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fabrizia giuliani

femminicidio, Femminismo, Politica, questione maschile dicembre 16, 2015

Colleghe della stampa estera: raccontate il business della violenza in Italia, ormai nelle mani della politica

Le donne in questo Paese non sono affatto messe bene, no.

Ci mancava pure la jattura dell’emendamento bianco rosa o rosa bianca o come diavolo l’hanno chiamato, che spazza via in un colpo solo tutto il sapere cumulato sul campo in anni e anni dai centri antiviolenza autogestiti dalle donne, quelli a cui la Convenzione di Istanbul attribuisce un ruolo preminente.

Perciò spero che le mie colleghe straniere, le corrispondenti di Libé, del Frankfurter Allgemeine Zeitung, del Guardian e del NYT possano dare una mano a questa lotta, raccontando alla fin fine quello che è: la violenza sessista in Italia è diventata un business da milioni di euro, la formazione di esperti è il core business del business, e i soldi stanziati dalla politica per affrontare la questione, la politica intende riprenderseli.

Domani in una conferenza stampa Donne in Rete contro la violenza (D.i.R.e), Udi, Casa Internazionale delle donne, Telefono Rosa, Pari e dispare, Fondazione Pangea e altre ribadiranno alla stampa estera che le donne vittime di violenza non sono minori deficienti da tutelare, ma persone –spesso ad alta scolarità e con buon reddito- da accompagnare in un percorso ogni volta diverso nei tempi e nei modi. Che devono essere loro stesse le protagoniste della propria liberazione: la libertà non è una medicina che si può inoculare. E che il ruolo delle “esperte” è quello di condividere con empatia e rispetto l’esperienza autonoma della donna che intende fuoruscire dalla violenza, mettendo a disposizione consapevolezza e strumenti.

E invece, niente: un emendamento alla legge di stabilità firmato da Fabrizia Giuliani (sempre lei, la sedicente candidata unica di Se Non Ora Quando, alla faccia di tutte quante le militanti basite, la romana piazzata da Bersani nel listino protetto a Milano dove nessuna l’ha mai vista nemmeno per sbaglio etc. etc., soprattutto una che nei centri antiviolenza non si è mai vista) parla disastrosamente di un “percorso tutela vittime di violenza” (sic!) da istituire negli ospedali. E per tutte le vittime di violenza senza distinzioni -donne, anziani, bambini, portatori di handicap e omosessuali-. Non viene quindi riconosciuta alcuna specificità alla violenza sessista, come raccomandato dalla Convenzione di Istanbul. Un disastro simbolico e reale.

Si tratta di “un percorso obbligatorio e a senso unico” dicono le donne di D.i.R.e, Udi e le altre. “Una donna che si rivolge al Pronto Soccorso sarà automaticamente costretta un tracciato rigido, senza poter decidere autonomamente come agire per uscire dalla violenza, e si troverà di fronte un magistrato o a un rappresentante della polizia giudiziaria prima ancora di poter parlare con una operatrice di un Centro Antiviolenza che la ascolti e la sostenga nelle sue libere decisioni”.

Come se le “malate” da presidiare fossero le donne, e non gli uomini violenti.

Con molteplici rischi: che pur di evitare di essere inserita nel “programma protezione”, una i suoi lividi se li tiene e all’ospedale non ci va. Inoltre chiunque si sia occupata della questione sa bene che il momento del post-denuncia è pericolosissimo per una donna, che potrebbe vedere aggravarsi la violenza. Infine i centri antiviolenza sono di fatto tagliati fuori dall’ospedalizzazione-securitarizzazione: i 50 milioni di euro promessi dalla ministra per la Salute Lorenzin per la formazione del personale dedicato all’assistenza psicologica alle vittime di violenza, usciti dalla porta rientrerebbero dalla finestra: saranno le istituzioni a gestire i fondi.

Insomma, l’emendamento Giuliani, che molte hanno chiesto invano di ritirare, è una vera catastrofe. Non per Giuliani, forse: a cui, si mormora, si sta pensando per il Ministero Pari Opportunità. Ci mancherebbe anche questa.

Colleghe della stampa estera, occhio a questa brutta storia.

 

Questo il comunicato che indice la conferenza stampa:

Settantatrè Centri Antiviolenza rappresentati dall’Associazione D.i.Re, Telefono Rosa che gestisce il numero pubblico di emergenza 1522 per la violenza contro le donne, l’Unione Donne Italiane, la Libera Università delle Donne di Milano, Ferite a Morte, la Fondazione Pangea, Be Free, Pari o Dispare, Uil invitano le giornaliste e i giornalisti il giorno 17 dicembre alle 11 alla Sala Cristallo dell’Hotel Nazionale a Montecitorio (Piazza Montecitorio 131) per annunciare le prossime azioni contro l’emendamento Giuliani detto “percorso tutela vittime di violenza” approvato il 15 dicembre dalla Commissione Bilancio della Camera:

Il “percorso tutela vittime di violenza” rappresenta un attacco alla libertà e alla sicurezza delle donne, alla cultura, all’informazione e alla consapevolezza che le associazioni femminili e femministe hanno costruito in questo paese. Il “percorso tutela vittime di violenza” assimila la violenza maschile, che colpisce una donna su tre e spesso con esiti fatali, a qualunque altra violenza su soggetti per giunta definiti “deboli”: anziani, bambini, portatori di handicap e omosessuali. Prevede una procedura che, tra ambiguità e contraddizioni, mette al centro le istituzioni e il sistema di interventi invece della consapevolezza e libertà di scelta della donna.

Vìola l’ordinamento nazionale e internazionale, innanzitutto la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza domestica che prescrive un approccio di genere, firmato da 32 paesi, e dall’Italia fra i primi. – è solo l’ultimo grave atto contro le politiche di contrasto alla violenza, che si aggiunge alla mancata erogazione del denaro pubblico dovuto per legge ai Centri Antiviolenza.

La violenza di genere contro le donne non è una questione privata, non è una questione di sanità o di ordine pubblico, non è un affare lucroso. E’ un grave problema sociale che ha radici nella nostra cultura e va affrontato con una coerente e seria guida politico-istituzionale. Non può essere liquidato in maniera parziale, in un emendamento alla legge di stabilità già contestato da un appello pubblico e da molte parlamentari. Perché le donne non vengano più picchiate e uccise, perché migliaia di bambine e bambini non assistano più ogni giorno alla violenza domestica, abbiamo bisogno di un approccio integrato che faccia tesoro di trent’anni di esperienza sul campo e promuova una sinergia fra tutte le forze e le competenze già all’opera. E del denaro necessario per realizzare tutto questo.

Oltre alle Associazioni saranno presenti attiviste e parlamentari.

 

AGGIORNAMENTO ORE 15 DEL 17 DICEMBRE: alcuni firmatari dell’emendamento Giuliani sarebbero intenzionati a fare marcia indietro, avendo compreso di aver sottoscritto una proposta sbagliata.

 

 

 

 

Donne e Uomini, femminicidio, questione maschile ottobre 21, 2013

#leggefemminicidio: è rottura in Se Non Ora Quando

Se Non Ora Quando si divide al suo interno sulla legge antifemminicidio.

Ieri il Corriere della Sera ha ospitato una lunga lettera firmata da Se Non Ora Quando – Libere (ala più filogovernativa di Snoq, diciamo così), sottoscritta tra le altre da Cristina Comencini, Francesca Izzo, Licia Conte, Serena Sapegno, Fabrizia Giuliani (qui la lettera integrale).

Oggi la replica di Se Non Ora Quando Factory, ala più “indipendente” di Snoq, che mantiene molte riserve sulla legge:

Qui potete leggere di seguito: ampi stralci della lettera di Snoq Libere, che difende la legge. La mia risposta/commento di ieri. E infine la lettera di Snoq Factory giunta oggi.

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Snoq Libere analizza la legge a cominciare dall’aggravante introdotta quando vi sia o vi sia stato legame affettivo tra l’aguzzino/assassino e la sua vittima (“ora le donne vedono riconosciuta la loro cittadinanza anche dentro casa. Hanno una sicurezza in più“).

Quanto invece all’irrevocabilità della querela, punto più contestato della legge, si dice che essa “per situazioni particolarmente gravi, discende direttamente dal fatto che nella legge la vittima è vista come un soggetto libero e pienamente responsabile delle proprie azioni. E questo sarebbe paternalismo, negazione della libertà femminile, manifestazione di una logica securitaria?”. Se la si pensa in questo modo, continua la lettera, si ha una “visione antistituzionale, o radicalmente liberale, secondo la quale le donne sono fuori o sopra o di fianco, ma comunque estranee alla legge e la loro libertà non ha nulla a che vedere con la polis“, logica che “non ha portato risultati positivi per le donne italiane“.

La lettera stigmatizza il fatto di “volere tante donne nelle istituzioni e poi combattere aspramente un provvedimento che reca comunque la loro impronta” come “segno di incomprensione o di pregiudizio ideologico” e segnala le leggi che “hanno cambiato la vita delle donne italiane, (dal divorzio al nuovo diritto di famiglia all’aborto“.

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Questo il mio commento

Sul punto dell’aggravante:  il valore simbolico è chiaro. Si inverte una logica in base alla quale se a violentarti o malmenarti è il marito o il fidanzato la cosa tutto sommato è meno grave, come se gli si riconoscesse una sorta di diritto a farlo. Anzi, si sancisce, qui la gravità del reato è anche maggiore. Resta tuttavia il fatto che gli aggravi di pena non costituiscono mai un deterrente efficace. E che su questa logica remunerativa e non riparativa (cfr. il recente dibattito nel movimento femminista indiano sulla pena di morte per gli stupratori: vedere qui) il movimento delle donne, che molto poco crede al carcere come luogo di effettiva rieducazione, ha sempre espresso molte riserve.

Sull’irrevocabilità della querela: non è affatto vero che valga solo per le situazioni particolarmente gravi. Secondo la Cassazione deve valere sempre. La conseguenza è che le donne, non potendo revocare, si risolveranno a questo gesto definitivo solo in casi davvero estremi, tirando pericolosamente in lungo situazioni che invece richiederebbero l’intervento del “terzo”. Non è affatto questione di libertà e responsabilità: in questione è la complessità delle relazioni d’amore (leggere Lea Melandri, che se ne occupa da sempre): se in generale le donne esitano a denunciare, di fronte alla mannaia della definitività esiteranno ancora di più, con effetti nefasti. Anche perché l’esperienza insegna che più della metà delle denunce per maltrattamenti familiari e stalking (Procura di Milano) viene archiviata senza alcun atto di indagine. I tribunali sono oberati, la sensazione che il parere della Cassazione vada in direzione di uno sfoltimento è molto forte. Più in generale, non si può non tenere conto del fatto che le operatrici e le volontarie dei centri antiviolenza e delle case delle donne, che operano sul territorio da oltre un trentennio (per esempio quelli associati in D.i.re) hanno manifestato tutto il loro dissenso sul punto dell’irrevocabilità della querela: la loro competenza andrebbe tenuta massimamente in conto. Quanto alla logica securitaria, è stata espressa in modo inequivoco perfino da una delle stesse firmatarie della lettera, Fabrizia Giuliani, che in un’occasione pubblica ha affermato “abbiamo messo in sicurezza le donne”, linguaggio che con il femminismo non ha davvero nulla a che vedere.

Ancora: le leggi. Mi pare che qui la lettera operi una curiosa inversione. Non sono certo le leggi ad aver promosso libertà femminile. Semmai, al contrario, le leggi sono state la conseguenza di cambiamenti reali prodotti dalla forza e dalla libertà delle donne. Vale tra l’altro la pena di ricordare, fatto generalmente dimenticato, che il Pci frenò a lungo sul divorzio (l’immagine qui è molto eloquente)

 

E quanto alla legge 194, la scelta dell'”aborto di stato” -anziché la semplice depenalizzazione richiesta da una parte del movimento delle donne- ci ha condotto alla situazione di oggi: legge sostanzialmente inapplicata. Si valuta che in assenza di provvedimenti urgenti a brevissimo le italiane avranno solo la possibilità del fai da te, della clandestinità e dei cucchiai d’oro (vale la pena di ricordare anche questo: che meno di un mese fa il voto di un gruppo di consiglieri regionali Pd ha impedito che in Toscana passasse una mozione finalizzata a un’effettiva applicazione della legge, circostanza sulla quale, con poche eccezioni, le loro colleghe di partito hanno scelto di fare silenzio).

I “risultati positivi per le donne italiane”, quindi, sono essenzialmente frutto della lotta delle donne italiane, che hanno saputo fare passi da gigante nonostante le percentuali irrisorie di elette nelle istituzioni. Percentuali che oggi, sempre grazie alla lotta di tutte, sono significativamente aumentate: si tratterebbe ora di vedere segni concreti di questa massiccia presenza in un cambio vero di civiltà politica. Uno dei segni, per esempio, sarebbe quello di affidarsi alla competenza di chi da anni lavora in solitudine e senza risorse nel territorio della violenza sessista prima di varare un provvedimento su questi temi.

La lettera di Se Non Ora Quando Libere, infine, non fa menzione di altre due questioni significative:

la legge non fa riferimento a terapie alternative alla pena, ma parla unicamente di indicare agli ammoniti la possibilità di rivolgersi a centri che lavorano sulla violenza maschile. L’esperienza di anni  indica il fatto che il primo passo per un violento e/o sex offender è riconoscersi come tale: difficilissimo, quindi, che possa esservi un’adesione spontanea a un progetto di recupero. Diverso sarebbe se la terapia fosse alternativa alla pena, e quindi in qualche modo obbligatoria. Il desiderio di molte donne abusate si è espresso in questa direzione: vorrei che lui si curasse, non che andasse in galera. E in questo desiderio c’è molta sapienza -una logica, appunto, davvero riparativa e non semplicemente remunerativa- perché non se ne è tenuto conto?

Infine: a deporre a favore di un impianto sostanzialmente securitario c’è anche il fatto, di cui la lettera non fa menzione, che la legge, oltre che di donne si occupa di No Tavfurti di rame. Il che, insieme all’irresponsabilizzazione connessa all’irrevocabilità della querela, suggerisce  l’idea di una donna non soggetto della propria storia, ma in qualche modo oggetto -come il rame, come un’opera pubblica- da tutelare. Circostanza che ha autorizzato molte, e anche in Se Non Ora Quando, a parlare di un femminicidio simbolico.

Il problema non è la sicurezza femminile. Il problema è l’insicurezza (pericolosissima) maschile, che dal decreto scompare.

La questione è maschile.

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Ed ecco infine la replica di Se Non Ora Quando Factory: in Snoq, si precisa, non c’è un pensiero unico.

“Apprendiamo da una lettera alla vostra redazione quale sia la posizione delle “donne di Se non ora quando” sulla legge contro la violenza. Lo apprendiamo noi che facciamo parte di Se non ora quando. La lettera è stata firmata da un gruppo di donne che costituisce uno delle decine e decine di comitati Snoq sul territorio nazionale, il comitato “Se non ora quando–Libere”. Se non ora quando è un movimento molto ricco, attraversato da idee e visioni differenti. Da alcuni mesi non ha più un Comitato Promotore, quello che indisse la manifestazione del 13 Febbraio e indirizzò il percorso politico del movimento per circa due anni.

Il Comitato Promotore si è sciolto e diviso in due gruppi: “Se non ora quando–Libere” e” Se non ora quando-Factory”, e il movimento tutto si sta riorganizzando, con le sue molteplici realtà. Snoq, dunque, non ha più una voce unica con cui esprimersi. “Se non ora quando–Factory” è stato udito alla Camera a Settembre dove ha depositato un documento, firmato da 47 comitati territoriali di Snoq, in cui criticava con molte motivazioni il decreto legge. Ne rigettava l’impianto prevalentemente securitario e ne denunciava soprattutto l’insufficienza rispetto all’area della prevenzione della violenza, che tanto spazio occupa invece nella convenzione di Istanbul. La posizione espressa dalla maggioranza ha trovato discordi le donne di “Snoq–Libere”, autrici della lettera da voi pubblicata.

Noi crediamo di aver avuto, con le altre associazioni e parlamentari che hanno criticato il decreto, un ruolo importante nel promuovere la sua modifica. Pensiamo però che il risultato finale sia ancora lontano dall’impianto che dovrebbe avere una normativa sulla violenza efficace, che parta dalla prevenzione, dalla scuola e dall’educazione, che sostenga realmente i centri anti-violenza, e che soprattutto valorizzi la capacità di autodeterminazione delle donne, non che le individui come soggetti deboli da “mettere in sicurezza” per di più con la beffa di inserirle in un pacchetto dove si agisce, più nascostamente, su altre questioni come la Tav o i furti di rame.

Non pensiamo che questa nostra posizione sia una “visione antistituzionale, o radicalmente liberale secondo la quale le donne sono fuori o sopra o di fianco, ma comunque estranee alla legge e la loro libertà non ha nulla a che vedere con la polis”, come scrivono le donne di “Snoq-Libere”. Tutt’altro. Noi pensiamo e affermiamo con forza che le donne e i loro corpi non possano essere utilizzati per far passare misure che non hanno niente a che fare con le loro vite e con il loro essere nella polis. Non “donne fuori, sopra o di fianco” alle leggi, ma donne messe “sotto” la legge. È possibile accettare una legge omnibus come questa, e dire addirittura che contiene qualcosa di rivoluzionario? Cosa c’è di rivoluzionario nell’utilizzare le donne come eterne ospitanti di questioni che non le riguardano? Proprio nulla. Che cosa le mette fuori dalla polis se non questo tipo di operazione, dove il riconoscimento della loro libertà è parziale, se non di facciata?

Le leggi non hanno “cambiato la vita delle donne italiane”, come scrivono le donne di Snoq Libere. Le leggi hanno registrato e testimoniato le conquiste fatte dalle donne con fatica e grande determinazione. Fare il percorso inverso, partire dalla legge per cambiare la vita delle donne può essere pericoloso, può farci perdere di vista proprio quelle vite. E il fatto fondamentale che è dalle vite che bisogna partire per fare le leggi.

In una fase come questa, – in cui l’autodeterminazione delle donne è continuamente messa in discussione, in cui la legge 194, senza un’adeguata regolamentazione dell’obiezione di coscienza, finisce per lasciare sole le donne, invece che essere il baluardo di un loro diritto inalienabile – noi non sentivamo proprio il bisogno di una legge che proteggesse le donne, che le dipingesse come soggetti deboli dove la libertà viene al secondo posto, dopo la “tutela”“. 

Se non ora quando – Factory

 

economics, Politica gennaio 20, 2013

2012: 124 MILIONI di spese (esclusi stipendi) alla Camera

Mentre noi tutti siamo qui alle prese con l’arrosto o la lasagna, il Pdl sta cucinando patate roventi come la candidatura di Cosentino e di Dell’Utri. Domani tutte quante le liste saranno depositate, e potremo fare un bilancio: con il blocco imposto dall’immondo porcellum, sapremo con quasi matematica certezza chi andremo a eleggere.

Qualcosa si può già dire: un parziale rinnovamento c’è stato, soprattutto dove si sono svolte primarie. Anche se i listini dei segretari hanno garantito sopravvivenza politica a troppi veterani, e le stesse primarie, svoltesi con una tempistica drammatica, hanno di fatto tagliato fuori le candidature civiche: è passato quasi soltanto se non esclusivamente chi poteva avvalersi dell’apparato di partito. Quindi rinnovamento sì, ma in grandissima parte interno, con ingresso massiccio di funzionariato locale e con scarso apporto di talenti e competenze esterni.

Il nostro futuro Parlamento dovrebbe essere certamente più giovane e più femminile: quanto alle donne che saranno effettivamente elette, al buio azzarderei un 35 per cento, che è un quasi raddoppio della percentuale attuale. Quindi il danno del monosex sui 60 anni è senz’altro ridotto.

Un po’ di inquisiti ce li siamo levati di torno, ma incredibilmente non tutti. C’è poi un’imbarazzantissima e cospicua presenza di parenti e famigli un po’ in tutti i partiti, dall’Udc -la famiglia Casini è stra-rappresentata- al Pd (i casi più indigeribili quelli di Marietta Tidei, figlia del sindaco di Civitavecchia, e quello di Fabrizia Giuliani, moglie del consigliere laziale Claudio “spese pazze” Mancini, il quale per aver danneggiato i cittadini evidentemente va premiato, candidata che non è nemmeno passata per primarie e che a Milano resta un Ufo, mai vista né sentita, totalmente assente dalla campagna elettorale, sapremo qualcosa di lei solo dopo averla obbligatoriamente eletta). La sorte di parente “segnaposto” lautamente retribuita tocca per ovvi motivi soprattutto alle donne: ragione per la quale la percentuale di elette sarà appesantita da una quota non insignificante di mogli di e figlie di. L’Espresso in edicola dedica al tema la sua cover story ed elenca tutti i nomi.

In definitiva direi questo: potrà andare meglio al prossimo giro, che secondo gli analisti, ahinoi, non sarà troppo lontano. I bookmaker non scommettono oltre i due anni di legislatura, dato l’alto rischio di ingovernabilità. Speriamo allora di poterci liberare, eventualmente esprimendo preferenze, o tramite primarie meno convulse, del più dei derogati e dei veterani -è incredibile vedere ancora quelle facce a Ballarò e dintorni-, di poter arginare il familismo, che è la causa principale della nostra arretratezza civile, di poter dare un’accelerata al rinnovamento vero.

E speriamo che nei primi cento giorni di legislatura si provveda: a) a cambiare la legge elettorale (ci credo poco); b) a dimezzare il numero del parlamentari (ci credo pochissimo); c) a ridurre in modo drastico i costi della politica, stipendi, emolumenti e spese (ci credo ancora di meno). E’ su questi tre punti che tutti insieme, di qualunque parte e opinione, dovremo battagliare.

Perché non so se lo sapete, ma vi informo, che per sostentare la Camera (non sto parlando di stipendi, ma solo di spese di gestione), nel 2012 della crisi abbiamo speso 124 MILIONI di euro. Suddividendo la spesa per il numero dei parlamentari, significa che la gestione della sola camera ci è costata tra gli 850 e i 1000 euro A DEPUTATO OGNI GIORNO. Questi continuano a fare finta di niente.

IN UN SOLO SEMESTRE 2012 (uso questo maiuscolo anti-netiquette perché sto urlando di disperazione e di rabbia) per fare qualche esempio, abbiamo speso: 200 mila euro per TRASLOCHI E FACCHINAGGI, 500 mila euro di CONSULENZE, 500 mila euro per la BIBLIOTECA, 2 MILIONI e 400 mila euro per il CONDIZIONAMENTO, 180 mila euro per il CERIMONIALE, più di 2 MILIONI di euro per acquisto SOFTWARE (programmi informatici). IN UN SOLO SEMESTRE e SOLO PER LA CAMERA! (qui il link della Camera con tutto il rendiconto, divertitevi!)

Torno in cucina, amiche e amici.

Politica gennaio 16, 2013

#Tengofamiglia 2: Lombardia, Calabria, mogli e sindache

 

E dai, diciamolo. La sinistra non è mai stata fortissima sul fronte comunicazione. A parte il tragico manifesto qui sopra, pubblicità indiretta per i Tre Caballeros, leggo oggi che il segretario regionale lombardo del Partito Democratico Maurizio Martina dichiara che per la regione “la partita è apertissima”.

Dunque: il centrodestra dice “noi vinciamo”; il centrosinistra: “la partita è apertissima” (tradotto: “non ancora chiusa”).

Vediamo: abbiamo alle spalle una giunta piena di inquisiti e infiltrata dalla ndrangheta, e che a causa di ciò è stata costretta a dimettersi. La vittoria stava lì, su un piatto d’argento. Si è fatta la scelta faticosa di Ambrosoli e del patto civico quando il Pd aveva in Pippo Civati, mr Preferenze alle Parlamentarie, il suo candidato naturale: uno che in Lombardia si è consumato le suole, che aveva condotto la battaglia contro la giunta formigoniana, che aveva un programma bell’e pronto costruito nel fitto rapporto con il territorio, che non era milanese ma brianzolo, il che avrebbe rotto il trompe-l’oeil milanocentrico, che rappresentava benissimo la discontinuità, e che avrebbe spezzato la monotonia della dialettica progressisti-moderati e cattolici-laici e catalizzato gli entusiasmi, e che è pure carino, il che non guasta. E vabbè, è andata in un altro modo. Fatto sta che questo ciclone di rinnovamento oggi appare infiacchito, e ora ci sentiamo anche dire che “la partita è apertissima”, ovvero non ancora chiusa, anche se in verità i sondaggi non autorizzerebbero questa cautela preventiva. Insomma, come scrive l’amico Paolo Repetti su Facebook, “dal 4 a 0 in casa il Pd si è messo a giocare per il pareggio“. Non esattamente quello che serve per eccitare le masse.

A dare un po’ di verve  alla battaglia lombarda arriveranno i big: Bersani, Renzi, il sindaco Pisapia, che è sempre pop. Molto giusto. Ma visto che il comitato dei garanti democratici è al lavoro per dare una ripulita alle liste, messe su in tempi strettissimi -qualche problema in effetti si è verificato-, vale la pena di sottolineare che quello che capita, per esempio, in Calabria potrebbe avere maggiori riflessi sul centrosinistra lombardo di qualunque testimonial d’eccezione. Se, per dirne una, il Pd recuperasse in volata una delle sindache antimafia, incredibilmente lasciate a casa per dare spazio a big del partito, fedelissimi, paracadutati e parenti, tipo Enza Bruno Bossio, moglie del potente dominus locale Nicola Adamo, a sua volta padre naturale del figlio dell’ex sindaca di Cosenza Eva Catizone, oggi candidata Sel (sì, lo so, sembra Beautiful, ma non è colpa mia), ebbene, questo produrrebbe effetti anche in Lombardia. Intanto la lista Monti sì è accaparrata Carolina Girasole, sindaca di Isola di Capo Rizzuto.

Insomma: mi pare che a questa faccenda di Parentopoli (anche a Milano abbiamo una paracadutata non diversamente leggibile, Fabrizia Giuliani, romana, moglie di, sedicente candidata Snoq ) e Inquisitopoli non si stia dando l’importanza che ha. Anzi: ci sono rumour che darebbero Bianca Berlinguer in uscita dal Tg3 per essere candidata sindaca a Roma, stante lo “zio” europarlamentare e il marito candidato al Senato in Sardegna, entrambi veterani. Una dinasty.

Come sostiene Giovanna Cosenza, autorità in materia di comunicazione politica e autrice di “Spotpolitik”, se un partito inserisce nelle sue liste candidati e candidate “parenti di” (figli di, mogli di, cognati di ecc.), e lo fa in questo momento storico in Italia, be’, sta comunicando qualcosa di molto preciso ai suoi elettori: non siamo cambiati e non abbiamo intenzione di farlo”.

Anche questa è comunicazione. Anzi, lo è molto di più.

p.s.: Volete il mio punto di vista? I parenti ce li terremo. Tutti, e dappertutto. A noi non resta che l’arma del voto.

 

 

Donne e Uomini, Politica gennaio 14, 2013

#Tengofamiglia: Mogliopoli, Figliopoli e… pure Snoq

Marietta Tidei, figlia del sindaco di Civitavecchia, candidata Pd alla Camera.
Una scelta dinastica

Giornataccia politica, ieri, amiche e amici.

L’autocandidato governatore della Lombardia Gabriele Albertini che mentre raccoglie firme ai suoi gazebo minaccia l’ex alleato Formigoni di “dire cose che lo metterebbero a terra”, un ricattino stile Chicago anni Venti. Poi ridimensiona e precisa che non sono cose penalmente rilevanti, il che fa pensare che lo siano almeno politicamente. Nel qual caso invece di ricattare si deve dire, perché quello che è politico è di tutti.

Mentre attendiamo notizie da Albertini apprendiamo che le liste elettorali, alla faccia di ogni proposito di moralizzazione, potrebbero ospitare un gran numero di inquisiti, dal Pdl con Cosentino al Pd con Crisafulli. E ognuno guardi in casa propria. I vari garanti sono al lavoro, le liste saranno chiuse fra una settimana, c’è tutto il tempo per aggiustamenti e sostituzioni. Che tuttavia dovrebbero riguardare non solo gli inquisiti, ma anche le candidature eticamente riprovevoli, catalogabili nella cartella Parentopoli, o Mogliopoli, o Figliopoli, in qualche caso Maritopoli, Cognatopoli e Generopoli.

Ieri grande agitazione su Twitter (#tengofamiglia) per il caso di Pierferdinando Casini che oltre a se stesso, superveterano della politica capolista in cinque regioni, intende candidare in posizioni blindate la moglie del fratello Silvia Noè (Cognatopoli) e l’amoroso della figlia Fabrizio Anzolini (Generopoli).

Problemi anche in casa Pd, che per fare solo qualche esempio candida a Milano nel listino di Bersani, e nessuno riesce a a capire per quali meriti civici e come mai esportata su al Nord, la romana Fabrizia Giuliani, autoproclamatasi candidata di Se Non Ora Quando -Snoq smentisce e se la leva di dosso-, semmai moglie del dalemiano Claudio Mancini, già assessore al Bilancio nella giunta Marrazzo, coinvolto con i vari Fiorito nelle “spese pazze” in Regione Lazio e non più ricandidabile: lui no, ma lei sì. Qui siamo in piena Mogliopoli. Clamorosamente Figliopoli, invece, la candidatura di Marietta Tidei, figlia del potente sindaco di Civitavecchia, che alle locali primarie -indovinate come mai- è passata con percentuali bulgare: 94 per cento.

Secondo il sociologo Edward C. Banfield il familismo amorale è la chiave di ogni arretratezza italiana. Il titolo del suo celebre saggio del 1958 sull’amoral familism non lascia dubbi: The Moral Basis of a Backward Society (Le basi morali di una società arretrata). E l’uovo del familismo nasce senz’altro prima di ogni gallina mafiosa e ndranghetista: la faccenda va stroncata lì.

Che un partito che si dichiara progressista come il Pd non metta un fortissimo impegno in questa direzione è cosa grave: il Comitato dei Garanti -Francesca Brezzi, Luigi Berlinguer, Francesco Forgione, Mario Chiti– che sta vagliando le candidature dovrebbe occuparsene con il necessario rigore, portando alla luce i mugugni della base e dando una prova di trasparenza che aumenterebbe i consensi. Cose di questo genere capitano solo nei paesi arretrati, e li mantengono tali. Del resto l’ottimo Codice Etico del Pd, che fa riferimento spesso alla questione “parenti e affini”, dice espressamente che “ogni componente di governo, a tutti i livelli, del Partito Democratico si impegna a: non conferire né favorire il conferimento di incarichi a propri familiari” e che gli eletti o gli aventi incarichi nel partito “rifiutano una gestione oligarchica o clientelare del potere, logiche di scambio o pressioni indebite“.

Quanto alle donne: e’ pur vero, qualcuno dice, che quando si applicano quote “rosa” -mi scuso per dirlo in modo così orribile- come nel caso di questa tornata elettorale, è facile che entri una percentuale di mogli e figlie “segnaposto”. Capita anche nei cda costretti ad aumentare la partecipazione femminile. Sono gli uomini a decidere, e si sentono più tranquilli a candidare “donne di”, scelte per ragioni dinastiche: gli pare così di non sprecare una posizione e di poterla più efficacemente controllare. Perché le donne in gamba, si sa, hanno il difetto di ragionare con la propria testa. Eppure non è fatale: a Milano il sindaco Pisapia, tra i primissimi ad applicare, probabilmente non senza fatica, il 50/50 (solo Vendola l’aveva fatto in Regione Puglia)  ha scelto le donne della sua squadra sulla base della loro professionalità e del loro autonomo valore, non in quanto parenti di. I fidanzati, i mariti, i padri o i cognati delle nostre assessore ci sono per fortuna del tutto ignoti, ed è uno stile che ci piace molto. Fabrizia Giuliani a Milano è un’outsider anche rispetto a questo stile.

Come vedete, quindi, si può fare. Anzi, si deve. A ogni costo.

P.S.: per ogni parente in più, un meritevole in meno, e a danno di tutti. Il succo poi è questo.

 

ore 17.15  Alle porcherie aggiungiamo questa: anche Se Non Ora Quando tiene famiglia

Qui l’articolo per esteso di Gli Altri online:

Da quando le Comencini sisters & co hanno messo in piedi Se Non Ora Quando il maschio politico di sinistra, alquanto maldestro sulle cose di donne, sa finalmente a chi rivolgersi quando ha necessità di una consulenza femministica.

C’è bisogno, per esempio, di candidate? Chiedi al Comitato Promotore Snoq, detto affettuosamente “La Cupola” per potenza lobbistica e altezza di relazioni, e che ha molte amichette da collocare. Preferibilmente nel Pd. Atteggiamento deprecabile di per sé, ma reso ancora più odioso dal fatto che che le signore delle quote usino a sostegno delle loro operazioni la forza ingenua e sincera delle tante militanti dei territori, ignare di fare da portatrici d’acqua per gli interessi privati di tante signore della borghesia romana.
Interpellato qualche mese fa da Bersani per il cda Rai, Snoq ha contribuito attivamente a far fuori le soggette meglio curriculate (da Lorella Zanardo, a Daniela Brancati, a Giovanna Milella: profili diversi ed egualmente eccellenti finiti dritti nel tritacarte) per promuovere l’esangue e furbetta Benedetta Tobagi, sotto-zero tituli ma caldeggiata dal partito di Repubblica.

Lottando poi usque ad sanguinis effusionem per riuscire a infilare in Rai anche l’indispensabile Flavia Piccoli Nardelli, figlia del Dc Flaminio, autore della legge sul finanziamento pubblico ai partiti, nonché moglie di Mariano Nardelli, anche lui democristiano doc, già vicepresidente Terfin, controllata Eni. Creatura, Flavie’, del sottobosco democristiano, e comprensibilmente un po’ stufa, povera donna, di dirigere l’Istituto Luigi Sturzo, più vari altri incarichi che hanno l’aria di essere una grandissima palla: membro del Comitato di redazione della rivista Civitas, consigliere di amministrazione del consorzio Baicr, Biblioteche e archivi istituti culturali di Roma, membro del comitato scientifico del partito “Europopolari per San Marino” (???) insieme all’ultra cattolico integralista Meluzzi. Insomma, per favore, qualcosa di più smart!

Alla fine niente Cda Rai. Meglio così per Nardelli, che oggi è stata chiamata nientemeno che a capeggiare la lista Pd per Montecitorio in Sicilia orientale: perché un bel posticino a Flavia lo si doveva pur trovare, dopo decenni di archivi Andreotti. Una femministona che non vi dico, che farà rimpiangere Binetti.

Almeno in via ufficiale, nessuna candidata alle prossime elezioni è stata autorizzata per autopromuoversi a utilizzare il potente brand “Se Non Ora Quando”. Con l’eccezione, a quanto pare, della cupolatissima Fabrizia Giuliani, professoressina romana paracadutata in posizione blindata nelle liste Pd per la Camera a Milano. Del tutto ignota al ricco e variegato mondo del femminismo milanese, che dai giornali apprenderà con notevole disappunto la sua candidatura “in quanto Snoq”: marchio usurpato per uso personale. Ma tra le Snoqqine di Milano (“E chi è?”, “Da dove esce?”) non una che la conosca.

La stampa ha omesso di dare notizie più gustose: Giuliani è la compagna del dalemiano Claudio Mancini, consigliere regionale che insieme a Fiorito e a Storace ha deliberato le famose “spese pazze” in Regione Lazio, (3 milioni e mezzo di euro, soldi nostri da spartirsi fra i gruppi, di cui 500 mila come mancia al presidente dell’assemblea). lmpossibilitato a ricandidarsi, Mancini è stato risarcito con la candidatura della moglie, affettuosamente complici le care amiche della Cupola: uscito dalla porta lo stipendio è rientrato dalla finestra. La sua signora intanto si è chiusa in uno sdegnato silenzio e non rilascia interviste aspettando che tutto passi e che arrivi il seggio garantito.

Dovendo evitare l’imbarazzo di candidarla a Roma, dove la parentela è nota – e dopo, pare, un tentativo andato storto di paracadutarla a Napoli -, a sorpresa Giuliani precipita blindata a Milano, outsider senza-un-perché (quali sono i suoi titoli? dov’è il valore aggiunto “civico”) che non porterà un solo voto al Pd, semmai ne farà perdere alquanti: le milanesi sono veramente imbufalite. E in una partita, poi, quella lombarda, che invece di voti ha molto bisogno.

Storia molto simile per Valeria Fedeli, dirigente Cgil legatissima a Pigi Bersani e a sua volta cofondatrice di Snoq: il profilo, rispetto a quello di Giuliani, è un po’ più robusto. Fedeli non si sarebbe dovuta trovare dove oggi è posizionata, capolista Pd al Senato in Toscana, anche perché il marito senatore Achille Passoni contava di farsi almeno una seconda legislatura. Marito e moglie a Palazzo Madama sarebbe stato troppo perfino nel Paese del familismo amorale. Per lei semmai era pronta la poltrona di presidente di Federconsumatori.

Ma alle primarie, ahinoi, Passoni viene amaramente trombato. E Fedeli è recuperata in corsa, proprio al rush finale: anche qui, reddito familiare in sicurezza. Fuori lui, dentro lei (anche se, pare, in un prossimo governo Pd potrebbe rientrare pure lui, in qualità di sottosegretario).
Perché poi per buona parte di queste candidate Snoq c’è un maschio di riferimento da garantire, in perfetto stile da femminismo saudita.
Figlie di, mogli di, sorelle di: aguzzate lo sguardo e cherchez l’homme.
Intanto nella Cupola ci si scanna alla grande: aguzzate le orecchie, fra un po’ sentirete una deflagrazione.
Se Non Ora Quando, 13 febbraio 2011-24 febbraio 2013.
Che triste e prematura fine… R.i.p.

 

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Giovanna Cosenza

Lorella Zanardo

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