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bambini, diritti, Donne e Uomini febbraio 10, 2016

Ddl Cirinnà: il pasticcio delle non-adozioni gay

Oggi riparte la discussione sulle unioni civili, compresa stepchild adoption. 

Sul Manifesto di ieri Silvia Niccolai, costituzionalista, fa sottilmente notare che la stepchild adoption, così come prevista nel ddl Cirinnà, consente l’adozione del figlio del partner anche per le coppie omosessuali, ma non apre all’adozione tout court, cioè all’adozione di bambini in stato di abbandono, che resta riservata alle coppie eterosessuali sposate.

Quindi un gay (maschio) per essere genitore avrebbe un’unica possibilità, oltre a quella di adottare un eventuale figlio nato da una precedente relazione del partner (si tratta di casi numericamente irrilevanti): ricorrere a una maternità surrogata o utero in affitto, o adottare il figlio del partner nato da surrogacy. Per lui l’adozione di un bambino già nato –a meno che non sia il figlio del partner- resta una strada preclusa.

Quindi l’effetto paradossale della stepchild adoption potrebbe essere quello di incoraggiare il ricorso alla maternità surrogata, che tuttavia per la nostra legislazione resta vietata (eccetto pochi casi di surrogacy solidale che sono già stati ammessi dai nostri tribunali). Come si esce da questa contraddizione? Come si può mantenere il divieto di maternità surrogata, se questa è sostanzialmente viene indicata come l’unica strada per la genitorialità gay maschile? Perché il ddl Cirinnà non ha parlato di diritto di adozione tout court? (o non si è limitato a parlare di unioni civili, rinviando la questione delle adozioni a un successivo intervento?)

La stepchild è senz’altro necessaria per tutte le ragioni che abbiamo detto più volte: anzitutto per la tutela dei bambini delle coppie omogenitoriali. Ma seguendo il ragionamento di Niccolai, la stepchild costituisce un’apertura malcelata alla surrogacy, con il rischio di dare un colpo al “divieto di surrogazione, malvisto negli ambienti sovranazionali perché non fa girare l’economia ed è ancorato alla strana idea che ci sia qualcosa di speciale nella maternità, un’idea che agli alfieri globali della parità non può apparire che discriminatoria”.

Si deve approvare la stepchild adoption, ma sarà presto necessario legiferare anche sul tema della maternità surrogata, che dal mio punto di vista deve essere autorizzata quando autenticamente solidale e in relazione, cioè sottratta alla contrattazione e al mercato, e cospicuamente sanzionata se “commerciale”. E su quello delle adozioni, che devono essere aperte in modo egualitario anche alle coppie di fatto, costituendo l’unica alternativa per le coppie di gay (maschi) alla maternità surrogata.

bambini, diritti, Donne e Uomini giugno 29, 2015

I gay, le donne e l’utero in affitto

Travolta da piccola bufera di inizio estate. Qualcuno che mi accusa di essere contro i matrimoni gay e contro le adozioni gay, e quindi omofoba. Il fatto è che io sono a favore dei matrimoni gay e pure delle adozioni gay, più precisamente sono a favore della non-discriminazione in base all’orientamento sessuale. Quindi mi domando da dove nasca questa colossale cretinata.

So bene da dove nasce: da una mia posizione di grande cautela in tema di fecondazione assistita, e in particolare sulle pratiche di donazione –o acquisto- di gameti e sull’utero in affitto. La mia posizione non discrimina affatto fra etero e gay. Vero che quella dei gay è almeno in teoria la platea più interessata all’utero in affitto, quindi la mia posizione di cautela sembra voler interferire con quello che è ritenuto un proprio diritto (anche se il diritto a un figlio non esiste per nessuno, né etero, né gay). Ma il genere e l’orientamento sessuale di chi compra ovociti e affitta uteri per me è del tutto indifferente.

I principi a cui mi radico sono due: il superiore diritto del bambino e della bambina, che sta saldamente in cima alle priorità; e il diritto delle donne a non essere sfruttate per ragioni economiche.

Quanto ai bambini, norme e statuti nazionali e internazionali riconoscono loro il diritto a conoscere il più possibile delle proprie origini. Non sempre, nel caso degli adottandi, questo è realizzabile. Ma nel caso dei nati da provetta certamente sì. La battaglia della prima generazione dei figli della provetta è riuscita a spostare il più dei paesi dall’anonimato a non anonimato del donatore, in modo che i figli possano accedere, se lo vogliono, a informazioni sui loro genitori biologici. Il che naturalmente ha ridotto il numero di donatori e donatrici. In Italia, per esempio, sono pochissimi, e l’affitto di utero non è consentito se non in rari casi autorizzati da sentenze sull’ “utero solidale”, ovvero quando vi sia un comprovato legame affettivo tra chi chiede e chi offre. Ma come si sa non è difficile trovare altrove gameti da comprare e uteri da affittare.

Nel caso dei donatori, basta l’emissione di un po’ di seme, pratica a rischio zero. Nel caso delle donatrici la cosa è decisamente più complessa: stimolazioni ormonali, prelievo di ovociti in anestesia o in sedazione con qualche rischio per la salute. Quindi creazione degli embrioni, impianto in utero –normalmente di un’altra donna-, rischi connessi alla gestazione e al parto, rischi psicologici legati all’esperienza e al distacco dalla creatura (che anch’essa patisce il distacco). Come si vede, la cosa è innegabilmente più complicata. Qui si fonda la naturale asimmetria tra una donna che intenda procreare “da sola” o in un progetto con la propria compagna, e un uomo che intenda procreare da solo o in un progetto con il proprio compagno. La differenza sessuale vale per tutti, etero e gay. Il corpo esiste. Perfino Judith Butler, caposcuola delle contestatissime “gender theory”, poco tempo dopo ha ammesso l’esistenza incontrovertibile di un fondamento materiale, arrivando a dire cose tipo “il corpo è mio e non è mio”. Ma qui non l’ha ascoltata più nessuno.

Quanto alle donatrici e alle madri surrogate: solo in un numero decisamente minore di casi si tratta di una libera scelta. Scelta difficilmente comprensibile per il più delle donne, ma possibile. Nella grande maggioranza dei casi, invece, si tratta di mettere a disposizione parti del proprio corpo –e della propria psiche- per ragioni di bisogno economico. Da questa “cessione” può certamente derivare molta felicità al “richiedente”, ma se  le donne in questione, spesso cittadine di Paesi poveri, potessero evitare l’esperienza, non è azzardato ipotizzare che la eviterebbero volentieri. Dobbiamo restare indifferenti di fronte a questo sfruttamento?

Essere consapevoli di queste criticità non equivale a essere pro-life, integralisti cattolici o militanti del Family Day . Voler considerare in primis i diritti dei minori, e insieme la condizione di queste donne, rese minori dalla povertà e dal bisogno, non può essere letto come omofobia. La filosofa Sylviane Agacinski è super-laica, e così l’eurodeputato dei Verdi José Bové, il saggista anticristiano Michel Onfray, e tutte le militanti femministe europee, americane, australiane, indiane, africane che in Francia hanno sottoscritto un duro appello contro l’utero in affitto  recentemente pubblicato dal quotidiano Libération, che non è certo Avvenire.

Segue furioso dibattito. Cerchiamo di darci tutti una calmata, e proviamo a ragionare in una logica di riduzione del danno per il maggior numero. A cominciare dai più piccoli e indifesi: principio non negoziabile. E sempre diffidando di conformismi, neoconformismi e pensieri unici.

Il corpo esiste. Ed esistono anche la testa e il cuore.

p.s: sarebbe bello poter fuoruscire dalla logica dei diritti contrapposti, l’un contro l’altro armato.