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pippo civati

Politica novembre 23, 2015

Napoli, è nato ‘nu criature: Possibile, nuovo soggetto politico

Sabato 21 novembre, in una giornata storica per Napoli (la candidatura a ri-sindaco di Antonio Bassolino e l’addio a Don Luigi Condurro, noventaduenne maestro della storica pizzeria “Da Michele”), sull’Arenile di Bagnoli flagellato da marosi e libeccio è nato Possibile, nuovo soggetto politico fortemente voluto dal no-leader Pippo Civati (la fase congressuale si concluderà a febbraio).

Un migliaio tra partecipanti e delegati eletti dalle centinaia di comitati di tutte le regioni, età media più da concerti che da politica –stupefacente, di questi tempi-, molte donne –anche questo non scontato-, gran quantità di competenze e di giovani “professori”, libertà da schemi novecenteschi, clima creativo e da work in progress.

E’ nato “’nu criature” che non somiglia a nessuno e crea non pochi interrogativi: è rosso? è verde? è rosa come il suo logo? e come diavolo si comporterà?

Uguaglianza ma non egualitarismo, lavoro, casa, lotta alla povertà e reddito minimo, vera battaglia sull’evasione fiscale, decisa svolta ambientale, alternativa energetica, punto sui diritti, fine della questione maschile. Umori langeriani. Quanto alla guerra in corso: basta con la vendita di armi, e miglior cordinamento delle intelligence europee. Centralità del Sud, con tutto il suo potenziale inespresso. Forma: partito semi-liquido, con piattaforma web e indispensabili dotazioni virtuali – ma con i piedi solidamente piantati nei contesti, nei posti dove si vive e si lavora, si soffre, si cerca di essere felici, si costruiscono relazioni, dove già si stanno sperimentando buone pratiche e dove c’è sempre qualcosa di importante da fare (qui l’intervento di Civati).

(5 stelle di sinistra? si chiede qualcuno)

Un passo avanti, dalla retorica della partecipazione verso la pienezza della sovranità: il che poi non sarebbe un grande azzardo, essendo che la Costituzione lo prevede. Quindi un’assemblea sovrana e comitati locali altrettanto sovrani, coordinati tra loro per temi e progetti. La piramide gerarchica perde pezzi e si appiattisce in una forma reticolare con un segretario eletto, primus inter pares.

Ambizioni di governo ma nessun “vincismo”, e niente soluzioni politiciste calate dall’alto: per le prox amministrative, ad esempio, saranno i singoli contesti a decidere se, come e con chi, in una prospettiva di dialogo con i soggetti di sinistra, gli ambientalisti, i riformisti e i radicali interessati a un’idea di Italia che si distanzia dal mainstream governativo.

La proposta “nessuna alleanza con il Pd” è stata accolta dall’assemblea napoletana con un boato festoso e inequivocabile.

Politica giugno 22, 2015

Civati, anti-leader di Possibile

Pippo Civati ieri a Roma alla presentazione di E’ Possibile

Sostiene Pippo Civati che finché è restato a soffrire nel Pd gli hanno dato, per così dire, dell’ipodotato. Ora che è sceso dal carro del cosiddetto vincitore tanti gli dicono che ha “due palle così” a essere uscito, con quell’elegante espressione che racconta il coraggio come esclusiva virile e ne colloca il ricettacolo in area genitale.

Restando in tema antropologico, o andrologico, per natura e cultura Civati incarna perfettamente la tipologia dell’anti-leader. Ama la politica e ne vuole essere protagonista ma sfugge al ruolo del capataz, proprio lo angoscia. E’ l’uomo solo al non-comando, si offre come snodo, hub, ripetitore multiporta che attiva la rete.

Nel mio ultimo libro (Un gioco da ragazze, 2011) scrivevo questo:

In rete il capo è meno capo e il potere si depotenzia. Nello spazio che lui lascia sgombro si rafforzano le relazioni, tessuto connettivo di un nuovo civismo… Non stai facendo rete se pretendi di conservare un vertice su cui startene appollaiato…

La rete è la piramide gerarchica che si affloscia e si appiattisce… Leader e gerarchie non servono più a far funzionare le organizzazioni. Semmai sono il problema delle organizzazioni… Il nuovo modello è quello della rete che pulsa, co-crea, redistribuisce e fa fluire, velocizzando i processi e moltiplicando le opportunità… In rete il potere si mostra per quello che è: un trattenimento, un abuso, un ingorgo, qualcosa di «antipatico», ovvero di non condiviso, un blocco dell’energia che fa ammalare il corpo sociale e anche i corpi individuali”.

Aggiungo che la rete c’è già, non c’è bisogno di crearla dal nulla o di ricrearla bonficando un tessuto abbandonato o marcito.

Nei caotici e visionari anni Settanta della mia adolescenza, quando tutto si è manifestato in embrione e in rivoluzioni simboliche, avevo strambi amici che facevano la maglia come forma di militanza, o che scrivevano libri con titoli tipo “L’antimaschio” (Stefano Manish Segre che ora vive a Maui, hi brother). Ricordo un altro amico, Alex Langer –stra-citato ieri, alla prima convention di Possibile, soggetto politico lanciato da Civati– il cui straordinario carisma profetico non attingeva da esuberanze inguinali o da appollaiamenti in cima a piramidi.

Per dire di Possibile, vorrebbe essere questo: una efficace messa in comunicazione e condivisione di quello che come dicevamo c’è già, ovvero la politica vivente nei contesti, le associazioni di cittadine e cittadine su questioni reali, le buone pratiche già operative, le soluzioni pensate globalmente e agite localmente, il lavoro condiviso sui beni comuni (vedi la premio Nobel Elinor Ostrom). Per arrivare a farne proposta di governo.

Qualcosa che, per una volta, non rappresenti le istanze dei bureau delle banche e della finanza più o meno tossica, come di norma i partiti chiamati oggi semplicemente ad amministrare decisioni prese altrove, ma un’idea del politico come “mediatore che ascolta la voce del suo popolo, scorge le vie praticabili e sa mediare, avanzando in vista del bene comune. E in questo mediare si logora, muore: il mediatore perde sempre; perde per far vincere il popolo(Papa Francesco, “Pastorale Sociale”). E per Alex Langer non è stata solo metafora.

Dato che in molti, non solo Francesco, ne parliamo e ne scriviamo da tanto tempo, prima o poi ci si doveva arrivare. Potrebbe essere questa la volta buona. Potrebbe essere Possibile.

Per il resto si può dire che ieri, sotto il sole cocente del solstizio a Roma e con il buon auspicio della congiunzione Luna-Venere-Giove (che splendore!) si sono viste più di duemila belle e chiare facce di donne (tantissime) e uomini competenti e di buona volontà, legati tra loro da un filo di fiducia e di felicità.

 

Politica maggio 7, 2015

Pippo’s Project

Il travaglio di Pippo Civati è stato lungo, doloroso e sbeffeggiato. Non si molla da un giorno all’altro qualcosa che è stata la tua vita. Ora il travaglio si è concluso, e a sentirsi poco bene sono tanti altri, in un partito, il Pd, che in forza della governabilità –nessun dubbio sul fatto che il Paese debba essere governato-, ha ridefinito un passo dopo l’altro i suoi fondamentali in direzione di un blairismo all’italiana. Si tratterà di capire se e quanto si sono ridefiniti anche i suoi elettori: la grande manifestazione dei prof contro la “buona scuola” (slogan: “Renzi + Giannini peggio di Gelmini”), qualche dubbio lo autorizza. Perfino nel premier che, forse per la prima volta, si allarma di fronte al rischio di emorragia di consensi e si vede costretto a un parziale marcia indietro.

Primo banco di prova per Civati, fra 3 settimane, le regionali liguri: un successo del progetto Rete a Sinistra per Pastorino presidente potrebbe delineare il perimetro e il potenziale di una Podemos italiana. I temi ci sono già tutti: ambiente –la situazione in Liguria è drammatica, dopo anni e anni di partito trasversale del cemento, e non è ancora finita-, e poi lavoro e diritti. Temi liguri e nazionali, inestricabili l’uno dagli altri.

Il rischio zero-virgola per un nuovo progetto politico è direttamente proporzionale agli Ingroia e ad altri personaggi già prontissimi a scendere dal carro perdente per farne perdere un altro. Eterno riciclo degli uguali.

In Italia il posto di Podemos è già abbondantemente occupato dai 5 Stelle, al netto delle relazioni pericolose con Farage. Poi c’è il civismo “risorgimentale” milanese, senz’altro il più interessante tra i nuovi prodotti politici (come sempre, del tutto incompreso a Roma), con l’aspirazione del sindaco uscente (o rientrante) Pisapia a farne un prodotto politico nazionale. Se la Liguria sarà il primo banco di prova, Milano dovrebbe essere il secondo.

La scena mi pare questa.

L’ho già detto, ridico come la penso: come l’Angelus Novus di Walter Benjamin, si tratterebbe di abbandonare le rovine, anche le proprie, un’idea pavloviana di sinistra con le sue parole d’ordine inutilizzabili, i suoi rituali consumati, le sue logiche inservibili, la volgarità dei suoi laicismi, le sue barbe e le sue maschere. Di mettere al centro la “natura” sacrificata, il femminile del mondo, la mitezza, la pace e la cura di tutto ciò che è piccolo e dipende da noi, e di garantire a ciascuno ciò di cui ha bisogno per una buona vita, che è molto più dell’uguaglianza.

Donne e Uomini, economics, italia, lavoro marzo 31, 2015

Gap salariale tra donne e uomini: una proposta di legge

 

Proprio oggi l’Istat diffonde nuovi disastrosi dati sulla disoccupazione, e in particolare sul calo costante dell’occupazione femminile. Nelle settimane scorse abbiamo appreso che uno dei pochi dati positivi che riguarda il lavoro delle donne nel nostro Paese, un gap salariale inferiore alla media europea (7.3 contro 16 per cento), si sta progressivamente ampliando, mentre negli altri Paesi la forbice tende a ridursi.

La trasparenza e la pubblicità delle retribuzioni nelle aziende (fatta salva la privacy: cioè omettendo l’identità dei singoli lavoratori e nominando solo  il genere di appartenenza) è il primo passo necessario per contrastare la disparità salariale: è questo il senso della proposta di legge depositata oggi da Pippo Civati del Pd, a inaugurare un pacchetto di leggi “dedicate” alla cittadinanza femminile (e dati i vantaggi che ne deriverebbero, a tutto il Paese).

Ecco il testo della proposta.

“Onorevoli colleghi! Il divario retributivo di genere è un fenomeno complesso che
riguarda sia la cosiddetta “discriminazione diretta”, cioè a parità di lavoro, sia le
differenziazioni di mansioni e di settori. Si tratta di un divario troppo ampio, che, a
livello di Unione Europea, si attesta in media intorno al 16%.
Colmare questo divario è necessario anzitutto per motivi di giustizia e di uguaglianza.
Ricordiamo che l’articolo 37 della Costituzione afferma che «la donna lavoratrice ha gli
stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore». I
destinatari di questo imperativo sono tutti i soggetti, pubblici e privati, da cui dipenda il
rispetto dello stesso, compresi quindi i datori di lavoro, ai quali la presente proposta in
particolare si rivolge.
Peraltro, deve considerarsi come dal superamento del divario si trarrebbero vantaggi
anche per l’economia, un riconoscimento adeguato del lavoro delle donne essendo
generalmente riconosciuto come un importante fattore di crescita.
Al fine di assicurare la piena realizzazione della parità salariale molti sono gli interventi
da porre in essere, anche attraverso la revisione di alcune norme esistenti, intervenendo
su sanzioni e incentivazioni, ma il punto da cui partire in modo semplice e immediato
può essere quello della trasparenza.
Si tratta di un elemento su cui puntano oggi sia l’Unione europea sia Paesi
economicamente forti e sviluppati e che ci sembra il caso di riprendere e – per certi
versi – anticipare.
Infatti, il 7 marzo 2014 la Commissione europea ha adottato una raccomandazione «sul
potenziamento del principio della parità retributiva tra donne e uomini tramite la
trasparenza».
Per questo la Germania, che certamente presenta un divario retributivo molto più ampio
del nostro, si sta dotando di una legge per la parità salariale di grande significato, che
prevede la pubblicizzazione degli stipendi di un’azienda, senza indicare i nominativi dei
lavoratori, ma associando alle cifre il riferimento al gruppo di appartenenza e quindi al
genere.
Una soluzione che si combina perfettamente con la decisione del governo tedesco e
della sua maggioranza di introdurre un salario minimo stabilito per legge, come anche in
Italia sarebbe auspicabile che si facesse.
 
Una soluzione avanzata dal governo di Grosse Koalition guidato da Angela Merkel, e in
particolare dalla ministra Manuela Schwesig, ministra federale alla famiglia.
I dati in Italia ci dicono che, per una volta, il nostro Paese è in testa alle classifiche
europee, perché il gap è solo del 7,3%. Il dato che allarma è però che la differenza
aumenta, mentre negli altri Paesi diminuisce.
Con un testo di legge chiaro e semplice, che rinvii all’intervento del Governo, entro
poche settimane, si può intervenire immediatamente, perché il nostro Paese sia alla pari
con i migliori standard di civiltà e riconosca quell’equilibrio tra uomini e donne che è
un fattore di qualità imprescindibile della nostra democrazia e della nostra Costituzione,
perché ogni ostacolo sia rimosso e superato nella nostra vita sociale.

Articolo 1
1. Al fine di colmare il divario retributivo tra i sessi, le imprese e le organizzazioni sono
tenute a garantire la trasparenza e la pubblicità della composizione e della struttura
salariale della remunerazione dei propri dipendenti, avendo cura di non indicare alcun
elemento identificativo personale, salva la appartenenza di genere, secondo quanto
previsto al successivo articolo 2.
Articolo 2
1. Il Governo, entro tre mesi dall’entrata in vigore della presente legge, adotta uno o più
decreti legislativi con cui definisce:
A) le modalità per assicurare la trasparenza e la pubblicità della composizione e della
struttura salariale della remunerazione dei dipendenti;
B) le sanzioni per la violazione degli obblighi di trasparenza e pubblicità di cui
all’articolo 1 e delle modalità per assicurarne il rispetto.
2. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, lettera A), il Governo si attiene ai
seguenti principi e criteri direttivi:
a) assicurare il rispetto della normativa sulla privacy, escludendo in ogni caso la
presenza di qualunque dato anagrafico diverso dalla appartenenza di genere;
b) prevedere la chiara identificazione della appartenenza di genere;
c) prevedere la chiara identificazione della composizione e della struttura salariale;
d) assicurare che ciascun lavoratore conosca, senza dovere presentare richiesta, la
retribuzione e ogni altra forma di remunerazione, compresi i bonus, di tutti i lavoratori
dipendenti della medesima impresa o organizzazione;
e) assicurare che ciascun lavoratore possa consultare, senza dovere presentare richiesta,
per un periodo di almeno sessanta mesi, la retribuzione e ogni altra forma di
remunerazione, compresi i bonus, di tutti i lavoratori dipendenti della medesima
impresa o organizzazione;
f) assicurare che le prerogative di cui alle lettere d) ed e) siano assicurate anche alle
associazioni sindacali;
g) assicurare che le imprese con almeno cinquanta dipendenti informino regolarmente i
dipendenti, i rappresentanti dei lavoratori e le parti sociali sulla retribuzione media per
categoria di dipendente o posizione, ripartita per genere;
h) assicurare che le imprese e le organizzazioni con almeno duecentocinquanta
dipendenti svolgano audit salariali da mettere a disposizione dei rappresentanti dei
lavoratori e delle parti sociali.
3. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, lettera B), il Governo si attiene ai
seguenti principi e criteri direttivi:
a) prevedere sanzioni amministrative adeguate e ragionevoli per il caso di mancato
adempimento all’obbligo di rendere pubbliche le retribuzioni e ogni altra forma di
remunerazione;
b) prevedere sanzioni amministrative adeguate e ragionevoli per i casi di mancato
rispetto delle modalità previste per assicurare le forme di trasparenza e di pubblicità di
cui alla presente legge e ai decreti delegati emanati in base alla stessa;
c) prevedere un progressivo aumento della sanzione per il caso in cui le violazioni di cui
alle lettere a) e b) del presente comma risultino gravi e reiterate.
Art. 3
La presente legge entra in vigore il giorno successivo alla sua pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale”.

Donne e Uomini, Femminismo, Politica, questione maschile giugno 15, 2014

#Mineo e le donne

Caro Corradino Mineo,

ti sei prontamente scusato per le cose molto sbagliate che hai detto l’altra sera quando hai paragonato il premier Matteo Renzi a un ragazzino autistico, usando il termine “autistico” come un insulto e colpendo al cuore molte famiglie che soffrono per la disabilità dei loro bambini.

Ti sei anche scusato con la ministra Boschi, che sarebbe lì, come tu hai detto, grazie “alla parità di genere”. Hai voluto anche sottolineare che è una “bella donna”, una “secchiona”, e hai detto che crede di essere Renzi e di poter trattare in vece sua con Berlusconi e Calderoli (e capirai!). Di quest’altra tua uscita infelice si è parlato meno. Apprezzo le tue scuse anche nei suoi riguardi, ma intendo spenderci qualche parola.

Sono certa, anzi certissima della tua sensibilità nei confronti dei ragazzi autistici e di ogni altra forma di disabilità: da questo punto di vista, sì, sono convinta del fatto che la stanchezza e l’amarezza per l’ingiusta sostituzione in Commissione Affari Costituzionali ti abbiano giocato un brutto scherzo.

Sono meno convinta del fatto che tu sia altrettanto sensibile alla necessità del “doppio sguardo” nei luoghi in cui si decide per il bene comune, la politica e tutti gli altri. Ho avuto il senso, cioè, di un tuo convincimento non facilmente eradicabile sulla superfluità della presenza femminile in politica, convincimento piuttosto comune nella tua generazione, quella dei sessantenni. Da questo punto di vista il “giovane” Matteo Renzi è stato inequivoco e determinato: per la nuova generazione di uomini, diciamo dai 40 in giù, l’idea di lavorare in club for men only è semplicemente impensabile. Ne ha riparlato chiaramente anche ieri, nel suo discorso introduttivo all’Assemblea Nazionale Pd. Ci saranno certamente dei “resistenti patriarcali”, ma il salto è finalmente avvenuto, e al premier va riconosciuto il fatto di averlo rappresentato in modo chiarissimo, collocando un numero pari di donne in posizioni di notevole responsabilità politica. Si tratta di un bene assoluto, che ci fa fare quel balzo avanti atteso da decenni. A molte giovani donne è stata offerta la possibilità di fare bene, e anche di sbagliare: perché, come dice la carissima amica Alessandra Bocchetti, anche noi “siamo umane, non divine”.

Maria Elena Boschi è bella, certamente, anzi bellissima: questo tuttavia è un argomento di nessun valore quando si tratta di dialettica politica. Avresti dovuto opporle i tuoi argomenti, riconoscendole dignità di interlocutrice, e perfino la legittimità a trattare con Berlusconi e Calderoli (veri giganti). Hai preferito la scorciatoia dell’umiliazione dell’avversaria.

Fai riferimento a Pippo Civati, il quale nel suo programma ha dato la massima importanza a tutto questo, parlando severamente dell’esistenza di una tenace “questione maschile” nel nostro Paese. A maggior ragione ti chiedo di spendere ancora qualche pensiero su quello che è accaduto. Le scuse chiudono certamente il pregresso, la riflessione potrebbe portare frutti ben più importanti.

Capisco che possa essere difficile per chi non è più un ragazzo, una rivoluzione copernicana interiore: per la tua generazione la misoginia è stata un tratto fondativo e costitutivo di quello che si definisce “essere uomini”. Questo modo di “essere uomini” noi l’abbiamo patito e aspramente combattuto. E vedere tante donne in quei luoghi, anche per chi non è propriamente una fan della politica della rappresentanza, ci dà un senso di fiducia e perfino di tregua.

Ti chiedo perciò di non archiviare subito la pratica, e di provare a pensarci ancora un poco.

Donne e Uomini, italia, Politica, questione maschile marzo 6, 2014

Una legge francese contro la “questione maschile”. Proviamoci anche noi

 

In corso in queste ore alla Camera la battaglia sul 50/50 nelle liste elettorali. Le deputate hanno formato un fronte bipartisan per ottenere l’alternanza uomo-donna e il 50 per cento dei capilista, con la solidarietà della presidente Laura Boldrini.

L’attuale testo dell’Italicum prevede l’alternanza due-uno, e secondo le simulazioni provocherebbe infatti una diminuzione delle elette. Parte degli emendamenti proposti sono stati accantonati, altri attendono di essere esaminati. Non si sa se entro stasera o la prossima settimana: il dibattito proseguirà fino a mezzanotte per essere ripreso lunedì, con slittamento del voto finale. Né si sa se il voto sarà palese oppure, su richiesta di un numero congruo di deputati, segreto. In quest’ultimo caso gli emendamenti verrebbero certamente respinti con una mitragliata maschile bipartisan. Ma anche il voto palese non costituirebbe una tutela: Forza Italia, nonostante la mobilitazione di molte parlamentari di questo schieramento, difende l’attuale testo.

Potrebbe essere, insomma, un 8 marzo molto amaro.

Nel frattempo in Francia le cose sembrano andare meglio. In dirittura d’arrivo un’articolata legge di parità, una sorta di legge-quadro che prende di petto e complessivamente la “questione maschile”, proponendo per macro-aree tematiche (politica, lavoro, famiglia, violenza, autodeterminazione) dispositivi per un’effettiva applicazione delle normative già vigenti: spesso infatti le leggi esistono, ma vengono aggirate o restano inapplicate, come nel caso della nostra 194, affossata da una ponderosa obiezione di coscienza. Ma nella proposta francese ci sono anche novità legislative.

Affrontare la questione maschile, tutta insieme, e non un pezzetto alla volta: questa la novità dell’impostazione. “Poiché le disuguaglianze sono presenti ovunque” spiegano gli estensori della proposta “dobbiamo agire ovunque”.

Si parla per esempio di riforma dei congedi parentali, con relative sanzioni. Di meccanismi penalizzanti per le aziende con board ostinatamente monosex. Di semplificare l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza. Di una giustizia più efficace e rapida contro la violenza sessista. E anche di liste elettorali che garantiscano, pena la non ammissibilità, un’effettiva equa rappresentanza (tutta la legge la trovate qui).

Ispirandosi al modello francese, calibrato e adattato alla situazione italiana (qui stiamo certamente peggio delle francesi), i deputati Michela Marzano e Pippo Civati hanno pensato di lavorare a uno schema simile, avvalendosi del contributo di chiunque abbia indicazioni e suggerimenti.

Anch’io intendo dare una mano alla redazione di questa proposta. E dicendo “io” mi riferisco anche alle lettrici e ai lettori di questo blog.

Una legge che nasce dall’esperienza e dalle riflessioni del maggior numero di donne e di uomini nasce più forte e radicata, scritta nella coscienza collettiva prima ancora che nei codici.

Vi invito quindi a leggere attentamente la proposta francese e a far pervenire qui le vostre osservazioni.

(per chi legge agevolmente in francese, ecco il testo integrale).

p.s. Questo post accetterà solo commenti che contribuiscono alla costruzione della proposta.

 

Donne e Uomini, Politica ottobre 29, 2013

Sepoltura dei feti: approvata la delibera della giunta Renzi

 

dopo le novità della giunta di Firenze, i pro-life tornano alla carica chiedendo l’istituzione della festa dei “santi non-nati”

E insomma, giusto a poche ore dalla chiusura della Leopolda il consiglio comunale di Firenze ha discusso e approvato la famosa delibera della giunta Renzi sul cimiterino dei feti a Trespiano, sulla quale molte associazioni di donne fiorentine, a cominciare da Snoq, tenevano da tempo accesi i riflettori (la delibera è stata tenuta chiusa per mesi nel cassetto: anche la tempistica per riproporla, l’immediato post-Leopolda, è suggestiva… un autogoal?).

Ma vediamo nel merito: la delibera è stata riproposta ripulita (e in senso non solo figurato) di quei passaggi splatter, là dove si parlava di sepoltura dei “prodotti abortivi e del concepimento”, evocando l’orrore: quel passaggio era stato accolto dall’esultanza del Movimento per la Vita e dei pro-life, e aveva addirittura scatenato macabri flash mob di gruppi dell’ultradestra contro i consultori (la storia qui).

Evidentemente si  è capito che la faccenda era una vera bomba, ed era meglio evitare. Inoltre non si parla più esplicitamente di un’area dedicata nel cimitero. Quindi, in buona sostanza, la lotta delle fiorentine e delle loro supporter esterne contro il cimiterino voluto da Renzi ha avuto un certo successo, evitando un precedente pericoloso che -specie nell’eventualità di una premiership Renzi- avrebbe dato il la all’istituzione di cimiterini analoghi in molte città. La delibera è passata con 30 voti a favore, 4 contrari e 7 non voti. A favore il Pd (tranne Francesco Ricci e Claudia Livi, non votanti), Idv e gruppo Noi per Matteo Renzi, contrari Ornella De Zordo (perUnaltracitta’), Tommaso Grassi (Sel) Marco Semplici e Massimo Sabatini (lista Galli).

Il passaggio del testo di regolamento cimiteriale che riguarda i feti definisce le dimensioni delle fosse (mi scuso), delle urne e dei “monumentini” e per il resto rinvia al decreto presidenziale in vigore da più di vent’anni che regola la materia: “Ferme restando le previsioni del piano di settore cimiteriale, in riferimento alle sepolture previste di cui all’art.7 del decreto del Presidente della Repubblica del 10/9/1990 e nel rispetto dell’art.50 lett.d, è confermata la prassi consolidata e vengno previste le seguenti dimensioni per gli spazi...“, eccetera.

Ma alcune ambiguità restano. La “prassi consolidata”, in realtà, spiega Tommaso Grassi di Sel che ha votato contro la delibera, “è che c’è nei fatti già un’area dedicata nel cimitero. Inoltre è ancora da capire se sia stata eliminata la planimetria allegata che individuava con chiarezza l’area nel cimitero di Trespiano”. Grassi spiega la sua contrarietà anche con il fatto che “regolamentando con una delibera le dimensioni delle fosse e le modalità della sepoltura, di fatto si istituzionalizza la questione. Dalla “prassi consolidata” si passa a un vero regolamento con un iter pubblico, il che significa di fatto conferire ai feti lo status di “cittadini morti”. Un simbolico pesante, che va a colpevolizzare le donne che decidono di interrompere la gravidanza”.

In effetti, essendoci già una legge che regola chiaramente la materia, non si comprende la necessità di un richiamo dettagliato in una delibera comunale: a che cosa serve ribadire? E’ un atto amministrativo, o un gesto politico-ideologico?  “Insomma” dice ancora Grassi “è un po’ come per l’Imu, che viene cancellata e poi reintrodotta con altri nomi. Anche qui sono sparite le parole che davano scandalo, ma la sostanza della questione è stata in buona parte salvaguardata“.

La delibera è stata difesa in aula da Stefania Saccardi, assessora ai Servizi Sociali e vicesindaca, legatissima a Matteo Renzi. Avvocata, cattolica,  già legale dell’Istituto Diocesano, Saccardi ha letto alcune lettere di padri e madri che desideravano seppellire il “loro” feto e ha spiegato che la questione non andava posta in termini ideologici.

Non è questione ideologica, in effetti. E’ questione di pelle. La legge 194 sull’aborto ormai è una legge di carta, sostanzialmente inapplicata in gran parte del territorio nazionale: la delibera Renzi, sia pure alleggerita, non va certo nel senso di migliorare le cose. Quando pensiamo a Renzi, pensiamo anche a questo Renzi.

E’ mezzo secolo che si combatte, e siamo ancora a questo punto.

P.S: Lo posto qui perchè la questione continua a tornare nel dibattito, quindi l’informazione ha bisogno di essere ribadita.  Domanda: se io voglio dare sepoltura a un feto, perché mai non ne avrei diritto? Risposta: il diritto a seppellire i feti di qualunque età gestazionale  è garantito da decenni da un decreto presidenziale: il dpr 10/09/90. Domanda: ci vogliono spazi appositi nei cimiteri -“giardini degli angeli” e simili- perché questo diritto possa essere esercitato? Risposta: no. In questi anni migliaia di feti sono stati sepolti in assenza di campi dedicati.

 

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aggiornamento ore 13.30: prime reazioni politiche. Questo è un altro candidato alla segreteria del Pd, Pippo Civati, che la vede molto diversamente. Vediamo se reagiranno anche gli altri due candidati.

aggiornamento di martedì 5 novembre, ore 20: interviene la Conferenza Nazionale delle Donne Pd

Sull’istituzione di un cosiddetto “cimitero dei feti” c’e’ stata una reazione giusta e netta di moltissime donne, del pd e non solo, sia quando a proporlo è stata una giunta di centrosinistra (come accadde a Firenze l’anno scorso), sia quando la proposta è venuta dal centrodestra (è il caso dell’allora vicesindaca di Roma Sveva Belviso). Ognuna di noi ha una propria sensibilita’ e compie le proprie scelte, ovviamente, ma in tante abbiamo letto l’istituzione di una vera e propria area dedicata come una provocazione lanciata alla legge 194.

Questo perche’ la legislazione italiana e’ abbastanza chiara. Il decreto 285 del 1990, che aggiorna il regolamento di polizia mortuaria fermo dal ’39, prevede, infatti, all’art 7, che: “A richiesta dei genitori, nel cimitero possono essere raccolti anche prodotti del concepimento di presunta età inferiore alle 20 settimane”. Prima la prassi prevedeva la possibilità di seppellire solo i feti dalle 20 alle 28 settimane, oggi invece, si possono tumulare anche “prodotti del concepimento” sotto la decima settimana e tutto ciò che, con la norma precedente, veniva automaticamente considerato “rifiuto sanitario speciale”. Quando la legge e’ cosi’ chiara non si comprende davvero ne’ l’esigenza di istituire un’area dedicata, ne’ tantomeno l’esigenza di ribadire questa possibilita’ in una delibera comunale.

Sappiamo bene che la legge 194 e’ stata negli anni costantemente osteggiata e messa in discussione e per questo, anche in Parlamento, ci stiamo battendo affinchè l’obiezione di coscienza non diventi un ostacolo ad un diritto di scelta ottenuto con una grande mobilitazione e tante battaglie, chiedendo un maggiore impegno della ministra e delle regioni per la piena applicazione della legge. C’e’ ovviamente bisogno di atti concreti e di risorse, ma e’ anche necessario un dibattito culturale e politico che non consenta passi indietro sul terreno del rispetto delle scelte delle donne.

 

aggiornamento di venerdì 8 novembre: i “pro-life” chiedono dimissioni
dell’assessora regionale Lidia Ravera perché contro il cimitero dei feti fiorentino: vedere qui.

Dai banchi dell’opposizione in regione Lazio, Francesco Storace presenterà una mozione per sfiduciare Ravera.

aggiornamento di domenica 10 novembre:

questo il testo della mozione respinta in Regione Toscana il 2 ottobre.

Contro, oltre al Pdl, il voto decisivo di 5 consiglieri Pd: renziani, fioroniani e uno ancora non si sa ( tutti ex-Margherita).
La mozione chiedeva misure per l’applicazione della legge 194. Eccola:

si chiedeva di “emanare atti che in forza delle responsabilità riconosciute alle Regioni stesse prevedano con effetto vincolante per tutte le strutture che applicano IVG:
assicurando i parametri di personale sanitario al fine di garantire la piena applicazione della legge 194, tutelando altresì le professionalità del personale non obiettore da non relegare esclusivamente ai servizi di IVG
• verificando presso gli Ordini provinciali dei Medici che istituiscano elenchi di medici obiettori e medici non obiettori, accessibili ai cittadini che ne facciano richiesta
• chiedendo che nei curricula per i concorsi ospedalieri venga esplicitata la posizione riguardo all’art. 9 della L. 194
• adempiendo ai compiti, di spettanza della Regione, di verificare che le ASL organizzino i servizi di controllo e garanzia del servizio anche attraverso la mobilità del personale obiettore così come previsto dall’art. 9 della L 194 e che organizzino i servizi di UO di ginecologia e ostetricia in modo che a medici obiettori e non obiettori sia assicurata la possibilità di svolgere tutti i compiti assistenziali
vincolando la scelta per un periodo di tempo di almeno 3 anni, analogamente a quanto avviene per le nuove assunzioni
• implementando le informazioni sul percorso per l’IVG in tutti i presidi sanitari e sui loro siti “.

Mozione respinta!

Aggiornamento mercoledì 13, ore 16.00: pubblicato il testo della delibera sul cimitero dei feti a Firenze. Lo trovate qui.

 

 

 

Donne e Uomini, Politica, Senza categoria ottobre 26, 2013

#Primarie Pd: i 4 candidati e le donne

Gianni Cuperlo, Matteo Renzi, Gianni Pittella e Pippo Civati,
i quattro candidati alla segreteria del Pd

 

Se a qualcuno ancora servisse una prova del fatto che le donne, anche elettoralmente e politicamente, fanno la differenza, basterà ricordare il caso di Barack Obama: il voto femminile è stato decisivo per la sua rielezione. E potrebbe essere dirimente anche alle prossime primarie per la scelta del nuovo segretario del Partito Democratico.

Con alcune amiche che amano la politica abbiamo esaminato le mozioni in cui i 4 candidati esprimono le loro «linee politico-programmatiche» -ovvero le idee sul partito, sul Paese e la visione del futuro- mettendo a confronto i passaggi sui temi attinenti alla cittadinanza femminile.

Ecco brani “dedicati” nelle varie mozioni, che presentiamo ordine di sorteggio:

 

GIANNI CUPERLO
L’«uguaglianza e la libertà delle donne» sono la «condizione di contrasto a ogni differenza e discriminazione».

«Porteremo questi documenti nei circoli, li confronteremo con movimenti e comitati, con le associazioni della legalità e del civismo, coi mondi del lavoro, le forze economiche, sociali, professionali. E innanzitutto con i giovani e le donne».

«(…) la legge di Stabilità può essere migliorata non solo nella struttura ma anche nella dimensione. (…) Concentrarsi sul rilancio della domanda interna, aiutando i redditi più bassi (anche con un’azione mirata e selettiva della riduzione del cuneo fiscale sul lavoro per i giovani e le donne».

«Occorre un piano straordinario per l’occupazione giovanile e femminile finanziato in modo consistente, concentrando le risorse che nei prossimi anni si recupereranno dalla riduzione della spesa degli interessi sul debito pubblico, dal contrasto all’evasione fiscale e dai maggiori margini d’azione contrattati a livello europeo».

«Il sostegno alle responsabilità familiari è un’urgenza nel nostro Paese, dove ancora oggi quasi tutto il peso è caricato sulle spalle delle donne. Cruciali sono le politiche di condivisione e di sostegno al lavoro di cura attraverso i servizi sociali, nidi, i congedi parentali».

«L’obiettivo è diminuire la tassazione sul lavoro e sulle imprese (…) per favorire l’occupazione partendo dalle situazioni più deboli nel mercato del lavoro: i giovani, le donne, gli over 50 e i disoccupati di lungo periodo».

«Abbiamo giovani, studenti, ricercatori, e tra questi moltissime donne, che non temono confronti, eccellenze nei campi della creatività, della network science, in tanti settori della produzione innovativa».

«Le tragedie dell’Europa del ‘900 insegnano che non dobbiamo dimenticare che la “banalità del male” cova sotto le ceneri. Ma c’è una premessa. Perché alla fine forse tutto di lì ha inizio: il rispetto dei diritti umani delle donne, l’inviolabilità del loro corpo come antidoto alla legge dei più forti. Anche il nostro presente è segnato da quell’antico conflitto che ora mostra forme e volti inediti, il conflitto per il potere, il dominio sull’autonomia, sulla libertà delle donne. Una vera e propria strage delle innocenti che trascina i destini dei minori e dei bambini. L’uguaglianza e la libertà delle donne come condizione di contrasto a ogni differenza e discriminazione. Anche per questo è indispensabile riprendere il filo dei diritti umani per scrivere la stagione della “rivoluzione globale della dignità”.

«Sì a una legge organica contro il femminicidio, sì a una legge saggia sulla fine vita, sì ai diritti e doveri per coppie di fatto omosessuali, sì al miglioramento della legge contro l’omofobia, sì alla piena applicazione della 194, sì a un nuovo testo per la fecondazione assistita, sì alla cittadinanza, si a estensione di tutele per le donne in maternità. Sì a una battaglia contro ogni discriminazione».

«Dirigere il PD, a ogni livello, deve tornare ad appassionare. (…) È la condizione per ritrovare quella condivisione di sentimenti, valori, destino con tante e tanti che dalla politica oggi si sentono delusi. (…) Anche perché molto di buono è fuori da noi. E dobbiamo cercarlo nei comitati di quartiere, nelle associazioni e nei movimenti di base, nel lavoro volontario di milioni di persone, riannodando così i fili della sinistra diffusa, del pensiero critico e delle donne, della radicalità cattolica».

L’impostazione di Cuperlo è molto tradizionale. I diritti delle donne vengono il più delle volte nominati, come quasi sempre nei programmi politici, in abbinamento a quelli dei giovani, degli anziani, dei disoccupati, degli omosessuali ecc. Intesi cioè, ancora una volta, come diritti di una “minoranza” da tutelare, benché le donne siano la maggioranza del Paese. Immancabile il riferimento agli asili nido: un classico delle promesse preelettorali disattese. Sentito e non retorico, tuttavia, il passaggio sulla violenza e sulla “strage delle innocenti”.

 

MATTEO RENZI
«Abbiamo respinto ai seggi persone, uomini e donne che, armati della propria passione, erano usciti di casa per esprimere un voto, una scelta per noi».

«Negli ultimi mesi si sono fatti essenziali passi avanti: il Parlamento ha approvato un fondamentale provvedimento di legge volto a contrastare le violenza contro le donne e si è avviato alla Camera il percorso che condurrà a una legge contro l’omofobia e la transfobia. Passi importanti, ma non sufficienti. Le norme penali non possono essere l’unico strumento per limitare questi fenomeni inaccettabili: ciò che dobbiamo costruire è l’educazione di tutti a un rapporto più gentile tra le persone».

«Per cambiare verso per la guida del PD, proponiamo Matteo Renzi, 38 anni, sindaco di Firenze dal 2009. Matteo è molto conosciuto per i suoi slogan, ma il suo slogan migliore è la concretezza delle cose realizzate da amministratore. (…) ha dimezzato il numero degli assessori della giunta, dove le donne sono in maggioranza rispetto agli uomini».

Questi gli scarni passaggi della mozione Renzi sulle donne. Il sindaco di Firenze non sembra propenso a considerare la differenza femminile, dà per scontata l’emancipazione e tiene a mostrare di averla praticata, non nomina  le problematiche che rendono difficoltosa la vita delle donne in questo Paese: dal lavoro, al welfare alla non applicazione della legge 194.

 

GIANNI PITTELLA
«Qui ed ora dobbiamo rigenerare il partito democratico, dargli un senso per dare un senso all’Italia (…) coinvolgendo le donne e gli uomini del nostro Paese per costruire un futuro che valga la pena di essere desiderato».

«Insieme dobbiamo affermare e difendere i diritti e la libertà di essere, nel rispetto di tutti; cattolici, ortodossi, protestanti, ebrei, mussulmani e laici, migranti e residenti, giovani e anziani, omosessuali ed eterosessuali, donne e uomini, studenti, imprenditori, liberi professionisti e dipendenti, volontari e lavoratori».

«L’uguaglianza di opportunità tra donne e uomini, la parità tra i generi, ha confermato, guardando ai paesi del Nord Europa, che l’integrazione tra le caratteristiche femminili e maschili consente di gestire in modo migliore i processi di governance e di sviluppo».

«Considerata la grave crisi che sta imperversando, forse, vale la pena infrangere alcuni muri (…) e avere la capacità di valorizzare identità e provenienza dei territori, integrare nel sistema produttivo donne e giovani, la produzione di beni e servizi sostenibili ambientalmente e socialmente (…)».

«Bisogna realizzare un’idea libera di società, capace di superare definitivamente la violenza e la sopraffazione verso le donne e verso le minoranze. In una società costituita da donne e uomini, l’azione politica non può prescindere dall’attribuzione di potere e responsabilità alle donne nel senso di promozione delle donne nei centri decisionali della società, della politica e dell’economia attraverso misure finalizzate ad eliminare e prevenire la discriminazione o a compensarne gli svantaggi, e che garantiscano il riequilibrio della rappresentanza di genere. Ma la sfida è nel progetto culturale perchè le politiche di genere per essere realmente efficaci necessitano, per loro stessa natura, di una cultura predisposta a recepirle. Lo spazio pubblico può e deve essere contendibile da ogni desiderio legittimo, da ogni aspirazione, da ogni volontà di determinarsi e di voler partecipare ad una vicenda collettiva che è il presente ed il futuro della nostra società».

«Sono tante le donne e tanti gli uomini capaci di fare la differenza nel nostro partito, vanno cercati e valorizzati».

La chiave è sostanzialmente la stessa utilizzata dell’altro Gianni (Cuperlo) ma qui slancio si fa più ardito: le donne sono messe nel mucchio di categorie le più eterogenee, “cattolici, ortodossi, protestanti, ebrei, mussulmani e laici, migranti e residenti, giovani e anziani, omosessuali ed eterosessuali, donne e uomini, studenti, imprenditori, liberi professionisti e dipendenti, volontari e lavoratori». D’altro canto, rispetto alla mozione Cuperlo, si nomina con maggiore chiarezza la necessità di attribuire alle donne ruoli di comando e responsabilità.

 

GIUSEPPE CIVATI detto PIPPO
“Nelle pagine che seguiranno, la novità è a sinistra, nel pluralismo, nel riconoscimento dei diritti, nell’apertura alla cittadinanza, nella voglia di cambiare insieme perché solo insieme, con un grande progetto, possiamo farlo, nella cultura della possibilità e dell’alternativa di governo, nel superamento di quella «questione maschile» che ancora dobbiamo affrontare per cambiare punto di vista, modi e parole, nella creatività e nella curiosità, nella conoscenza e nell’apertura di senso che sole ci possono davvero salvare».

«Non abbiamo saputo arginare la crescita della disuguaglianza e dare uno sbocco politico alla crescita del sapere diffuso, nei luoghi del lavoro e della vita. (…) Eppure bastava volgere lo sguardo un po’ più in là per vedere che appena fuori dai nostri logori schemi, mentre il corpo sociale si spezzettava, nuove modalità di azione politica testardamente rinascevano (…) Nel nostro Paese questi eventi hanno assunto proporzioni tali da non poter essere ignorati: dalle opposizioni a nuove centrali nucleari e piattaforme di estrazione petrolifera nel mare Adriatico, alle rivolte degli immigrati impiegati come schiavi nei campi di pomodori pugliesi o calabresi, dalle manifestazioni per «una repubblica delle donne» ai referendum sull’acqua pubblica».

«Noi crediamo che questa sia l’ora del riscatto. Un partito serve se si fa specchio della sua migliore società, se generosamente mette insieme le storie delle donne e degli uomini migliori, senza chiedersi a quale delle mille maledette correnti appartenga».

«La questione maschile
La formula ottocentesca “questione femminile” va radicalmente rovesciata. Esiste nel nostro Paese una tenace “questione maschile” che produce iniquità, ingiustizie e violenze e che rallenta lo sviluppo del Paese, che ne dimezza le potenzialità impedendo allo sguardo femminile di applicarsi alla globalità dei problemi e di prendere parte alla formazione delle decisioni pubbliche. Alle cittadine di questo Paese è consentito unicamente esercitarsi politicamente e in modo autodifensivo su tematiche ritenute “femminili” – dalla fecondazione assistita, all’aborto, alla violenza e al femminicidio –, questioni che invece hanno direttamente a che vedere con la sessualità e i modelli maschili.

La legge 40 sulla fecondazione assistita è certamente ingiusta e va cambiata, consentendo indagini pre-impianto sugli embrioni di coppie portatrici di malattie genetiche in conformità a quanto sancito dalla Carta Europea dei diritti dell’uomo. Ma l’ingiustizia va in gran parte ricondotta a una concezione maschile della donna come mero contenitore di embrioni, nonché merce di scambio ideologico. Vanno inoltre adottate tutte le misure necessarie alla prevenzione dell’infertilità maschile e femminile, in gran parte riconducibili alla ricerca tardiva dei figli a causa di un’organizzazione maschile del lavoro che punisce le madri con dimissioni in bianco, licenziamenti, interruzioni di carriera. Una diversa organizzazione, che tenga conto del pensiero delle donne sul lavoro, e un’autentica considerazione del valore sociale della genitorialità è il miglior presidio contro l’aumento dei casi di infertilità.

La non applicazione della legge 194 sull’interruzione di gravidanza e lo smantellamento dei consultori corrispondono a logiche di carriera ospedaliera, con aumento vertiginoso dell’obiezione di coscienza e alla salvaguardia degli interessi della sanità privata. Per il Pd è tempo di far sentire la propria voce su questi temi per migliorare la diffusione di informazioni sulle misure di contraccezione, anche attraverso corsi di educazione e informazione sessuale nelle scuole, finalizzate a una condivisione della responsabilità procreativa da parte degli uomini; di potenziare e modernizzare la proposta dei “vecchi” consultori familiari; di garantire l’applicazione su tutto il territorio nazionale della legge 194/1978, anche stabilendo una percentuale di personale non obiettore nelle unità ginecologiche degli ospedali pubblici.

Quanto alla violenza sulle donne e all’aumento dei casi di femminicidio, ciò costituisce la prova più evidente dell’esistenza di una “questione maschile” e della persistenza di una mentalità patriarcale che nella maggiore libertà delle donne non vede un’opportunità per tutti, ma solo un’insostenibile minaccia. La violenza non può essere affrontata solo con provvedimenti di ordine pubblico e di sicurezza. Il Pd deve porsi in ascolto della decennale esperienza dei centri e delle associazioni antiviolenza, destinando adeguate risorse a queste realtà, promuovendo interventi di sensibilizzazione nelle scuole e nelle Università, cambiando e certificando i libri di testo che continuano a tramandare modelli rigidi e fuori tempo, sulla base dei quali alunni e alunne formeranno le loro rispettive identità di genere e le loro relazioni; promuovendo una formazione delle forze dell’ordine e di tutto il personale addetto; destinando parte delle risorse all’accompagnamento e alla terapia degli stalker e dei sex offender per prevenire l’escalation delle violenze fino al femminicidio.

Nonostante numerosi studi evidenzino una correlazione positiva tra occupazione femminile e Pil, (Goldman Sachs stima che la parità porterebbe a un incremento del Pil del 22 per cento) è soprattutto alle donne che il mondo del lavoro fa pagare il prezzo della crisi, ostacolandone l’ingresso, relegandole nei settori meno qualificati, mantenendo il gap salariale, obbligandole alle dimissioni in bianco e a rinunciare al lavoro per motivi familiari, costringendole al ruolo di “welfare vivente” per sopperire alla cronica e crescente carenza di servizi, sottoutilizzando le più scolarizzate (il 56% dei laureati in Italia sono donne e l’Ocse calcola che nel 2020 saranno il 70%), resistendo fortemente alla femminilizzazione dei board: ecco un’altra faccia dell’irriducibile questione maschile nel nostro Paese, direttamente correlata alle sue molte arretratezze. Controprova: il trend positivo, nonostante la crisi, delle imprese create e gestite da donne, che rispondono in modo autonomo alla chiusura del mondo del lavoro pur trovandosi a dover superare numerosi ostacoli, come il più difficile accesso al credito nonostante le donne siano mediamente più solvibili degli uomini.

Il Pd deve assumere con decisione il tema del welfare, intendendolo come un servizio alle persone e alle famiglie e non alle donne; deve promuovere per tutti, donne e uomini, forme di dis-organizzazione del lavoro – dalla flessibilizzazione alle postazioni in remoto – che rendano più prossimi lavoro e vita; deve rimuovere gli ostacoli al credito per le donne, legati a superstizioni maschiliste, e introdurre una struttura della tassazione che incoraggi il ricorso al lavoro femminile; deve estendere i congedi obbligatori anche per i padri.

Più in generale, il Pd deve assumere e fare fronte alla crisi di quella soggettività maschile, attorno alla quale la società ha fin qui costruito il modello di sviluppo politico, sociale e culturale. E deve in ogni modo favorire la partecipazione delle donne alla vita pubblica, non pretendendo di inquadrarle nella rigidità delle strutture maschili, ma intendendole come portatrici di irriducibile differenza e promotrici di quel cambio di civiltà politica di cui la nostra democrazia affaticata ha estremo bisogno. Mai più senza le donne».

«Il combinato disposto è il “fai da te” del welfare fondato sul lavoro di cura delle donne, madri, compagne, figlie o nuore o delle badanti. Vanno finanziati i fondi politiche sociali e non autosufficienza e vanno garantiti i livelli essenziali di assistenza sociali».

Si tratta con ogni evidenza della mozione più ricca e innovativa, con un salto radicale dalla vecchia “questione femminile” a una “questione maschile” a cui è dedicata un’intera sezione, e alla quale viene ascritta la responsabilità di gran parte dei problemi delle donne di questo Paese -dal lavoro al welfare, dalla maternità alle dimissioni in bianco, dalla legge 194 alla fecondazione assistita, fino alla violenza e al femminicidio-, analizzati uno a uno. Si prospettano soluzioni originali. Si nominano la “crisi della soggettività maschile” e la “differenza femminile”: sensibilità e precisione evidentemente frutto di ascolto e attenzione continuativi.

Donne e Uomini, Politica settembre 10, 2013

Rodotà, Civati, le donne: dal dire al fare

Annarosa Buttarelli, autrice di “Sovrane, e Stefano Rodotà al Festivaletteratura di Mantova (tra loro, io)

Sabato al Festivaletteratura di Mantova, davanti a una platea affollatissima, ho avuto il piacere di presentare “Sovrane”, ultimo libro della filosofa Annarosa Buttarelli (ne parleremo qui diffusamente e presto). Insieme a me, a commentare le tesi esposte nel saggio, Stefano Rodotà. In platea, ad ascoltare, Pippo Civati. Due protagonisti della politica italiana (maschile), e non per caso proprio loro due: l’uno candidato pochi mesi fa alla presidenza della Repubblica (e ancora acclamato come presidente in pectore), l’altro attualmente candidato alla segreteria del Pd, entrambi ad ascoltare -finalmente- quello che aveva da dire su questioni come sovranità, democrazia, rappresentanza una donna impegnata da molti anni nella politica della differenza

Il libro di Buttarelli è un testo di intenso amore per il mondo, e quindi un libro squisitamente politico -perché la politica è amore per il mondo, è districare le nostre vite dal potere. E di grande fiducia in una conversione trasformatrice, in un ricominciamento politico a partire dal due che siamo, donne e uomini. Non aver tenuto conto di questo due e della differenza femminile secondo Annarosa Buttarelli è all’origine di ogni altra ingiustizia, che non può essere sanata se non in questa prospettiva. E’ vano sperare in un mondo più giusto e meno infelice senza pensare a un’idea di sovranità diversa da quella che orienta la democrazia rappresentativa, ovvero senza tenere conto delle donne, del loro pensiero, e della fonte della loro autorità. A questo pensiero, all’idea dell’esercizio di un’autorità che non coincida con l’esercizio del potere, di un dispositivo di regolazione della convivenza umana che non abbia a che vedere con la brutalità del dominio e dei rapporti di forza, il mondo della politica maschile resta ostinatamente sordo. Ed ecco invece alcune eccezioni a questa sordità.

L’attenzione pubblica di Rodotà alle tesi di Buttarelli ha avuto un forte impatto simbolico: si è trattato di un alto riconoscimento e di un omaggio -del tutto opportuni- al pensiero politico di una donna radicata nella differenza femminile. Rodotà ha riconosciuto la “debolezza dell’idea di sovranità”, si è detto “in debito” con la sapienza delle donne, ha affermato di avere “imparato molto”, ha parlato di “fondazione di un pensiero”, ha ammesso la necessità del “primum vivere”. Anche da Civati, frequentatore più assiduo del pensiero della differenza, parole di grande apprezzamento.

Si tratta però ora che questo pensiero venga metabolizzato e diventi finalmente carne viva della politica di questi uomini, che ne cambi geneticamente il linguaggio, che se ne faccia un’esperienza autenticamente trasformativa da cui siano impossibili inerziali ritorni indietro. Si tratta che questi uomini che sanno ascoltare sappiano anche assumere fino in fondo un pensiero realmente in grado di infrangere i codici di una politica sterile, scadente e senza prospettive.

Si tratta di essere pronti a un salto quantico. A un salto di civiltà. Niente meno di questo.

Stiamo a vedere.