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Etty Hillesum

Femminismo, jihad, questione maschile marzo 2, 2015

8 marzo: lei, che dà una mano a Lui

Niente da obiettare sull’iniziativa donne con la A lanciata per l’8 marzo da Se Non Ora Quando (da qualche parte nella mia incasinata biblioteca devo ancora avere il volumetto di Alma Sabatini “Per un uso non sessista della lingua italiana“, era il 1987, figuriamoci). Ci sono ancora troppe donne che pretendono la qualifica al maschile, vale la pena di tornare in argomento. E’ ancora necessario presidiare i minimi: dico per esempio prostituzione, maternità e aborto, etc. Lo faccio anch’io, ci mancherebbe.

Però poi guardo questo trittico della giovanissima artista afghana Kubra Khademi, e come dice un’amica a cui l’ho inviato “mi sembra un sogno”. Il sogno di volare veramente alto, fino a quel punto di altitudine. Di un essere donna a cui è affidato di incarnare il più dell’umanità, per il bene di tutte e di tutti.

In questo blog e in molte altre occasioni mi sono spesso lamentata del silenzio di tante -la cui parola per me è vitale- sul change of civilization che oggi prende la forma di una profondissima crisi del modello capitalistico, ma anche di un conflitto molecolare sanguinoso e potenzialmente devastante con l’Animale Morente, quel patriarcato irriducibile, malato e violento che oggi si esprime -non solo, ma soprattutto- nelle azioni di Isis.

Guardo il dipinto di Kubra e mi piace pensare che quel Dio strattonato e chiamato brutalmente in campo stia chiedendo aiuto a una donna (ci sono momenti in cui, come dice Etty Hillesum, Dio ha bisogno di noi): mi pare cioè che il soffio vitale vada al contrario, o meglio nella direzione giusta, che sia lei a dare vita e linguaggio e coraggio a Lui, come sperimentiamo ogni giorno nelle maternità corporee, e non Lui a lei. O comunque, che tra i due ci sia un’alleanza, un patto da stringere.

Questo mi insegna il quadro di una ragazzina afghana, e mi suggerisce la strada di una differenza femminile che indichi l’uscita, che colga l’occasione di questa grande crisi per mettere al mondo un altro mondo.

esperienze luglio 28, 2013

Se potessimo parlare del Diavolo

Se potessimo parlare del Diavolo -colui che si mette di traverso- come si faceva una volta, quando l’umanità era bambina, sarebbe tutto molto più semplice. Il linguaggio allegorico facilitava molto la comprensione.

Vedo e sento dappertutto un dire male, degli altri, di noi stessi. Di quello che non c’è, che non funziona, che va storto, che causa dolore. E quel poco di bene che c’è, che arranca su un piano scivoloso, ogni volta riprecipita daccapo nell’oscurità, con il senso che tutta quella fatica sia stata e sarà sempre inutile.

Se potessimo parlare di Dio, come cominciò a fare a un certo punto Etty Hillesum prima di finire ad Auschwitz, dicendo che se ne doveva “salvare un pezzetto dentro di noi“, perché lui ha bisogno del nostro aiuto, la cosa la capirebbe anche un bambino, anzi soprattutto i bambini, che sono puri di cuore.

A chi giova, questo continuo, ossessivo, meticoloso lavoro di demolizione di ogni cosa? Perché crediamo di poter edificare e di essere dalla parte del giusto soltanto distruggendo e facendo una zelante propaganda al male?

Giova solo al male, che si prende tutto lo spazio e nasconde il bene piccolo e tremulo. E invece dovremmo saperlo, dovremmo averlo definitivamente capito che Dio non molla.

Diamogli una mano.

 

AMARE GLI ALTRI, economics, esperienze maggio 13, 2013

Buone idee per uscire dal tunnel

 

Noi guardiamo speranzosi (?) alla politica. Ma è raro che la politica -quella politica- si inventi qualcosa.

Alla politica -a quella politica-, quando e se funziona,  si può chiedere al massimo di non ostacolare o addirittura di facilitare quello che di buono sta già capitando nella vita reale, di saper cogliere i segnali che vengono dalla politica vera, la politica che facciamo tutti e ogni giorno quando troviamo il modo di minimizzare i danni e massimizzare i vantaggi del vivere insieme, e di farli fruttare.

Detto alla buona, dobbiamo cavarcela senza di “loro”. Dobbiamo scovare le cose buone e fruttose che stanno capitando nelle nostre vite e nelle vite degli altri, dare a queste cose il massimo di pubblicità, fargli propaganda, mettere in comune. E spingere insieme per realizzarle.

Ho assistito qualche giorno fa -al Capri Trendwatching Festival- a un interessante dibattito sul tema dell’invenzione e dell’innovazione. Gli interlocutori erano Adam Arvidsson, autore di “Societing Reloaded” e teorico delle nuove relazioni produttive, e Andrew Keen (“Digital Vertigo”), imprenditore della Silicon Valley e critico dell’imperativo della condivisione. Se per Arvidsson oggi l’economia e l’impresa sono basate sul networking e sulla collaborazione, per Keen il “social” e l’open source sono pura ideologia, l’invenzione -e il guadagno che ne deriva- sono strettamente individuali, quello che funziona davvero è il “secret source”. “Chi ha creato il pc” dice “l’ha fatto da solo”.

A me pare questo: che se il “colpo di genio”, chiamiamolo così, è del singolo, la realizzazione chiede condivisione fiduciosa.

Per farla breve: mi piacerebbe che in questo blog, mentre continuiamo a discutere di tante cose, aprissimo un file -o tenessimo un filo, come preferite- sui segnali “deboli” ma promettenti, a qualunque titolo: buone idee di impresa, iniziative che meritano attenzione, idee, intuizioni, lampi di luce, modi per arrangiarsi che offrono spunti da osservare e sviluppare, cose interessanti che state facendo o vedete fare, anche non immediatamente “profit”.

E’ il momento per cambiare musica. Suoniamola insieme.

Per esempio, un bel po’ di ottime idee le trovate qui.

 

Aggiungo una mia piccola lezione  radiofonica (un po’ raffreddata) su Etty Hillesum.

C’entra molto, con la fiducia.

Potete ascoltarla qui

 

AMARE GLI ALTRI, esperienze, Libri marzo 10, 2013

Voglio curare la Gestapo: Etty Hillesum

etty hillesum

 

Ho un livre de chevet, finalmente, da leggere e meditare nelle sue fitte 800 pagine. La cronaca minuziosa di una vita interiore che diventa specchio del mondo e strumento di decifrazione di quell’assurdo a cui è stato dato il nome di Shoah. La Tragedia vista dal dentro di un’anima, come un incubo, un disturbo, il sintomo di un male tutto umano.

Parlo del “Diario 1941-1943” (edizione integrale, Adelphi) di Etty Hillesum, giovane ebrea olandese. Sensuale, inquieta, spregiudicata, ironica (“Risultati del quarto d’ora buddhistico: mi è venuto un gran freddo, sul pavimento”). Nevrotica, colta, lettrice di Jung e di Rilke. Etty nasce ad Amsterdam nel 1914 e muore nelle camere a gas di Auschwitz nel novembre 1943.

La ragazza, si potrebbe dire così, psicoanalizza tutto: se stessa, i suoi amici, i suoi amanti, ogni comportamento, ogni gesto.

Un ossessivo fare ordine. Un certosino, indefesso, ininterrotto lavorio per ricondurre ogni minima circostanza della vita al senso che deve certamente avere: le traduzioni dallo slavo, il volto dell’amico e mentore Julius Spier, le emicranie, i giacinti, i libri, la depressione (“il mio più nero medioevo”), gli slanci erotici, i cioccolatini, le passeggiate al sole della Stadionkade.

Ma anche, man mano che passano i mesi, i primi segni della persecuzione, quei cartelli, “vietato agli ebrei”, gli amici arrestati. Anche quel male lei vuole ricondurlo a un senso.

Quella mattina che nei locali della Gestapo Etty sperimenta per la prima volta la violenza di un giovane ufficiale, che per Etty “era da compiangere più di coloro a cui stava urlando…  In fondo, io non ho paura, perché sono cosciente del fatto che ho sempre a che fare con degli esseri umani… avrei voluto chiedergli: hai avuto una giovinezza così triste, o sei stato tradito dalla tua ragazza? Avrei voluto cominciare subito a curarlo”.

Anche quell’inferno in cui troverà la morte passa al vaglio fitto del “cuore pensante” di Etty: “Continuo indisturbata a crescere, di giorno in giorno”. Sempre più vicina a ciò che cerca da sempre, al senso ultimo, fino a dargli il nome di Dio.

Quel Dio che, lei dice, “ha bisogno di noi”, e di cui intende “salvare un pezzetto” dentro di sé, come per proteggerlo da tutta quella disperazione. Perché “a ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi”.

Maestra e sorella Etty.

 

 

 

 

 

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, Politica marzo 3, 2013

Hitler Unchained

 

l’Hitler in ginocchio di Cattelan

 

Da qualche giorno la rete è intasata da discorsi di Hitler. Non so da dove li vadano a pescare, se da “Mein Kampf” o cosa. Non si tratta di spamming o di propaganda neo-hitleriana: è gente di sinistra che citando Hitler intende dare dimostrazione del fatto che Grillo è senza dubbio un suo epigone.

Il primo risultato è che ci sono discorsi di Hitler dappertutto, e questo è un male in sé. Ma la cosa impressionante e scellerata è che chi cita Hitler a proposito del Movimento 5 stelle, sta attivamente desiderando e auspicando che il Movimento 5 Stelle vada in quella direzione. Incredibile.

Etty Hillesum ci ha ampiamente spiegato, e a prezzo della sua stessa vita, che un pezzetto di Hitler ce lo portiamo dentro tutti (leggete l’edizione integrale del suo “Diario”, finalmente disponibile da Adelphi): si tratta di minimizzarlo, confidando nel fatto che il male non può mai essere assoluto, ed è questa la sua rabbia, si tratta di dare spazio al bene, e di “aiutare Dio” che ha casa in noi e negli altri.

Aiutiamo Dio, allora, e facciamo in modo di massimizzare il bene che c’è in tutti e ovunque, e ce n’è molto nel Movimento 5 Stelle. E non divertiamoci a spingere verso il peggio, perché è un gioco violento e pericoloso.

In un incontro ieri alla Libreria delle Donne di Milano, qualcuna ha parlato della situazione politica usando la metafora domestica e femminile della “pentola che bolle”. Ecco: in questa pentola ognun* di noi ci metta a cuocere il meglio che ha in dispensa, portando tutte le cose buone di cui dispone e offrendole alla comunità.

E basta con queste orribili sciocchezze.

Re-incateniamo Hitler.

Restiamo umani.

 

 

AMARE GLI ALTRI, Politica febbraio 7, 2011

ANTIPATICI

Ne abbiamo parlato qui l’altro giorno, ma vale la pena di tornarci su, specie dopo il Palasharp e l’appello di Roberto Saviano a saper parlare all’Altro (l’altro-altro). Prima quello che diceva la mia adorata Etty Hillesum, di fronte, lei ragazza ebrea, dell’altro-altro-altro, l’aguzzino nazista:

Dobbiamo respingere la barbarie che è dentro di noi, e non dobbiamo riempirci di odio, perché altrimenti il mondo non sarà in grado di spostarsi di un centimetro dal fango in cui si trova“.

Leggere e meditare Etty, dunque, il Diario e le Lettere (Adelphi).

E poi un libro uscito nel 2005, a cui la gente di sinistra dovrebbe dare o ridare un’occhiata: Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori, di Luca Ricolfi (Longanesi). Tema a cui accennavamo qui l’altro giorno. Ma vediamo con Ricolfi, sociologo di sinistra, che descrive il razzismo etico o il sentimento di superiorità morale e antropologica  del popolo di sinistra, dai vertici alla base più engagée. Questi i mali da combattere:

1) L’abuso di schemi secondari, ovvero le scappatoie contro l’evidenza. Le “scuse”, insomma, con cui giustificare i fallimenti delle proprie ideologie dinanzi agli altri e a se stessi. A destra «non esiste e non è mai esistito nulla di paragonabile all’immenso sforzo della cultura marxista di occultare i fatti – povertà, lavori forzati, repressione del dissenso – e di edulcorare le evidenze storiche dissonanti, dall’Unione sovietica alla Cina e a Cuba». Ci stanno arrivando anche loro, però (aggiungo io).

2) La paura delle parole, ovvero la dittatura del politicamente corretto che ha tabuizzato  parole come cieco (non vedente), vecchio (anziano), donna di servizio (colf), eccetera. Questo allontana dal senso comune della gente, che invece Berlusconi, con il suo linguaggio diretto, sa interpretare benissimo.

3) Un linguaggio «legnoso, infarcito di formule astratte». Berlusconi usa le parole per spiegare concetti,  la sinistra usa le parole per nasconderli anzitutto a se stessa. Si tratta di tenere insieme tutti gli alleati della coalizione, e troppa chiarezza non aiuta.

4) Il complesso di superiorità etica. L’idea dellele due Italie“: quella dei “giusti” contro l’Italia della barbarie. Veleno ancora in circolazione, l’altro giorno al Palasharp. L’idea di un elettorato, quello di centrodestra, che, «legge pochi quotidiani e pochissimi libri», pensa solo al calcio e al Grande Fratello.
Ecco, proviamo a ragionare un po’.
esperienze, Politica novembre 6, 2008

IMPOSSIBILITATI A SOGNARE

“They can, noi no”, mi scrive una lettrice. Un primo, immediato, paradossale effetto Obama è stato quello di farci sentire dannatamente in trappola. Mi dice un’amica: “Meglio un monolocale nel Bronx che qui, con tutte le mie comodità”. E la lettrice di prima: “… ieri non riuscivo a provare gioia, a condividere l’entusiasmo e la speranza. Non sono una persona cinica, ma quella fiducia piena di aspettativa era ed è lontana da me. Lontana dalla cassa integrazione dei colleghi decisa da uomini che si sentono di sinistra, ma hanno il cuore a destra, dalla scuola di mia figlia che non so come sarà, in una nazione dove il Presidente del Consiglio riesce ad essere all’altezza del più sgradevole folklore italico, piuttosto che esprimere una progettualità nell’interesse comune. L’opposizione latita e sembra non credere più al suo ruolo mentre, anche volendo, non riesco a trovare nessuno strumento non dico per combattere, ma almeno per protestare”.

Mi fa venire in mente quel fronte politico trasversale, di destra e di sinistra, che sta per glassare la Liguria con un’unica enorme colata di cemento: alberghi, porticcioli, villette a schiera, tutti d’accordo per il business colossale -ne parleremo presto- e sembra non ci sia modo di fermarli. Anche se non rappresentano più in alcun modo l’interesse pubblico, non c’è modo di levarseli di torno, qui rubasperanza. Un “tappo” che ci soffoca, e ci impedisce di sognare. “We would have a dream”, ci piacerebbe avere un sogno. Ma non ci riusciamo.

E invece sì, che ci riusciamo. C’è ancora un po’ da tribolare, ma guai ad attardarsi nella frustrazione, che è un sentimento terribile. Prendiamo quel po’ di bene che c’è nella nostra vita -c’è sempre, da qualche parte, di sicuro- e attacchiamoci saldamente, come alla zattera che ci porterà fuori di qui. Il sogno collettivo di cui disponiamo, oggi, è il desiderio che tutti abbiamo di poter sognare. E allora pratichiamolo, da subito! Facciamolo vivere in tutti i modi, da oggi. Siamo sognanti. Spalanchiamo gli orizzonti del possibile: “We can, too”.

Sentite la mia maestra, la mia piccola amica Etty Hillesum, che sulla rete del parco pubblico di Amsterdam legge per la prima volta l’avviso “proibito agli ebrei”. Ed ecco come si sposta velocemente dalla frustrazione e dalla rabbia: “Restano sempre parecchi posti in cui vivere nella gioia!”.