipocrita, per carità: non saranno quelle poche decine migliaia di euro a salvare il bilancio dello stato. Ma se quel viaggio negli Usa è stato a carico dei contribuenti, e poi per dire quelle tre cretinate che ho sentito in tv (“questa è una grande democrazia…”, “Obama è amato dalla gente” e altre raffinatissime analisi politiche), ecco, forse se ne poteva fare a meno.

Ma c’è speranza che questa gente cambi? Che assuma in prima persona il cambiamento, voglio dire, e che lo pratichi? Che dica: no, io me ne sto a casa, rinuncio a qualcuno dei miei privilegi, voglio vivere come gli altri cittadini di questo paese, condividerne condizioni e stato d’animo? Non si pretende l’integrità di Simone Weil, che lasciò gli studi e l’insegnamento e andò a lavorare in catena alla Renault per poter “parlare della causa operaia con cognizione di causa”. Basterebbe molto, ma molto meno. Ma nemmeno questo poco arriva.

C’è stata “La casta”, perfino il Papa raccomanda ai preti di non scialare. Ma i nostri rappresentanti eletti continuano esattamente come prima, con protervia. E anzi, si aumentano gli stipendi.

Ecco, sono tremendamente frustrata. Non volevo aprire l’ennesimo blog che parla di queste cose, la rete ne è piena zeppa, e comprensibilmente. Penso che l’unica cosa sia non attendersi più nulla di lì, e attendere invece felicemente alle proprie passioni e alle proprie relazioni, costruire in ogni momento della giornata il mondo che vorremmo e viverlo da subito. Tenere lontano di lì anche lo sguardo, svuotare di significato, con una disattenzione militante e non violenta, e forse perfino con la rinuncia al voto, una democrazia che non funziona più. Ma ci sono giorni in cui resto intrappolata nella rabbia. Vedo mio figlio e i suoi compagni, vedo la loro università minacciata, e il loro futuro così incerto, e mi viene da dirgli “Fujetevenne”. Scappate di qui, appena potete.

Archivio maggio 29, 2008

INDOVINA CHI INVITO A CENA?

Sabato sera, su un treno che corre in mezzo alla pianura. Sale a Codogno una signora nera con i più incredibili capelli che io abbia mai visto. Una massa di centinaia di treccine color bronzo raccolte in un torchon barocco e compatto che le ricade a metà schiena. Le colonne dell’altare maggiore a San Pietro. Gliele strapperei una a una, quelle trecce superbe. La lascerei spennata come un pulcino. Quel tesoro lo vorrei tutto per me: sana, purissima e infantile invidia per quella meraviglia della natura.
Poco più tardi, sul metrò giusto, qualche raro italiano oltre a me –siamo sempre i più eleganti…- e poi una gran quantità di filippini, marocchini, cingalesi, peruviani, senegalesi, ucraini, moldavi, croati. Mi pare di essere all’estero. Mi ricordo da ragazzina le prime volte che andavo a Parigi, l’odore eccitante delle spezie e del kebab, tutte quelle facce nere e quei vestiti colorati. Non parliamo di New York, razze mai viste, tipo gli aborigeni australiani. Li abbiamo anche qui, adesso. La mia preferenza, devo dire, il mio gusto degli altri è per la festosità latinoamericana. Mentre –razzismo compatibile- detesto quel puzzo d’aglio, specie in metropolitana: ma quanto diavolo ne mangiano? anche la mattina, poi?
Capisco all’improvviso, catastroficamente, lo capisco nella carne, voglio dire, che d’ora in avanti si dovrà tenere conto anche di loro. Qualunque cosa abbiamo in mente di fare –aprire un negozio, fare un nuovo giornale, scrivere un libro-, andrà fatto anche per loro, pensando a loro. Capisco che se le cose andranno al loro meglio, ed è quello che tutti speriamo, il “noi” e il “loro” si stempereranno rapidamente: avete in mente certi ragazzini neri come la pece che già parlano un lombardo magnifico, certi occhi azzurri con la plica mongolica? Capisco che la nostra razza bianchiccia, esangue e procreativamente stipsica dovrà mischiare il proprio genio e i propri geni ai loro, per durare ancora qualche annetto.
Mi rendo conto che i leghisti si arrabbieranno. E del resto, più meticcia di me, dalla Germania al profondo sud… Indovina chi invito a cena?
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)