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Donne e Uomini, femminicidio, Femminismo, jihad, questione maschile gennaio 29, 2015

Marisa Guarneri, Casa delle donne maltrattate: violenza domestica e violenza jihadista sono la stessa cosa

Il sapere delle donne sulla violenza maschile può essere d’aiuto nell’elaborazione di un pensiero sulla violenza del terrorismo jihadista? Mi affido all’esperienza trentennale di Marisa Guarneri, presidente onorario della Casa delle donne maltrattate di Milano. Le parlo dell’emozione, della sensazione di impotenza che mi travolgono quando leggo delle donne cristiane e yazide vendute al mercato di Mosul, ammazzate a centinaia perché non vogliono fare da schiave sessuali ai guerrieri di Isis, delle bambine-bomba, delle migliaia di donne e uomini sterminati da Boko Haram. Emozione che chiede con urgenza di trasformarsi in un pensiero e in una pratica politica. Lei mi dice che l’emozione intuisce in un istante quello che c’è da sapere: “Lì dentro c’è già tutto. Poi devi tirare il filo, dipanare, capire, trovare la strada, le possibili soluzioni”.

Può servire quello che abbiamo pensato sulla violenza maschile e sul femminicidio?

“Parliamo della sottomissione: una costante nelle relazioni violente. Ed è sempre il risultato di un processo. Arrivi gradualmente a sottometterti, un passo alla volta. Lui comincia con il chiederti di non lavorare, e tu rinunci. Poi si lamenta perché vai troppo spesso a trovare tua madre, e tu riduci le visite. Non gli piacciono le tue amiche, ti chiede di non vederle più, e tu tagli i ponti. Comincia a controllarti gli orari, le espressioni del viso. Via via ti pieghi. Restringi i tuoi spazi vitali. Aderisci completamente alla sua volontà. Pensi che sia una buona strategia per tenere calmo il tuo oppressore, per evitare che la violenza esploda. E invece non lo è, perché lui non si accontenta mai. La violenza esploderà perché la minestra è salata, o perché non si trova il telecomando. Lui ha necessità di essere violento perché questa violenza ce l’ha dentro e chiede di uscire. Qualunque occasione sarà buona”.

Parliamo di quelle donne, adesso.

“Ricordi “Leggere Lolita a Teheran”? Lì si vedono bene i passaggi verso la sottomissione, un po’ alla volta, fino all’oppressione totale imposta dal regime teocratico. Le ragazze che si incontrano clandestinamente con la professoressa per poter parlare di letteratura: lì con lei si possono liberare del velo, tornare soggetti. E’ lo stesso processo che descrivevamo prima: il progressivo cedimento al dominio maschile. Fino al completo isolamento, che è una tappa decisiva in queste situazioni. C’è anche il controllo totale del corpo, che non è più libero di esprimersi, di muoversi liberamente nel suo spazio vitale. Ricordo il caso di una donna che viveva con le telecamere piazzate in ogni stanza della casa: lui voleva sorvegliare ogni movimento, ogni pensiero. C’è qualche differenza con quelle donne costrette a soffocare sotto i burqa o i niqab, corpi nascosti e pensieri silenziati? Quelle donne, le iraniane, le afghane, vivevano come noi, vestivano come noi. Un passo dopo l’altro hanno ceduto alla violenza. La partenza è il foulard obbligatorio, l’arrivo sono gli stupri e le uccisioni”.

Perché se lo sono lasciato fare?

“In seguito alla sottomissione e all’isolamento subentrano tensione e paura. Non sai mai quando e perché si scatenerà la violenza. Vivi in uno stato di attesa ansiosa, dominata dal terrore. Nella nostra Casa ho visto donne ospiti saltare  sulla sedia appena sentivano sbattere una porta. Ci si chiede perché le donne maltrattate non se ne vadano: perché il terrore le paralizza, le energie sono bloccate dall’ansia, la forza che servirebbe per difendersi è perduta. Il terrorismo è una moltiplicazione esponenziale di questo terrore. Quando ci furono gli stupri etnici in Bosnia gli effetti simbolici furono devastanti anche per il nostro lavoro. Lì era saltato ogni limite, il tuo buon vicino di casa era diventato il tuo stupratore. Il concetto di inviolabilità del corpo, centrale per le nostre pratiche, non aveva più alcuna efficacia. Quello che capitava lì ci faceva tornare indietro, toglieva forza anche a noi. La parola d’ordine dell’inviolabilità del corpo femminile non teneva più. Quando in una coppia saltano i limiti, quando dalla violenza psicologica si passa a quella verbale e poi quella fisica, noi parliamo di superamento della soglia: oltre quella soglia può capitare di tutto, la donna corre il massimo pericolo e va allontanata. Ecco, quello che stiamo vedendo ora, le donne uccise perché non vogliono fare da schiave sessuali, le bambine-bomba in quell’età cruciale di passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza, indicano precisamente questo: il superamento della soglia. D’ora in avanti non ci saranno più limiti, può capitare di tutto. La logica violenta dei terroristi di Isis che uccidono le yazide è la stessa che osserviamo nei casi di femminicidio: tu non mi riconosci, e io ti ammazzo. Identica”.

Che cosa si deve fare?

Rompere il silenzio. Esprimere le proprie emozioni di fronte a questi crimini, e da lì tirare il filo del pensiero. Rendere visibile ciò che sta accadendo. Capire che non c’è soluzione di continuità tra la violenza dei femminicidi e quella dei terroristi. E’ la stessa violenza, è lo stesso corpo femminile. Il paradigma della violenza domestica è applicabile a quello che capita alle donne in guerra: la differenza è che nella guerra la violenza sessista è più grande, confusa, mascherata. La violenza sulle donne non è un prodotto collaterale o un incidente di percorso: è tra gli obiettivi”.

Un obiettivo perché?

“Perché un uomo assapora pienamente il potere quando sente di avere un controllo assoluto del corpo e del pensiero femminile”.

Perché ne parliamo così poco?

“Perché non c’è pensiero, non si sa bene che cosa dire. Si tratta invece di voler vedere, e per vedere devi avere una chiave che funzioni, gli occhiali giusti. La mia chiave è questa, ciò che so sulla violenza domestica. Tu mi sta costringendo a vedere: io ho questi occhiali per vedere. Dobbiamo produrre un simbolico a partire dal pensiero di cui già disponiamo”.

A volte mi pare che ci comportiamo come quei bravi cittadini tedeschi che abitavano a cento metri dai campi di Auschwitz o Dachau ma non si accorgevano di nulla.

“Viviamo a poche ore d’aereo da quelle donne, ma siamo intrappolate nella nostra afasia. E’ la stessa afasia di certe che arrivano da noi e non riescono nemmeno a dire quello che hanno subìto. E allora si esprimono disegnando, trovano un altro modo, un altro simbolico. Mi ricordo una ragazzina che davanti a sua madre ci fece capire che cosa le capitava quando lei usciva a fare la spesa. Non posso dimenticare la faccia di quella madre, quando si è resa conto”.

 

 

 

esperienze, jihad, tv gennaio 20, 2015

Ibrahim, che racconta il suo jihad

“Ibrahim”, jihadista di Isis intervistato da “Piazza Pulita”

A Piazza Pulita (uno tra i migliori talk: mai urlato, condotto sobriamente da Corrado Formigli) si parla di terrorismo islamico.

Tra gli ospiti Domenico Quirico della Stampa, rapito in Siria nel 2013: “Noi solitamente ci scegliamo i nemici” dice Quirico. “Stavolta è il contrario. Loro hanno dichiarato guerra a noi, e noi cerchiamo di non farla“.

Si sta commentando la straordinaria intervista di una giornalista di Piazza Pulita al siriano “Ibrahim”, guerrigliero di Isis. L’intervista è stata realizzata a Eindhoven, Olanda, raggiunta illegalmente dall’uomo attraverso la Turchia. Vale la pena di analizzarne con attenzione i passaggi e di provare a cogliere il sotto-testo: ci dicono molto di Isis, del fondamentalismo islamista, del jihad, del momento che stiamo attraversando.

“Ibrahim” parla con calma, in una postura rilassata. Nessun segno di “esaltazione”: sta esponendo convinzioni profonde e radicate.

In Turchia” spiega “ho comprato documenti falsi. Ci sono decine di trafficanti di passaporti falsi tra la Turchia e la Grecia. E’ una mafia. Sono assolutamente convinto che il governo turco sia consapevole di quello che succede sotto i suoi occhi”.

Se Ibrahim stesse dicendo il vero, le ipotesi sono due. La prima, gravissima: il governo turco favorirebbe deliberatamente i movimenti degli jihadisti tra la Siria e l’Europa; la seconda: il governo turco chiude un occhio su attività illegali come la produzione e lo smercio di falsi passaporti. E’ bene ricordare del resto che anche Napoli è stata indicata tra le centrali di produzione e smistamento di documenti falsi.

Continua Ibrahim: “All’inizio della rivoluzione per noi siriani l’esercito libero era l’unica soluzione. L’unica speranza per liberarci da Assad e ritrovare la nostra libertà. Ma l’esercito libero non è stato all’altezza del compito che aveva. Molti di noi volevano uno stato dove si applicasse la legge islamica, loro volevano uno stato secolarizzato. Ci hanno deluso e ce ne siamo andati”. La sharia imposta urbi et orbi: è questo l’obiettivo dichiarato di Isis.

Jihad è la nostra guerra santa, contro te stesso e contro tutti quelli che offendono la legge islamica. Semplicemente, jihad significa combattere i nemici dell’Islam, tutti coloro che stanno attaccando l’Islam. L’insegnamento del profeta è: prima di tutto cerca di convincere gli altri del tuo messaggio, ma se loro rifiutano e ti attaccano, attaccali a tua volta e sii implacabile”.

Il rifiuto della fede e della legge islamica, che per Isis sono un tutt’uno, viene letto come un gesto di aggressione. Chi non si converte è necessariamente un nemico, la sua non-conversione è un atto di guerra perché significa non credere al Profeta, e quindi offendere il Profeta (non servono le vignette, per questo). Per un laico è un passaggio quasi incomprensibile. Simmetricamente, il concetto di tolleranza appare incomprensibile agli jihadisti. C’è una sola verità, una sola fede possibile. Chi non vi aderisce sta dichiarando guerra a questa verità e a questa fede, quindi è un nemico che va “implacabilmente” eliminato.

A Raqqa, capitale di Isis, “lo stato islamico si occupa di loro –dei foreign fighters e di tutti quelli che hanno voluto aderire al progetto, ndr-. Lì c’è la vera giustizia sociale, ci sono scuole, ospedali, banche, centrali elettriche, e da poco hanno una moneta. E’ un cambio epocale. La cosa che devi capire è quanto la gente viva in pace.

Chi crede e si sottomette alla sharia trova la pace, intesa non solo come non-guerra, ma come soddisfazione all’unisono dei bisogni materiali e spirituali. Islam significa “sottomissione, abbandono, consegna totale a Dio”, e quindi sicurezza e pace (salām: l’assonanza con Islam è evidente).

“I giornalisti occidentali sono stati decapitati perché è stato provato che erano spie. Gli yazidi adorano un diavolo, quindi per la legge del profeta non possiamo accettarlo”.

La persecuzione  “obbligatoria” degli Yazidi, seguaci di un culto di probabile origine gnostica, è la dimostrazione plastica del fatto che dicevamo: prima ancora che inaccettabile, per i fondamentalisti religiosi l’idea di tolleranza è incomprensibile. La differenza di credo non solo non può essere ammessa, ma va attivamente combattuta (jihad) da ogni fedele. L’inammissibilità di una fede diversa e quella di tutte le altre differenze è il fondamento di ogni totalitarismo.

Voi pensate che sia l’Isis a reclutare i ragazzi, ma vi sbagliate. Sono loro che ci cercano per andare nello stato islamico…. Odiano l’ipocrisia e il doppio gioco dell’Europa. Se insistete a offendere la nostra religione e a uccidere la nostra gente, in ognuno di noi può nascere odio e chiunque può fare qualsiasi cosa”.

Il “doppio gioco dell’Europa” va letto probabilmente come l’adesione dell’Europa al Patto Atlantico, il fatto di avere scelto gli americani aggressori e di aver preso parte alle loro guerre: risuona qui il vagheggiamento di un’Europa antiamericana (e antisionista) e amica dell’Islam. Molto impressionante quell’odio che può nascere “in ognuno di noi”: più che di una guerra senza un fronte territoriale riconoscibile, microfisica e “molecolare”, si potrebbe parlare di una guerra che impegna ogni singolo corpo, “pronto a morire”. Ciascuno è chiamato singolarmente a essere esso stesso “guerra” contro gli infedeli, arma umana autorizzata, già innescata e autosufficiente. 

E’ una crociata contro di noi, e noi dobbiamo difenderci…”: la guerra dunque è partita dagli infedeli, ed è in corso da molto tempo. E “finché il Vaticano non prende una posizione contro questa guerra, vuole dire che è complice”.

Qui si coglie un’ambiguità: la massima autorità cristiana viene in qualche modo riconosciuta, alle sue posizioni viene attribuito un valore. Forse, ancora, il vagheggiamento di un possibile dialogo con i cristiani. Confermato dal lungo silenzio di Ibrahim, quando la giornalista gli chiede se è possibile che l’Isis arrivi a Roma. L’uomo medita, come se non intendesse chiudere del tutto la porta. Non sceglie la minaccia definitiva di Abu Bakr al-Baghdadi, califfo dello Stato Islamico: “Se Iddio vorrà, conquisteremo Roma e il mondo intero“.

Cerca rifugia nel Corano: Il profeta ha detto: arriveremo”.

 

 

 

 

cultura, jihad, Politica gennaio 14, 2015

Kouachi, Coulibaly e gli altri: perché a quei ragazzi non piace più l’Occidente

Dunque rap, birra, sesso, probabilmente canne, scarse prospettive: la vita media del giovane occidentale metropolitano. Poi un incontro che ha a che fare con le proprie radici, un passato che si spalanca come possibile futuro, l’adrenalina di un’identità vincente per cui combattere, il sogno del Grande Islam che vendica le umiliazioni subite dall’Occidente (Abu Ghraib ricorre come un’ossessione nelle biografie dei “martiri” parigini), le esercitazioni militari, il jihad.

Le storie dei foreign fighters si somigliano un po’ tutte.

E se, con discreto ritardo, si sta pensando a una superprocura europea, se le immagini della macchina della polizia che ingrana la retro di fronte ai kalashnikov dei guerriglieri Kouachi danno precisamente il senso dello sbigottimento, della sorpresa di fronte a un impensabile atto di jihad nel cuore d’Europa, chi lavora con la cultura e non con le forze dell’ordine a mio parere ha un altro compito: capire perché il modello occidentale, e segnatamente l’american way of life, il mito della frontiera raggiungibile da tutti, il sogno americano che ha trainato le speranze e i progetti generazioni di donne e di uomini, per queste giovani donne e per questi giovani uomini non funziona più. Perché gli viene preferito ben altro sogno.

Qui riproduco più o meno quello che dice Mr White, americano del New Mexico protagonista di “Breaking Bad”, una tra le straordinarie serie tv (“True Detective”, “Fargo”) che danno forma al nuovo romanzo americano. Mr White si ritrova in un bel casino, intrappolato in un camper con le batterie esauste e senza una goccia d’acqua nel bel mezzo del deserto: sta crepando. Sdraiato senza forze sulla branda, Mr White dice che è tutta colpa sua, che avrebbe dovuto pensarci prima, che è lui stesso responsabile della situazione in cui si è ficcato. Me lo sono meritato. Mi merito quello che mi capita. Un monologo paradigmatico -andrebbe ascoltato- insieme al resto: in tutte le serie, deserti e praterie senza frontiere né miraggi, spaesamento, perdita di ogni riferimento, solitudine, disastro delle relazioni -siamo il Terzo Mondo delle relazioni-, Dio che si affaccia qua e là come una possibilità.

L’America per prima dice che il suo sogno è finito: per loro, per noi, per tutti. E che ci vuole qualcos’altro da sognare. Un giovane occidentale, coetaneo dei foreign fighters, l’altro giorno mi diceva: “Qui non conta più niente: la famiglia, l’amicizia, i minimi valori. Solo i soldi. E i soldi non ci sono più”.

Ascolto con attenzione, mi chiedo quale sogno dovremmo metterci a sognare. Qualche vaga idea ce l’ho.

Ma mi chiedo anche se i giovani guerrieri, scaricata l’adrenalina e finita la droga del jihad (per il potere), ipoteticamente raggiunto il loro obiettivo dichiarato (Dio non voglia), il Grande Islam che domina il mondo, la sharia come legge universale con tutto ciò che ne consegue, poi in quel mondo ci si troverebbero davvero a loro agio: loro, nati e cresciuti bene o male liberi, nelle periferie di Parigi, Berlino e Milano, come starebbero in quel mondo di ubbidienza, oppressione, illibertà?

Forse bisognerebbe insinuargli il dubbio.

 

jihad, Politica gennaio 12, 2015

Charlie Hebdo non voleva fomentare l’odio, ma stemperarlo: risposta a Luisa Muraro

Sull’orrore di Parigi, la filosofa Luisa Muraro, fondatrice della Libreria delle Donne di Milano, ha pubblicato queste righe sul sito della Libreria:

“I criminali che il 7 gennaio hanno fatto strage nella pacifica redazione di un settimanale satirico, non sono peggiori dei politici e militari che, cent’anni fa, hanno voluto la prima guerra mondiale. Non ci sono giustificazioni né per quelli né per questi.

La libertà d’espressione è un bene prezioso che va difeso con tutto il coraggio che abbiamo e i mezzi leciti di cui disponiamo. Per la stessa ragione, il bene di esprimerci liberamente va usato senza censure ma con la necessaria saggezza. Offendere i sentimenti profondi di donne e uomini non per una libera trasformazione della cultura ma solo per avere successo, come vendere più copie di un libro o di un film, questo non è saggezza. Peggio ancora è servirsi della libertà d’espressione per fomentare l’odio e la paura tra culture diverse, quale che sia lo scopo”.

Breve scritto che mi ha molto colpito.

Intanto perché Charlie Hebdo, forse proprio a causa della ferocia della sua satira che non risparmiava niente e nessuno, di copie ne vendeva di meno, non di più. La rivista non navigava in buone acque, stava antipatica a tanti, e la scelta di pubblicare le famose vignette su Maometto non può in alcun modo essere ritenuta un’astuta strategia di marketing, ma una libera e rischiosa scelta politica, pagata con il sangue che sappiamo (e che anche loro sapevano e temevano, vista l’ultima profetica vignetta del direttore Charbonnier, da anni nella lista nera degli jihadisti insieme ad altri giornalisti e artisti).

Su questa scelta si può dissentire, ma deve trattarsi di dissenso politico, non dell’accusa di voler fare audience.

Charlie Hebdo non intendeva “fomentare l’odio” religioso: al contrario, l’intento era quello di ridicolizzarne le ragioni e non piegarsi alle sue logiche. Per scelte del genere Theo Van Gogh è morto, e un buon numero di donne e uomini, da Ayaan Hirsi Ali a Irhasd Manji a Salman Rushdie, musulmani, ebrei, cristiani e atei, vivono in esilio, sotto fatwa e sotto scorta. Ogni giorno e per venti giorni, dopo essersi fatto un bel po’ di galera, il blogger saudita Raif Badawi sta ricevendo la sua umilante dose di 50 frustate in pubblico in mezzo a centinaia di uomini festanti, perché ritenuto colpevole di avere offeso l’Islam, mentre la sua famiglia è fuggita in Canada. A nulla sono valsi gli appelli di Amnesty International e Reporters sans Frontieres. Probabilmente il blogger saudita sarà un po’ più famoso di prima, sì: ma che abbia scritto quello che ha scritto per aumentare i clic, be’, credo proprio di no. L’avrà fatto, forse, perché riteneva di difendere in questo modo la sua libertà e quella di altre e altri.

Tutta gente poco saggia? Giudizio che mi impressiona, visto il prezzo che questa gente, suppongo dopo averci ben pensato, ha pagato e continua a pagare di persona per le proprie scelte libere e senza dubbio un po’  pazzoidi. Ma senza un po’ di pazzia mi pare che il mondo non sarebbe andato avanti, e neanche le donne avrebbero potuto rompere ciò che c’era da rompere. E’ stata saggia la ragazza iraniana incarcerata per aver voluto assistere a una partita di volley, in violazione dei divieti? Sagge le donne di Kabul che vanno dai parrucchieri clandestini, rischiando la pelle? Saggia Franca Viola, che rifiutò di sposare il suo violentatore, offendendo l’onore?

Ma il giudizio mi impressiona soprattutto per un’altra ragione: donne e uomini raffigurati come pronti a scattare permalosamente e pavlovianamente a fronte di provocazioni e offese, eventualmente lavabili con il sangue. Qui sì vedo un “noi” e un “loro” che non condivido. Quando penso ai musulmani, io non li penso così. Dato che ci vivo in mezzo -non abito in area C – e sono i miei vicini di casa, antipatici o simpatici come tutti, posso garantire che ne conosco di poco spiritosi e anche di molto spiritosi e propensi all’autoironia. Ho violentemente sbeffeggiato alcuni uomini sulla poligamia, sulle fidanzate di Maometto e sulle famose vergini che li attendono per deliziarli in eterno: a quanto pare sono ancora qui. Li offenderei di più, credo, se li trattassi come dei retrogradi incapaci di humour.

Ho vissuto da bambina e nello stesso quartiere il processo di integrazione degli immigrati che da Sud venivano a lavorare nelle grandi fabbriche del Nord: il film l’ho già visto. E io stessa sono per metà un’immigrata di terza generazione. Ricordo personalmente gli scherzi violenti di cui i “terroni” erano oggetto da parte dei colleghi nordici. Cose tremende. Ricordo un certo Totò, calabrese, che una sera reagì tirando fuori una pistola (l’offesa non posso dirla, fu terribile). L’amicizia si fece più salda. Ricordo anche un algerino –perfino il suo nome, anche se ero piccolissima, Bechir Fattah- a cui a sua insaputa venne servito un bel piatto di maiale. Credette di morire. Non morì. Burle feroci che quando ero piccola mi spaventavano, ma che hanno velocizzato i processi, bruciando le tappe, accelerando il metabolismo lento dell’integrazione fra differenze. L’umorismo, la satira, lo scherzo, il gioco come collanti universali.

Per questo mi spingo a dire che non solo i pazzi anarcoidi di Charlie Hebdo non intendevano affatto fomentare l’odio, ma anzi: che Charlie Hebdo a suo modo sperava di dare una mano a stemperarlo. Probabilmente con una qualche bislacca saggezza. Forse è proprio questo, la fine dell’odio, che fa più paura ai foreign fighters in cerca di adrenalina identitaria. Che si sentono insopportabilmente provocati, loro sì, anche dai deliziosi latkes, dagli schnitzel, e dai giochi dei bambini di un asilo ebraico, primo obiettivo mancato.  Ma questo è tutt’altro discorso.

aggiornamento 16 gennaio 2015. Luisa Muraro precisa:

Temo di avere scandalizzato persone oneste e chiedo di poter tornare sul mio breve commento alla strage del 7 gennaio a Parigi.

Se devo pensare a chi fomenta odio e paura degli altri sfruttando la libertà d’espressione, mi vengono in mente alcuni saggisti politici, i predicatori fanatici, certi partiti politici e ultimamente anche qualche romanziere…

I redattori di Charlie Hebdo sono fuori da questa lista! Loro hanno fatto da bersaglio di un odio fomentato da altri. Era un rischio di cui avevano consapevolezza, va detto. Quanto al vendere più copie, perché no? Volevano far ridere e dovevano vendere più copie, anche da qui passa la nostra libertà d’espressione.

Per fortuna, alcune e alcuni hanno capito le mie parole nel modo giusto. Che non vuol dire per forza essere d’accordo. Un uomo che stimo mi ha detto: ma chi stabilisce la misura giusta della satira? Chi traccia il confine fra la provocazione che ferisce inutilmente e quella che, facendo ridere, spinge a mettere in questione la realtà data?

Bella domanda. Forse troppo, inutile porsela? Io non lo penso e la pongo, soprattutto perché miro a escludere il potere costituito da ogni possibile risposta.

Per me, quella giusta misura è affidata alla persona singola, in primo luogo. Da antica lettrice di Linus so che Wolinski ne era capace. Degli altri non so, non conoscevo la loro produzione. Tant’è che non ho fatto nomi. Ho indicato una questione che non è solo di bravura personale, questo è chiaro, ed è ancora in cerca di risposte, rendiamoci conto. Per cui bisogna tenere aperto lo scambio evitando giudizi che sarebbero prematuri e contrapposizioni che sono scorciatoie verbali. Del potere politico e mediatico con le sue messe in scena non c’è da fidarsi e le cose veramente importanti, difendiamole in autonomia.

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, jihad, Politica gennaio 8, 2015

Fatelo per il poliziotto Ahmed (il silenzio del popolo musulmano)

 

Fatelo per Ahmed. Il poliziotto francese Ahmed era uno di “voi”, verosimilmente di fede musulmana, uno che in Francia aveva trovato il suo Paese, che forse ci era nato. Un parigino come da ieri tutti noi e per sempre. I suoi assassini probabilmente non hanno avuto il tempo, o forse la voglia di rendersene conto. L’hanno finito, con un gesto secco, tecnico, disumano, come quando schiacci in automatico un insetto molesto (oggi a Sud di Parigi altro sangue, una vigilessa a un posto di blocco: probabilmente una cristiana, stavolta, probabilmente ancora jihad).

Registro, ma mi interessano poco le dichiarazioni di condanna dei vari capi musulmani, sdegno, solidarietà eccetera. Avrei avuto bisogno di vedere folle di semplici muslim di Parigi, Londra, Roma, Milano, mobilitarsi spontaneamente. Avrei bisogno di seguire in silenzio, con regolamentare matita in mano, la “loro” manifestazione.  Il popolo musulmano con il quale conviviamo che ci dicesse: “noi” siamo con “voi”. Non proviamo alcun orgoglio, alcuna soddisfazione per il jihad, per la guerra portata nel cuore dell’Europa dove abbiamo messo radici, dove stanno crescendo i nostri figli. Nessuno di noi festeggerà con dolcetti o altro nel chiuso delle case. Quello che è successo ci fa schifo, e non abbiamo paura di dirlo.

Non ho visto, non ho sentito niente del genere. Tolti quei pochi amici e quelle poche amiche che abbiamo sempre al nostro fianco –intellettuali, politicizzati- il popolo muslim non ha dato segni di reazione. Gruppetti di uomini come sempre davanti ai bar, le donne velate e frettolose che come sempre andavano al super, dal dottore o a prendere i bambini.

Ecco, le donne, noi donne che ci parliamo nei negozi o davanti alle scuole: non potremmo dare corpo noi, essendo un solo corpo, a questo rifiuto, alla resistenza di fronte all’orrore? Non potremmo dire a questa gente: il nostro corpo, quel corpo di cui fate campo di battaglia, oggetto di scambio e di primo esercizio del dominio, è solo nostro, che siamo muslim o cristiane? Non potremmo strapparci il velo, reale o simbolico -quello del non-protagonismo politico, la parte che ci viene imposta di comprimarie della storia- e sottrarci? Non potremmo offrire insieme il modello di libertà a cui non intendiamo rinunciare?

E che somiglia -sì, lo si deve dire- più al nostro mondo, con tutti i suoi guai, con tutte le sue magagne, le sue misoginie e i suoi difetti, c’è tanto lavoro da fare, che al mondo a cui i jihadisti ci vorrebbero riportare?

p.s: inauguro oggi un nuovo tag, jihad. Sperando che serva il meno possibile