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legge 194

bambini, salute novembre 12, 2015

Legge 40: la Consulta autorizza la preselezione degli embrioni. E’ eugenetica?

Una nuova sentenza della Corte Costituzionale sulla legge 40 sulla fecondazione assistita, smontata pezzo a pezzo: in quest’ultimo caso si è stabilito che una coppia portatrice di gravi malattie genetiche può chiedere di preselezionare gli embrioni sani destinati a essere impiantati.

La legge 40 lo vietava: secondo i giudici della Consulta in violazione  degli articoli 3 (uguaglianza) e 32 della Costituzione (diritto alla salute), oltre che del diritto al rispetto della vita privata e familiare. Le linee guida del Ministero per la Salute dovranno adeguarsi perché ogni ospedale pubblico o privato garantisca la diagnosi pre-impianto anche alle coppie fertili portatrici di patologie genetiche.

La legge 194 sull’aborto consente già l’interruzione terapeutica di gravidanza “quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”. Secondo la legge 194, quindi, l’aborto terapeutico può essere richiesto non per eliminare un feto malato –quindi non per ragioni eugenetiche- ma perché la prosecuzione della gravidanza pregiudicherebbe la salute della madre. La logica della nuova sentenza sulla legge 40 è la stessa: il principio tutelato è il diritto alla salute (dei genitori). E a parità di principio, in una logica di riduzione del danno non impiantare un embrione “malato” e senz’altro preferibile a un aborto terapeutico.

Resta aperto il problema della sorte degli embrioni “malati”, o più precisamente portatori di una patologia genetica. Secondo la sentenza della Consulta, infatti, “la malformazione dell’embrione non ne giustifica, solo per questo, un trattamento deteriore rispetto a quello degli embrioni sani”. Quindi al momento gli embrioni “malati” non potranno essere distrutti ma dovranno essere crioconservati, in attesa che la legge stabilisca quale dovrà essere il loro destino.

Si tratta, come alcuni sostengono, di un passo in direzione dell’eugenetica?

La risposta non può essere un secco “no”. Applicare le tecnologie riproduttive per far nascere figli sani realizza un’umanissima e comprensibilissima aspettativa della singola coppia (la santità non è prescrivibile per legge) attraverso l’eliminazione degli embrioni portatori di caratteri disgenici. Si tratta quindi di un caso di cosiddetta eugenetica negativa. Cosa ben diversa, però, dall’eugenismo, ovvero da politiche eugenetiche pubbliche

Decisiva sarà la dettagliata elencazione delle patologie genetiche per le quali è consentita la preselezione degli embrioni. Tenendo tuttavia conto di un fatto: nessuna coppia fertile (in particolare, nessuna donna) si sottoporrebbe a dolorose procedure di fecondazione assistita se la patologia di cui è portatrice non fosse davvero grave.

 

 

 

diritti, Femminismo, Politica, salute settembre 12, 2015

#Save194: parla uno degli ultimi non-obiettori

Antonio Spreafico detto Nino -o anche “Sprea”-, 66 anni, è uno di quei medici che sentono intensamente il valore civico del proprio lavoro. Nel suo caso –Sprefico è ginecologo– si è trattato di stare “dalla parte delle donne”, come si diceva un tempo: non solo curarle, guarirle, accompagnarle nella gravidanza e nel parto, ma anche essere al loro fianco nella lunga e faticosa lotta per non morire più di aborto, giunta a destinazione nel 1978 con l’approvazione della legge 194.

Brianzolo, cattolico, in pensione da qualche anno, nell’agosto scorso Spreafico è stato “richiamato in servizio” dal suo ex-ospedale, il Bassini di Cinisello Balsamo, con cui collabora da volontario, perché causa-ferie del personale (compresi i rarissimi non obiettori) il servizio di Ivg non era più erogabile.

“Fare Ivg non piace a nessuno” dice “ostacola la carriera, carriera, non è scientificamente suggestivo. Ma qualcuno dovrà pur farlo”.

Gli incarichi meno gratificanti toccherebbero ai neo-assunti…

“Ma i nuovi assunti in Lombardia sono quasi tutti obiettori. I posti sono pochi, e chi obietta ha migliori chance di essere preso. Poi magari ci sono cliniche tipo San Pio X  o ospedali come il San Raffaele dove gli aborti non si fanno, ma la diagnosi prenatale, molto remunerativa, quella sì”.

Che è l’anticamera dell’aborto terapeutico, nient’altro.

“Regione Lombardia dovrebbe obbligare queste cliniche e questi ospedali a eseguire anche le interruzioni. E invece anche per gli aborti terapeutici ormai siamo al “turismo”: si va a Barcellona, come per la fecondazione assistita”.

Come mai un’obiezione così alta tra i giovani neoassunti? Si tratta di un cambiamento di sensibilità?

“Come dicevo si tratta fondamentalmente di ragioni di carriera. Tutti i primari sono obiettori, e se non obietti ti infili nel ghetto. Però sì, c’è anche un difetto di sensibilità politica. Io quando posso vado a Messa, ma non credo che il Padreterno mi condannerà: ho aiutato tante povere donne a “mandare indietro” i bambini, come diceva mia nonna. Donne anche poverissime, oggi ne vediamo tante. La pakistana a cui al momento delle dimissioni  metti in mano 10 euro perché non sa come mangiare”.

Mai momenti di burnout? Voglia di mollare tutto?

“Sempre tenuti a bada dal fatto che sai che le donne hanno bisogno di aiuto: se molli anche tu… Un po’ di fatica, forse, quando arrivano certe signore “capienti,” che magari ti fanno anche il pistolotto: sa, noi siamo contrari, ma… Ecco, lì è un po’ più complicato”.

Prima dell’approvazione della legge 194 si è parlato anche di depenalizzazione: ovvero, poter praticare l’Ivg in qualunque struttura, senza dover andare per forza in ospedale. E invece con la 194 fuori dall’ospedale l’aborto resta un reato.

“Anch’io avrei preferito la depenalizzazione: chi ha un’assicurazione o maggiori possibilità potrebbe rivolgersi al privato, senza pesare sul SSN”.

C’è clima per riparlarne?

“Non mi pare. Le donne sono lontane, i movimenti non esistono più, i partiti non intendono occuparsene… E anche le ragazze mi sembrano acquiescenti, rassegnate ad “arrangiarsi”. Ma una soluzione la dovremo trovare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio Spreafico detto Nino, o anche “Sprea”, 66 anni, è uno di quei medici che sentono intensamente il valore civico del proprio lavoro. Nel suo caso –Sprea è ginecologo- si è trattato di stare “dalla parte delle donne”, come si diceva un tempo: non solo curarle, guarirle, accompagnarle nella gravidanza e nel parto, ma anche stare al loro fianco nella lunga e faticosa lotta per non morire più di aborto, giunta a destinazione nel 1978 con l’approvazione della legge 194.

Brianzolo, cattolico e in pensione da qualche anno, nell’agosto scorso Spreafico è stato “richiamato in servizio” dal suo ex-ospedale, il Bassini di Cinisello Balsamo, con cui collabora da volontario, perché causa-ferie del personale (compresi i rarissimi non obiettori) il servizio di Ivg non era più garantito.

“Fare Ivg non piace a nessuno” dice “ostacola la carriera, carriera, non è scientificamente suggestivo. Ma qualcuno dovrà pur farlo”.

Gli incarichi meno gratificanti toccherebbero ai neo-assunti…

“Ma i nuovi assunti in Lombardia sono quasi tutti obiettori. I posti sono pochi, e chi obietta ha migliori chance di essere preso. Poi magari ci sono cliniche come San Pio X  o ospedali come il San Raffaele dove gli aborti non si fanno, ma la diagnosi prenatale sì”.

Che è  l’anticamera dell’aborto terapeutico. Altrimenti a che cosa serve?

“Ecco: perché Regione Lombardia non obbliga queste cliniche e questi ospedali a eseguire anche le interruzioni? Anche per i terapeutici siamo al turismo abortivo: si va a Barcellona, come per la fecondazione assistita”.

Un’obiezione così alta tra i “nuovi” perché è cambiata la sensibilità??

 

“Fondamentalmente per ragioni di carriera, come dicevo. Tutti i primari sono obiettori, e se non obietti ti infili nel ghetto. Però sì, c’è anche un difetto di sensibilità politica. Quando posso vado a Messa, ma non credo che il Padreterno mi condannerà: ho aiutato tante povere donne a “mandare indietro” i bambini, come diceva mia nonna. Donne anche poverissime, oggi ne vediamo tante. La pakistana a cui quando la dimetti dai anche 10 euro perché non sa come mangiare”.

 

Mai momenti di burnout? Voglia di mollare tutto?

 

“Tenuti a bada dal fatto che sai che le donne hanno bisogno di aiuto: se molli anche tu… un po’ di fatica, forse, quando arrivano certe signore “capienti,” che magari ti fanno anche il pistolotto: sa, noi siamo contrari, ma… Ecco, lì è un po’ più complicato”.

 

Prima dell’approvazione della legge 194 si parlava anche di depenalizzazione: ovvero, poter praticare l’Ivg in qualunque struttura, senza dover andare per forza in ospedale. E invece con la 194 fuori dall’ospedale l’aborto resta un reato.

 

“Anch’io avrei preferito la depenalizzazione.  Chi ha un’assicurazione o maggiori possibilità avrebbe potuto rivolgersi al privato, senza pesare sul SSN”.

C’è il clima per riparlarne?

“Non mi pare. Le donne fanno poco su questo tema, i movimenti non esistono più, i partiti non intendono occuparsene… E anche le ragazze mi sembrano acquiescenti, rassegnate ad “arrangiarsi”. Non è sempre stato così”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

della Il drg Con Drg (acronimo di Diagnosis Related Groups, ovvero Raggruppamenti Omogenei di Diagnosi) si indica il sistema di retribuzione degli ospedali per l’ attività di cura, introdotto in Italia nel 1995. Il meccanismo Gli interventi vengono retribuiti non più «a piè di lista», cioè in base alle giornate di degenza, ma «a prestazione». In base ad una stima predefinita del costo. La storia Il sistema Drg nasce negli Stati Uniti, negli anni ‘ 80, quando ci si accorge che il rimborso a «piè di lista» stava portando all’ implosione del sistema, a causa dei costi insostenibili, perché più si teneva il paziente in ospedale più si incassava: con i letti sempre pieni e le liste d’ attesa infinite. La Lombardia È una delle prime regioni ad applicare il modello Drg. In principio i raggruppamenti sono molto generali. Poi vengono perfezionati: oggi ci sono più di 500 Drg. Vengono rivisti ogni due anni. Dal ‘ 95 siamo alla 23 esima riedizione. Un’ innovazione tecnica o tecnologica può richiedere il ritocco della spesa. La novità Per ogni intervento (dall’ appendicite al trapianto di fegato) sono previsti diversi gradi di rimborso, dal caso semplice a quello complesso. Per evitare truffe, dal 2008 ad un caso complesso non può corrispondere una degenza inferiore ai 3 giorni.

Femminismo, Politica maggio 15, 2015

La donna-carota, il femminismo di Stato, e quella cessa di Valeria Fedeli

La Donna Carota di Luigi Serafini, opera esposta a Expo, padiglione Eataly

Nessuna si arrabbi, per favore, per il titolo -la pazienza di leggere e spiego-. E nemmeno per l’orrore della Donna Carota, opera di Luigi Serafini esposta nel padiglione Eataly di Expo, e senza che nessuna faccia un plissé: salma carotizzata con allusive carote in mano. Ortopornonecrofilia.

In questo tempo del 50/50 (al governo, nei cda, dappertutto) per cui si è tanto combattuto, le donne di questo Paese NON stanno meglio. Un quid di femminismo è diventato quasi obbligatorio per ogni perfetta moglie borghese, come il filo di perle e la petite robe noir. Parità cosmetica che copre una situazione alquanto difficile.

Occupazione ai minimi, gap salariale in aumento, dimissioni in bianco ancora attive: problemi significati dalla natalità a picco, perché quando le donne non lavorano non nascono bambini. Welfare e servizi ancora al grado zero, la gigantesca fatica del quotidiano ancora tutta sulle spalle delle donne. Le legge 194 non funziona più causa colossale obiezione di coscienza e le donne sono costrette a migrare da una regione all’altra per un’interruzione di gravidanza o a comprarsi abortivi online rischiando la pelle. La legge 40 sulla fecondazione assistita -meglio, ciò che ne resta: ieri una sentenza ha dato l’ennesimo colpo, abolendo il divieto di accesso per le coppie fertili ma portatrici di malattie genetiche- attende invano l’ennesimo vaglio del Parlamento. Quanto ai cosiddetti diritti o temi eticamente sensibili (dalle coppie di fatto al fine vita), fermo assoluto. Il rischio che il Partito Democratico sostenesse una legge di regolarizzazione della prostituzione (con tanto di tesserino di idoneità: qui ne abbiamo parlato a lungo) sembra sventato: in sintonia con il resto d’Europa si vira in senso quasi-abolizionista, il cambio di rotta è solo di pochi giorni fa, e sono state necessarie molte lotte. Abbiamo avuto l’amarezza di una consigliera di Parità del Governo a favore delle zone a luci rosse, nonché firmataria di un piano antiviolenza molto carente che, contro la Convenzione di Istanbul, marginalizza le Case delle Donne in prima linea da trent’anni, e non sembra voler assumere le metodologie maturate in queste fondamentali esperienze, burocratizzando, sanitarizzando e securitarizzando l’aiuto alle vittime di violenza, approccio fallimentare. Sembra proprio che la parità faccia fuori la differenza femminile.

Si sta a difendere i minimi. E, detto per inciso: qui c’è un intero programma politico per chi volesse assumerlo.

La parola d’ordine ideologica dello pseudo-femminismo paritario, sentita più volte con le mie orecchie, è “far fuori il vecchio femminismo”: ma a quanto pare senza “il vecchio femminismo” 1. le giovani emancipate oggi non sarebbero lì a occupare quelle posizioni  2. pur con il “nuovo femminismo” le donne di questo Paese stanno peggio, è un fatto.

Vengo alla seconda parte del ragionamento: c’è una perniciosa tendenza femminile a permanere nel lamento e nell’elencazione dei problemi -quella di vittima resta un’identità, per quanto ambigua- con una specie di idiosincrasia per le soluzioni. Per esempio, qui abbiamo più volte raccontato come si potrebbe garantire sia il funzionamento della legge 194, sia il diritto all’obiezione di coscienza che, piaccia o non piaccia, non può essere negato: ecco la proposta. Ma nessuna associazione, nessun collettivo, nessuna del movimento ha inteso finora farsene carico.

C’è anche di peggio: un’analfabetizzazione preoccupante che chiede si corra ai ripari.

Ieri, sulla pagina Facebook di una sindacalista legata al femminismo è comparsa una fotografia di Valeria Fedeli, a sua volta ex-leader sindacale e attuale vicepresidente del Senato. La foto è impietosa: occhiaie, gonfiori, una normale over sixty affaticata dal superlavoro e male illuminata dal flash. La sindacalista ce l’ha politicamente con Fedeli: legittimissimo, anch’io sono arrabbiata con Valeria per alcune cose. Ma per colpirla non usa argomenti politici come dovrebbe, regredendo a una misoginia pre-politica invidiosa, e quindi umiliando anche se stessa: ti indebolisco parlando del tuo aspetto fisico e della tua non-desiderabilità (e non mi accorgo che nel contempo indebolisco anche me).

Io sarò una cessa” scrive la tipa. “Ma poi mi guardo in giro e mi trovo persino bella!”. Segue una marea di commenti di donne, in uno stupefacente crescendo misogino. “Le hanno oscurato gli specchi”. “Se la mia nipotina fa i capricci le dico… guarda che chiamo la Fedeli!”. “Quella è un mocio vileda”. “E’ brutta quanto arrivista e presuntuosa”. “Ma chi è? Fa parte della famiglia Addams?”. “E’ un clown truccato male”.

La cosa mi fa pensare agli avversari politici -maschi- di Hillary Clinton, candidata alla presidenza degli Stati Uniti, quando cercano di renderla insicura stringendo l’obiettivo sulle sue rughe. Serve ben altro per tagliare le gambe alla ragazza. Idem per Valeria Fedeli, per come la conosco.
Ma una riflessione sullo stato delle cose è molto urgente.

 

 

diritti, Donne e Uomini, Politica, Senza categoria marzo 26, 2015

Pillola dei 5 giorni dopo: così proprio non va, ministra Lorenzin

Dal punto di vista dei cosiddetti diritti il governo Renzi non è centro-destro, è superdestro: cosa che peraltro non mi sorprende affatto,  era ben nota fin dai tempi delle primarie, a volerlo sapere, quando Renzi era ancora sindaco e di una sua premiership non si parlava.

Niente sulle coppie di fatto, niente sul fine vita (in Francia è stata appena approvata un’umanissima legge che sarebbe piaciuta al nostro Cardinal Martini), la legge 40 sulla fecondazione assistita è impantanata nelle secche di un ri-dibattito parlamentare, la legge 194 sabotata dall’obiezione di coscienza record. E nessuno, tra i dirigenti e le dirigenti del Pd -salvo rare ed estemporanee prese di posizione- che intenda disturbare il manovratore.

Chiedo in particolare alle donne del Partito Democratico: conosceranno pure una coppia di fatto (o magari è la loro stessa condizione), avranno qualche amico o amica LGBT nei guai (o lo saranno loro stesse), capiterà loro di avere amiche o amici infertili (o magari è una cosa che le riguarda personalmente), avranno pure avuto un amico o un parente malato terminale, si saranno una volta nella vita trovate (loro personalmente, o una loro amica, una sorella, una figlia) di fronte alla dolorosa scelta di abortire. Che cosa si sta aspettando per queste riforme a costo zero, e che, anzi, potrebbero pure fare risparmiare un po’ di soldi pubblici?

Quello che è capitato sulla cosiddetta pillola dei 5 giorni dopo è la dimostrazione plastica di quello che sto dicendo: la politica informata da una sottocultura retriva che non corrisponde affatto al comune sentire del Paese. L’Europa dice che quel farmaco (un contraccettivo, non un abortivo) può essere venduto senza ricetta. Il nostro Consiglio Superiore di Sanità non molla: la ricetta ci vuole. Ma l’Aifa, Agenzia Italiana del Farmaco, non tiene conto del parere e decide diversamente: la pillola si potrà acquistare in farmacia senza prescrizione medica, salvo che nel caso delle minorenni che potranno farsela prescrivere in un consultorio o in un Pronto soccorso. Se non fosse che i consultori sono ormai pochi e depotenziati (questo lo riconosce la stessa ministra Lorenzin) e che in Pronto Soccorso puoi sempre imbatterti in un obiettore superzelante, di quelli che -è capitato- obiettano perfino sull’inserimento di una spirale.

Io non capisco la ministra: la contraccezione d’emergenza non è pur sempre meglio di un aborto, e magari di un aborto clandestino, visto come siamo messi a causa degli obiettori, come nel caso di quella ragazzina genovese che dopo aver assunto un abortivo comprato online ci stava lasciando la pelle? perché ostacolarla, allora? o lei pensa che, trovandosi di fronte a tanti ostacoli, una donna rimasta incinta deciderà di portare avanti la gravidanza? non ci pensa ogni giorno in tutta coscienza, lei che potrebbe fare molto, a quella ragazzina? non ne sente la responsabilità?

Secondo la ministra in realtà va tutto bene. Con astuti calcoli trigonometrici ci informa del fatto che la legge sta funzionando. Interi ospedali che fanno obiezione di struttura, turismo abortivo da una regione all’altra, fatale aumento degli aborti clandestini, il Consiglio d’Europa che ci richiama duramente, le romane che vanno a presidiare il San Camillo per evitare che si insedi un primario obiettore. Ma secondo i suoi conti il servizio è garantito.

E’ anche questo il prezzo delle larghe intese. O forse no, basterebbe la determinazione del premier Renzi a imporre le sue personalissime convinzioni in materia di diritti, manco Mariano Rajoy, e praticamente nessuno nel partito che osi contrastarlo, visto che con le liste semibloccate dell’Italicum sarà lui a decidere chi si candiderà. Il tutto mentre la sua Consigliera di parità si premura di prendere una netta posizione a favore dei quartieri a luci rosse: proprio il mondo alla rovescia.

No, così non va. I diritti sono la carne di noi tutti. E prima o poi il Pd potrebbe trovarsi a pagare un prezzo salato per, diciamo così, tanta reticenza

p.s: Mai dimenticare che le posizioni di Barack Obama in materia di aborto, più ancora che in tema di lavoro, sono state decisive per quel voto femminile che gli ha garantito il secondo mandato.

 

 

Corpo-anima, Donne e Uomini, Politica, salute dicembre 15, 2014

Parlare d’aborto con un antiabortista: Luigi Amicone, direttore di “Tempi”

Luigi Amicone è fondatore e direttore della rivista “Tempi”. Wikipedia lo definisce “esponente dei teocon”. Di sicuro è un cattolico fervido e intelligente. Parlo di aborto con lui, perché parlarne con le mie amiche è troppo facile.

Mettiamo i piedi nel piatto, senza preamboli. La legge 194 ormai non esiste quasi più causa obiezione di coscienza, che supera il 70 per cento, con punte del 90, e molti casi di obiezione di struttura come il Policlinico, il più grande ospedale di Roma.

La legge 194 è nata a tutela della maternità. Questo spirito è andato via via perdendosi. Della legge è rimasta la “conquista” dell’aborto. Se c’è una cosa da recuperare è quello spirito originario, frantumando le cristallizzazione ideologiche estreme: da una parte chi pensa all’aborto come a una bandiera di libertà, elaborazione cinica di un dramma umano; dall’altra le manifestazioni dei pro-life che fanno i funerali agli embrioni. Io sono per la difesa della vita, dal concepimento alla morte, ma non mi pare che la posizione dei pro-life, la preghiera brandita come memento mori, sia così utile alla causa. Paola Bonzi, fondatrice del Centro Aiuto alla Vita in Mangiagalli, è una che non ha mai fatto crociate: è costantemente presente là dove le donne soffrono, e il primario Alessandra Kustermann rispetta il suo impegno. Due donne ai poli estremi che dimostrano come si può affrontare la questione”.

Resta il fatto che tante oggi sono costrette agli aborti clandestini e fai-da-te da un’obiezione in gran parte opportunistica. Vero che non si può frugare nelle coscienze per discernere il grano dal loglio. Ma la non applicazione della legge serve solo ad aumentare il rischio per le donne, non a diminuire il numero degli aborti. Non c’è riduzione del danno, ma aumento del danno. E tu sai che il Consiglio d’Europa ci richiama ad applicare la 194.

“L’Europa pensa l’aborto come un ordinario evento della vita riproduttiva”.

Veramente l’Europa ha bocciato la risoluzione Estrela…

“Comunque in Europa circola l’idea un po’ orwelliana del diritto d’aborto come un fatto di progresso. A questo tipo di legalità preferisco l’illegalità“.

Stai dicendo una cosa enorme. Spero tu non intenda dire che preferisci la clandestinità, con i rischi che comporta. Spero che tu intenda dire che preferisci la depenalizzazione, ovvero l’abolizione del reato d’aborto: ti ricordo che oggi l’aborto non è reato soltanto se praticato nelle strutture pubbliche. La depenalizzazione fu un’opzione minoritaria nel movimento delle donne: forse ci si dovrebbe ripensare.

Depenalizzazione, forse. Ma anche libertà delle coscienze. D’accordo sul fatto che mettere a rischio la salute delle donne non aiuta. Ma faccio notare che il primo rischio è per la pelle dei bambini. La depenalizzazione, ovvero la possibilità di attuare in sicurezza gli interventi fuori dalle strutture pubbliche, potrebbe essere un’idea da pensare. Anche se poi si aprirebbe il pericolo di un mercato degli aborti”.

E invece l’ipotesi di concorsi pubblici che riservino metà dei posti ai non-obiettori?

“Non puoi chiedermi questo! Io mi augurerei il cento per cento di obiezione”.

Be’, quasi ci siamo arrivati. Quindi a te va bene andare avanti su questa strada. Cioè fare finta che non applicando la legge l’aborto sparisce. Ignorare il problema è buona politica?

“Forse non è buona politica. Forse, ripeto, la depenalizzazione potrebbe essere una soluzione. Ma so che i fatti determinano cultura. Anche con la depenalizzazione l’aborto verrebbe banalizzato. Forse la vera cosa da fare sarebbe vietare l’aborto su tutto il territorio nazionale e costringere le donne ad andare all’estero…”.

Stai provocando? La tua logica è punire le donne. Non è così che gli aborti diminuiranno.

“E’ una provocazione per dire che quello su cui si dovrebbe davvero lavorare è una cultura dell’accoglienza. Fare sapere a tutte le donne che non sono in condizioni di avere un bambino che possono metterlo al mondo lo stesso, che ci sarà qualcun altro a prendersi cura di lui. Per esempio le ruote degli innocenti, ti ricordi?”.

Ci vorrebbero piuttosto le ruote dei dirigenti: la maternità incide per lo 0.23 per cento nei bilanci aziendali, dice Federmanager. Eppure le madri sono viste come un pericolo per la produttività. E’ un fatto di cultura che stenta a cambiare.

“Il mio pensiero è questo: lotta a tutto campo perché le donne non siano impedite a fare bambini, a partire dal mondo del lavoro. E accoglienza per tutti i bambini, anche quelli non voluti. Cominciando per esempio con il facilitare le adozioni“.

Mi permetto di ricordarti che più le donne lavorano, più figli fanno: c’è una proporzionalità diretta e verificata. E invece restiamo inchiodati all’idea che le donne fanno più figli se stanno a casa.

“Lasciamelo ridire: se io fossi al governo lancerei la sfida del divieto di aborto su tutto il territorio nazionale.

Insisti? Ripeto che il divieto c’è già nei fatti, con questi livelli di obiezione.

“Ma quanti migliaia di aborti sono stati praticati dal 1978 a oggi? Troviamo il modo per fare crescere la natalità, pensiamo anzitutto a questo. Siamo il Paese più vecchio del mondo dopo il Giappone: denatalità è sinonimo di declino economico e sociale. Investiamo su questa grandezza femminile, il fatto di poter dare la vita. Diamo valore a questa potenzialità, costruiamo accoglienza. Poi anche la depenalizzazione ci può stare, ma non la metterei al centro delle politiche”.

Su questo si può discutere. Però discutiamone. Smettiamola di fare finta di niente.

p.s: facile confrontarsi solo con chi la pensa come te.

Corpo-anima, diritti, Femminismo, salute novembre 28, 2014

Policlinico Roma: niente più aborti causa obiezione. Ecco una proposta per uscirne. Ma serve la lotta di tutte

Il cartello affisso al Policlinico di Roma

Policlinico Umberto I, Roma. L’ultimo non obiettore è andato in pensione. Il servizio Ivg è sospeso.

Non è il primo caso nè l’unico di “obiezione di struttura” in Italia. Ma il Policlinico è il più grande ospedale di Roma. Ora la direzione sanitaria sta cercando «un giovane ricercatore o associato da destinare all’attività assistenziale». Al netto delle responsabilità sul singolo caso, che devono essere accertate (direttore generale, direttore sanitario e di presidio, fino al ministero per la Salute), il caso del Policlinico è solo la punta di un iceberg: in Lazio l’obiezione di coscienza è al 90 per cento e costringe le utenti a migrare in altre regioni, l’obiezione media in Italia supera ampiamente il 70 per cento, con intere regioni sostanzialmente scoperte.

A quanto pare, e nonostante il Consiglio d’Europa pochi mesi orsono abbia condannato L’Italia che “a causa dell’elevato numero degli obiettori di coscienza viola i diritti delle donne”, il governo Renzi non intende affrontare la questione. La logica -del tutto insensata- è che se la 194 non sarà più applicata, non vi saranno più aborti. La non applicazione della legge garantisce invece solo una crescita esponenziale degli aborti clandestini e fai-da-te (il moderno prezzemolo sono i farmaci antiulcera), con gravissimo rischio per la vita delle donne.

Molte e molti indicano come soluzione la proibizione dell’obiezione. Ma questa strada non è praticabile, e scatenerebbe raffiche di ricorsi. L’obiezione di coscienza -che si spieghi con effettive ragioni di coscienza o che sia solo opportunistica- è un diritto sancito dall’articolo 9 della legge 194, che è una legge a rilevanza Costituzionale, oltre che dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo, laddove sancisce che “gli stati membri sono tenuti a organizzare i loro servizi sanitari in modo da assicurare l’esercizio effettivo della libertà di coscienza dei professionisti della salute”.
Ma la Corte di Strasburgo afferma che ciò non deve impedire ai pazienti di accedere a servizi a cui hanno legalmente diritto (sentenza della Corte del 26.5.2011). L’Europa quindi sostiene la necessità che lo Stato preveda l’obiezione a condizione che non ostacoli l’erogazione del servizio.

La soluzione, quindi, non può essere il divieto di obiezione. C’è un’altra strada che merita di essere considerata, e sostenuta con la lotta: che ogni reparto di ostetricia preveda il 50 per cento di medici non obiettori, con presenza H24 di un’équipe che garantisca l’intera applicazione della legge 194, dalla prescrizione della pillola del giorno dopo all’aborto terapeutico, e consenta così la rotazione del personale medico e paramedico.

Questa soluzione si fonderebbe su almeno due sentenze: una sentenza del TAR PUGLIA (14/09/2010, n. 3477, sez. II) afferma infatti che “ è possibile predisporre per il futuro bandi finalizzati alla pubblicazione dei turni vacanti per i singoli Consultori ed Ospedali che prevedano una riserva di posti del 50% per medici specialisti che non abbiano prestato obiezione di coscienza e al tempo stesso una riserva di posti del restante 50% per medici specialisti obiettori”; un’altra sentenza del TAR dell’Emilia Romagna  (sez. Parma, 13 dicembre 1982, n. 289, in Foro amm. 1983, 735 ss), sostiene “la clausola che condiziona l’assunzione di un sanitario alla non presentazione dell’obiezione di coscienza ai sensi dell’art. 9 risponde all’esigenza di consentire l’effettuazione del servizio pubblico per il quale il dipendente è assunto, secondo una prospettiva non estranea alle intenzioni del legislatore del 1978”.

L’alternativa è solo la depenalizzazione dell’aborto, ipotesi che negli anni Settanta fu sostenuta solo da una minoranza del movimento delle donne. In sostanza: non sia lo Stato a occuparsi della questione, si consenta al privato di praticare interruzioni di gravidanza (con le indispensabili garanzie igienico-sanitarie) senza che questo costituisca reato. La 194 invece stabilì che l’aborto non è perseguibile come reato unicamente se praticato nelle strutture pubbliche.

Una cosa è certa: qualunque sia la soluzione individuata contro la non applicazione della 194, senza una lotta massiccia e diffusa delle donne di questo Paese non si arriverà da nessuna parte.

 

bambini, diritti, Politica, Senza categoria agosto 31, 2014

La giustizia è lenta. Ma sui diritti corre più della politica

Giusto, una riforma della giustizia. Con l’alto costo dell’energia e l’orrore della burocrazia, le lungaggini giudiziarie sono uno tra i principali disincentivi agli investimenti nel nostro Paese.

Ma se  la lentezza dei tribunali ci blocca, sul fronte dei diritti civili le aule di giustizia oggi fanno da locomotiva: fecondazione eterologa, trascrizione – in alcuni comuni- dei matrimoni omosessuali celebrati all’estero. E ora stepchild adoption, ovvero l’adozione del figlio del partner, anche per le coppie omosessuali: in una coppia in cui uno dei due abbia un figlio naturale, l’altro può adottarlo, diventandone genitore a tutti gli effetti. Il Tribunale per i Minorenni di Roma ha riconosciuto questo diritto a una coppia di donne: la compagna della madre biologica di una bimba di 5 anni, che vive insieme a entrambe, potrà adottarla e diventare a sua volta genitore della piccola.

Il Tribunale ha sentenziato sulla base dell’articolo 44 della legge sull’adozione del 4 maggio 1983, n. 184, modificata dalla legge 149 del 2001, che prevede l’adozione in casi particolari nel superiore interesse del minore a mantenere anche formalmente con il genitore “sociale” il rapporto affettivo e di convivenza già positivamente consolidatosi nel tempo. L’eventuale separazione delle due donne, quindi, o la scomparsa della madre biologica, non pregiudirebbe il rapporto tra la bambina e la madre adottiva, garantendo la potestà genitoriale e la continuità affettiva.

Mentre i Tribunali corrono, Governo e Parlamento sembrano aver messo nel cassetto il tema dei diritti, dalle coppie di fatto alla legge 194 al testamento biologico, fino alla frenata sull’eterologa. Riforme che non avrebbero necessità di investimenti, o quanto meno non prioritariamente, ma non vengono mai calendarizzate. I Tribunali -compresi quelli europei- suppliscono con le loro sentenze, venendo incontro a bisogni reali che la politica sembra non voler considerare.

Ma la strada non può essere questa: quella di una giustizia che in materia di diritti va più veloce della politica, procedendo a colpi di sentenze. Questo non è il mestiere dei tribunali. Questo sarebbe il mestiere del Parlamento e del governo.

Corrispettivamente, la latitanza del legislatore e del governo sui diritti rende imperfetto quel cammino di rinnovamento del Paese che il nostro giovane premier intende rappresentare.

diritti, Donne e Uomini, salute agosto 28, 2014

Aborto: il Governo non può fare obiezione di coscienza

La Procura di Genova ha aperto un’inchiesta sul caso di alcune ragazze ecuadoriane tra i 17 e 29 anni che hanno abortito assumendo Cytotec, un farmaco antiulcera.
Il farmaco, che provoca forti contrazioni uterine e può causare gravissime emorragie, è stato spacciato loro da due connazionali “guaritori”. Un altro filone di inchiesta riguarda alcune prostitute costrette dai protettori ad abortire con Cytotec. Le donne coinvolte potrebbero ricevere un avviso di garanzia per violazione della legge 194.
Le indagini della Procura sono scattate in seguito a segnalazione dell’ospedale di Lavagna: una giovane donna che in poco più di un anno si è presentata 14 volte al pronto soccorso con emorragie, subendo 4 aborti “spontanei” accertati. A quanto pare la ragazza ha assunto il farmaco come contraccettivo-abortivo. Insomma, “random”, in modo del tutto casuale, sia che fosse effettivamente incinta sia che non lo fosse.

Il Misoprostolo (commercializzato come Cytotec, Artrotec, Misodex, Misofenac) si acquista facilmente online, da farmacisti compiacenti, nei luoghi di spaccio. Esistono siti che spiegano le modalità d’uso. Il Ministero della Sanità stima intorno ai 40.000 casi le interruzioni clandestine, ma si tratta di stima in difetto: come dimostrano i casi genovesi, è in costante aumento il numero degli “aborti spontanei” e sono quasi 200 i procedimenti penali aperti per violazione della legge 194. Dei 150 mila aborti spontanei verificatisi nel 2011 almeno un terzo –secondo lo stesso Ministero per la Salute- è attribuibile al “fai da te”.

Paradossalmente, l’aborto chimico “fai da te” con Misoprostolo può costituire un’alternativa meno rischiosa di altre -aborto con uso di ferri e altri mezzi, con pericolo di perforazione uterina, o praticato da terzi senza le necessarie garanzie igienico-sanitarie- in quei Paesi in cui l’interruzione di gravidanza non è legale. E’ invece senz’altro un pericolosissimo passo indietro in Paesi, come l’Italia, in cui la legge garantisce -o dovrebbe garantire- l’Ivg gratuita e assistita. Ma a causa della massiccia obiezione di coscienza del personale medico e paramedico (una media del 70 per cento, con punte fino al 90 per cento in Campania e oltre l’80 per cento in Lazio, Molise, Sicilia, Veneto e Puglia, e interi ospedali che non garantiscono il servizio: obiezione di struttura), la legge 194 è larghissimamente inapplicata. Violazione che nel marzo scorso ci è costata una condanna del Consiglio d’Europa.

Chi può si rivolge al privato: per esempio,delle 3776 IVG effettuate nell’ASL di Bari nel 2011, il 70 per cento è stato praticato in case di cura convenzionate, 3.000.0000 di euro nelle casse del privato in cui l’obiezione è poco significativa. Per chi non può c’è il fai da te. In tutti i casi, impedire a una donna di accedere ad aborto sicuro non le impedisce di abortire, pone soltanto a rischio la sua salute. Non poter abortire in ospedale non fa diminuire il numero degli aborti.

L’obiezione di coscienza non salva i bambini, ma rischia di far morire le donne.

Non è più rinviabile un intervento del Ministero per la Salute, che risponda al Consiglio d’Europa e garantisca l’applicazione di questa legge dello Stato. Al Governo non è consentita obiezione di coscienza, fatte salve le legittime convinzioni personali dei suoi membri. La legge 194 c’è e va applicata.

Una possibile soluzione l’abbiamo già indicata, ed è prospettata da una sentenza del Tar Puglia (14/09/2010, n. 3477, sez. II) secondo la quale “è possibile predisporre per il futuro bandi finalizzati alla pubblicazione dei turni vacanti per i singoli Consultori ed Ospedali che prevedano una riserva di posti del 50 per cento per medici specialisti che non abbiano prestato obiezione di coscienza e al tempo stesso una riserva di posti del restante 50 per cento per medici specialisti obiettori”.
Opzione equa, ragionevole e praticabile che non violerebbe il diritto all’obiezione -garantito dalla Costituzione e dall’Europa- ma consentirebbe la piena applicazione della legge 194. E alle donne di non crepare di aborto.

 

diritti, italia, salute luglio 31, 2014

#save194: come farla funzionare (nonostante l’obiezione di coscienza)

Come saprete il Consiglio d’Europa ha recentemente condannato L’Italia che “a causa dell’elevato numero degli obiettori di coscienza viola i diritti delle donne che alle condizioni prescritte dalla 194 del 1978 intendono interrompere la gravidanza”. Al momento nessuno sembra occuparsene, ma la sentenza ci obbliga a trovare una soluzione.

La legge 194 è una buona legge, che ha consentito dagli anni Ottanta una riduzione del 54 per cento delle Ivg. Ma oggi
è sostanzialmente inapplicata a causa delle altissime percentuali di obiezione di coscienza del personale medico e paramedico: 70 per cento con punte fino al 90 in Campania e oltre l’80 in Lazio, Molise, Sicilia, Veneto e Puglia, e interi ospedali che non garantiscono il servizio (obiezione di struttura). Anche l’attività dei Consultori si è fortemente ridotta: diminuisce il numero (per esempio, in Lombardia si è passati dai 335 Consultori del 1997 agli attuali 216) e viene depotenziata la loro azione.

A ciò si accompagna una vivace ripresa di iniziativa del Movimento per la Vita, in Italia e in Europa, oltre al proliferare dei cimiteri dei non-nati, con cerimonie di sepoltura dei prodotti abortivi (è bene ricordare che il diritto di seppellire i feti di qualunque età gestazionale è già garantito da un decreto presidenziale del 1990. Non vi è quindi alcuna necessità, se non ideologica, di istituire cimiteri dedicati).

La massiccia obiezione è causa di un ritorno all’aborto clandestino (il Ministero della Salute stima 40.000 interruzioni clandestine, numero in difetto perché nelle ostetricie è in costante aumento il numero degli “aborti spontanei”: dei 150 mila aborti spontanei verificatisi nel 2011, almeno un terzo, secondo lo stesso Ministero è attribuibile al “fai da te”, aborti non completi eseguiti in cliniche fuorilegge o provocati con farmaci reperibili sul Web o in farmacie compiacenti).
Altra conseguenza, il turismo abortivo: migrazioni interne, dal Veneto in Emilia Romagna dove la legge funziona meglio, dal Lazio in Toscana, e così via. Cresce anche il business dell’aborto: per esempio, delle 3776 IVG effettuate nell’ASL di Bari nel 2011,  il 70 per cento è stato praticate in case di cura convenzionate. Il DRG per IVG ammonta a una cifra tra i 1100 e 1600 Euro. Questo significa 3.000.0000 di euro nelle casse del privato (dove l’obiezione è poco significativa).

Perché si obietta tanto? Per ragioni di carriera. Per evitare carichi di lavoro economicamente e professionalmente non remunerativi. Per sindrome da burnout: da non obiettore si diventa obiettore per stanchezza e per le difficoltà connesse a un lavoro che ti pone costantemente di fronte a questioni etiche. Per motivazioni religiose, anche se gli obiettori di coscienza poi sono disponibili a effettuare villocentesi e l’amniocentesi, anche in strutture private convenzionate confessionali dove si pratica l’obiezione di struttura. E tutti sappiamo che amniocentesi e villocentesi sono la “conditio sine qua non” dell’aborto terapeutico.

L’obiezione di coscienza è un diritto garantito dall’articolo 9 della legge 194, che è una legge a rilevanza Costituzionale. E’ garantito anche dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo, laddove sancisce che “gli stati membri sono tenuti a organizzare i loro servizi sanitari in modo da assicurare l’esercizio effettivo della libertà di coscienza dei professionisti della salute”.
Ma se il diritto alla obiezione deve essere garantito, la Corte di Strasburgo chiarisce che ciò non deve impedire ai pazienti di accedere a servizi a cui hanno legalmente diritto (sentenza della Corte del 26.5.2011). L’Europa quindi sostiene la necessità che lo Stato preveda l’obiezione a condizione che non ostacoli l’erogazione del servizio.

Il diritto all’obiezione di coscienza non può quindi essere negato. Questo diritto è garantito dall’art 3 della nostra Costituzione, dall’articolo 9 della 194 e dall’Europa.
Come si fa, allora, a far funzionare la legge? Nemmeno la mobilità del personale è una soluzione. I medici non obiettori sono pochissimi. Costringerli alla mobilità su più strutture significherebbe “condannarli” a eseguire esclusivamente aborti, negando il resto della loro professionalità.
Molte regioni italiane risolvono il problema chiamando medici non obiettori “a gettone” per garantire la 194, retribuendoli in modo cospicuo: ma non si possono fare soldi sulla pelle delle donne.

Che cosa si può fare, allora?
Ogni reparto di ostetricia dovrebbe prevedere il 50 per cento di medici e paramedici non obiettori, con presenza H24 di un’équipe che garantisca l’intera applicazione della legge 194, dalla prescrizione della pillola del giorno dopo all’aborto terapeutico,consentendo così la rotazione del personale medico e paramedico.

Come si può garantire il 50 per cento di non obiettori?

La strada è tracciata da una sentenza del TAR Puglia (14/09/2010, n. 3477, sez. II) nella quale si afferma che:
“ è possibile predisporre per il futuro bandi finalizzati alla pubblicazione dei turni vacanti per i singoli Consultori ed Ospedali che prevedano una riserva di posti del 50 per cento per medici specialisti che non abbiano prestato obiezione di coscienza e al tempo stesso una riserva di posti del restante 50 per cento per medici specialisti obiettori”.
Opzione equa, ragionevole e praticabile che non si porrebbe in contrasto con il principio di eguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione e consentirebbe la piena applicazione della legge 194.

Il TAR dell’Emilia Romagna ((sez. Parma, 13 dicembre 1982, n. 289, in Foro amm. 1983, 735 ss) chiarisce inoltre che “la clausola che condiziona l’assunzione di un sanitario alla non presentazione dell’obiezione di coscienza ai sensi dell’art. 9 risponde all’esigenza di consentire l’effettuazione del servizio pubblico per il quale il dipendente è assunto, secondo una prospettiva non estranea alle intenzioni del legislatore del 1978”.

(proposta congegnata insieme a Mercedes Lanzilotta)