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differenza sessuale

Donne e Uomini, questione maschile, TEMPI MODERNI settembre 13, 2017

Fecondazione assistita anche per le single, no all’utero in affitto: la Francia riconosce la differenza sessuale

La logica dispari riconosce asimmetria riproduttiva tra uomo e donna, al cuore della differenza sessuale. Sì alle tecnologie riproduttive per tutte le donne, anche single. No all’utero in affitto per tutti, anche per quegli uomini che vogliono cancellare la madre. Se un uomo vuole un figlio lo chieda a una donna, e non pretenda con i suoi soldi di farla scomparire.

bambini, diritti, Donne e Uomini dicembre 8, 2015

9 domande e 9 risposte sull’utero in affitto

Girano un bel po’ di stupidaggini sulla questione utero in affitto, che pur con ritardo è clamorosamente esplosa anche nel nostro Paese (qui, come saprete, ce ne occupiamo da anni).

Sarebbe tutto molto semplice: come Eduardo fa dire a Filumena Marturano, “i figli non si pagano”. Ma in questi tempi di dirittismo esasperato, le cose tendono a complicarsi.

Proviamo quindi a tornare in tema, affrontando le questioni che ricorrono con maggiore frequenza.

1. Tutti abbiamo diritto alla “genitorialità”

E’ un diritto inesistente, privo di fondamento, figlio di una cultura dirittistica e adolescenziale che non distingue tra desideri e, appunto, diritti, e fonda un diritto per ogni desiderio. Sarebbe come affermare il diritto ad avere un marito o una moglie: il mio diritto, semmai, è che nessuno mi impedisca di legarmi liberamente a qualcuno/a, ma non posso certo pretendere che mi venga garantito un legame affettivo. Così per i figli: ho diritto a metterli al mondo, se intendo farlo –e conseguentemente ho il dovere di occuparmene responsabilmente, una volta che l’ho fatto-, ho diritto a che nessuno mi impedisca di diventare madre o padre minacciando per esempio di licenziarmi, come avviene correntemente alle giovani precarie (diritto per il quale si battono in pochi). Ho diritto a cure mediche ragionevoli, se la mia salute riproduttiva le richiede. Ma non posso chiedere che lo Stato mi garantisca di essere padre o madre a ogni costo e in qualunque condizione, fino a consentire un vero e proprio mercato dei figli. L’unica titolare di diritti è la creatura: diritti a cui le convenzioni internazionali riconoscono assoluta superiorità, e che nei discorsi sull’utero in affitto e più in generale sulla fecondazione assistita vengono invece tenuti spesso come terzi e ultimi.

2. Del mio corpo faccio quello che voglio

Per la nostra legge il corpo è indisponibile: non posso, cioè, farne sempre quello che mi pare, né tanto meno oggetto di mercato. L’unica eccezione è un uso solidale. Posso cioè donare sangue, midollo, o anche un rene a un consanguineo, ma non posso metterli in vendita o comprarli. Nessuno di noi ha perciò diritto di mettere in vendita parti del proprio corpo. E’ una limitazione alla propria libertà? Sì, lo è.

 3. E’ come per le donazioni d’organo

Sì e no. Anche nel caso dell’utero in affitto la legge ammette, ad alcune precise condizioni, la pratica solidale: i nostri tribunali hanno già ammesso casi di “utero solidale” dopo aver vagliato attentamente le situazioni, aver accertato l’esistenza di una relazione affettiva tra la donatrice e i riceventi, e aver escluso ogni passaggio di denaro. Ma l’analogia si ferma qui: perché se la donazione d’organo è un fatto tra due, il donatore e il ricevente, nel caso dell’utero c’è un terzo, il nascituro, le cui ragioni vanno tenute per prime.

 4. Non si può impedire a una donna di offrire il proprio utero

Se una donna si offre di condurre una gestazione per altri in cambio di denaro –quindi per ragioni di bisogno economico suo o, peggio, di terzi sfruttatori che decidono per lei- è necessario opporsi con ogni mezzo a questa pratica. Se l’offerta è solidale, è necessario verificare a fondo l’effettiva necessità a cui la sua offerta corrisponde, e la gratuità e autenticità di questa solidarietà, che comporta l’esistenza di una relazione e il suo mantenimento nel tempo con i “committenti” e con il nascituro. Questo limita la libertà della donna? Sì, la limita. Il limite consiste precisamente nel fatto che la sua decisione darà vita a un terzo, che va tenuto per primo, e va in ogni modo tutelato. Inoltre la “portatrice” deve essere libera di revocare in ogni momento il suo consenso, anche dopo la nascita del bambino, per tenere la creatura presso di sé.

5. Se c’è libertà di prostituirsi, ci dev’essere libertà di offrire l’utero

I piani sono molto diversi, e per la ragione che dicevamo sopra: perché qui non si tratta di un agreement tra due (è vero, troppo spesso anche nella prostituzione non c’è affatto libertà, ma qui non approfondiamo il tema) ma di un accordo finalizzato alla messa al mondo di un terzo, il bambino, che al momento dell’accordo non ha voce in capitolo, e che non può essere pensato come prodotto, ma è a tutti gli effetti il protagonista muto della vicenda.

6. Molte donne si offrono gratis

Si tratta di un numero infinitesimo e non significativo di casi. Anche in quei Paesi, come il Canada, in cui alle donne viene riconosciuta un’indennità comprensiva del rimborso delle spese mediche sostenute, si tratta in realtà di una transazione economica -in Canada si adotta la medesima prassi per rimborsare chi si offre per la sperimentazione di un farmaco-. Si tratta in realtà di un compenso a tutti gli effetti, destinato a donne che nella quasi totalità dei casi si offrono per necessità economiche.

 7. La portatrice non ha legami biologici con il bambino

La “semplice” portatrice non ha legami genetici con il bambino, ma ha importanti legami epigenetici, che influenzano il fenotipo (ovvero la morfologia, lo sviluppo, le proprietà biochimiche e fisiologiche comprensive del comportamento etc.) senza modificare il genotipo.  In parole semplici, durante la gestazione tra lei e il feto avvengono scambi biochimici decisivi per lo sviluppo del bambino, scambi che continuano nella fase perinatale e che fanno di quel bambino quello che sarà. La madre portatrice non è un semplice incubatore, come nella visione aristotelica fondativa del patriarcato, che postula la naturale inferiorità del genere femminile: nella riproduzione, secondo Aristotele, il maschio è attivo, è il vero genitore che dà forma alla materia inerte femminile, la donna è invece “passiva” in quanto  “è quella che genera in se stessa e dalla quale si forma il generato che stava nel genitore” (il maschio). Chi pensa alle portatrici come semplici contenitori che alla fine della gestazione consegnano docilmente il prodotto ai committenti, si allinea alla violenza di questo pensiero patriarcale.

8. Chi si oppone all’utero in affitto è omofobo

Non è affatto così, visto che la pratica riguarda nella stragrande maggioranza dei casi coppie o singoli eterosessuali. Inoltre il più del femminismo mobilitato contro l’utero in affitto sostiene attivamente i diritti delle coppie omosessuali, ed è a favore dell’adozione anche per loro (me compresa). E’ pur vero che se solo una minoranza di chi ricorre all’utero in affitto è omosessuale, la quasi totalità dei maschi omosessuali che progettano un figlio geneticamente proprio deve ricorrere a una donna, che “concede” il proprio utero in solidarietà o molto più frequentemente a pagamento, cedendo la creatura e interrompendo ogni relazione con lei. Si commette inoltre un grave errore quando sul fronte della genitorialità, secondo una logica paritaria fuoriviante, si fa un tutt’uno tra gay e lesbiche, invocando “uguali diritti”. Una lesbica è una donna sulla cui scelta di diventare madre non può esserci parola pubblica: è lei che  decide, che sia sola o abbia una compagna, esattamente come una donna eterosessuale –con l’unica differenza di non concepire, di norma, via rapporto sessuale-. Nel caso di un maschio, invece, che sia gay o un eterosessuale deciso a concepire fuori da una relazione con una donna, la parola pubblica è decisiva, perché il suo desiderio necessita di almeno tre livelli di mediazione: dev’esserci un mercato dove acquistare ovociti e “affittare” uteri (o molto più di rado averli in dono); dev’esserci una medicina che ti assista, dal momento del prelievo (doloroso) degli ovociti, all’impianto dell’embrione, alla gestazione; dev’esserci un quadro normativo che ti permetta di condurre in porto l’operazione. Non vi è, quindi, alcuna “uguaglianza di diritti” su questo fronte fra gay e lesbiche, perché la differenza sessuale esiste a prescindere dall’orientamento sessuale. Questo è triste e doloroso per i gay che vogliono un figlio geneticamente proprio? Immagino di sì, ma non ci si può fare molto. Esiste pur sempre l’opzione di fare quel figlio con una donna che lo desideri, e che sarebbe sua madre (senza costringerla a scomparire).

9. La stepchild adoption non c’entra con l’utero in affitto

Purtroppo c’entra, e qui si apre un notevole dilemma. La stepchild adoption (ovvero l’adozione del figlio del proprio partner) è molto importante per tutti quei bambini che vivono nelle cosiddette famiglie arcobaleno, perché si tratterebbe del riconoscimento dell’affettività che lega questi bambini al partner del genitore biologico, garantendo la continuità di relazione. E’ vero anche, tuttavia, che poter adottare i figli del partner costituirebbe una remora in meno alla scelta di concepire un bambino con utero in affitto. Si tratta, quindi, di bilanciare l’interesse dei già nati, per i quali si aspira giustamente alla continuità affettiva, con quello di ulteriore nascituri, moltiplicando il numero di quelli che subirebbero la violenza di essere tolti alla madre. Trovare un equilibrio è difficile. Una strada –forse- potrebbe essere quella di un riconoscimento “tombale” per i bambini già nati, subordinando la concessione di stepchild adoption per i nascituri alla presenza di una madre.

Un’osservazione, per finire: quando si evidenziano i limiti “naturali” (ovvero fondati nella biologia dei corpi) che impediscono a molti desideri di tradursi automaticamente in diritti, molte e molti reagiscono con stizza, come bambini a cui sia negato di avere tutto ciò che vogliono e che di “no” (o magari di doveri che bilancino i diritti) non vogliono sentir parlare. Ma spesso si tratta di desideri indotti da un mercato che non si dà limiti di profitto, il cui obiettivo non è certo farci crescere in umanità, e che di consumatori-bambini ha sempre più bisogno.

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Aggiornamento 18 dicembre: seguendo il dibattito, a tratti furente ma certamente interessante, evidenzierei due temi che ne sono usciti e che mi sembrano decisivi: 

1) affermare un diritto significa ipotizzare un corrispettivo dovere: se, quindi, si pone un diritto alla genitorialità, chi è titolare del dovere corrispondente? se ho diritto ad avere un figlio, chi ha il dovere di darmelo? una donna, al momento non c’è alternativa. quindi toccherebbe alle donne farsi carico di questo dovere. e perché mai?

2) si glissa sul tema della gratuità della Gpa. probabilmente sarebbe più facile trovare una composizione se si ammettesse che l’utero non può essere affittato, ma deve essere effettivamente donato. e il dono, per definizione, non ammette alcuno scambio di denaro. perché non si conviene sulla gratuità? perché si sa benissimo che nessuna donna (salvo rarissime eccezioni solidali) si presterebbe a una Gpa, se non in cambio di denaro. quindi è meglio glissare.

 

 

 

 

 

 

 

Femminismo, jihad, questione maschile marzo 2, 2015

8 marzo: lei, che dà una mano a Lui

Niente da obiettare sull’iniziativa donne con la A lanciata per l’8 marzo da Se Non Ora Quando (da qualche parte nella mia incasinata biblioteca devo ancora avere il volumetto di Alma Sabatini “Per un uso non sessista della lingua italiana“, era il 1987, figuriamoci). Ci sono ancora troppe donne che pretendono la qualifica al maschile, vale la pena di tornare in argomento. E’ ancora necessario presidiare i minimi: dico per esempio prostituzione, maternità e aborto, etc. Lo faccio anch’io, ci mancherebbe.

Però poi guardo questo trittico della giovanissima artista afghana Kubra Khademi, e come dice un’amica a cui l’ho inviato “mi sembra un sogno”. Il sogno di volare veramente alto, fino a quel punto di altitudine. Di un essere donna a cui è affidato di incarnare il più dell’umanità, per il bene di tutte e di tutti.

In questo blog e in molte altre occasioni mi sono spesso lamentata del silenzio di tante -la cui parola per me è vitale- sul change of civilization che oggi prende la forma di una profondissima crisi del modello capitalistico, ma anche di un conflitto molecolare sanguinoso e potenzialmente devastante con l’Animale Morente, quel patriarcato irriducibile, malato e violento che oggi si esprime -non solo, ma soprattutto- nelle azioni di Isis.

Guardo il dipinto di Kubra e mi piace pensare che quel Dio strattonato e chiamato brutalmente in campo stia chiedendo aiuto a una donna (ci sono momenti in cui, come dice Etty Hillesum, Dio ha bisogno di noi): mi pare cioè che il soffio vitale vada al contrario, o meglio nella direzione giusta, che sia lei a dare vita e linguaggio e coraggio a Lui, come sperimentiamo ogni giorno nelle maternità corporee, e non Lui a lei. O comunque, che tra i due ci sia un’alleanza, un patto da stringere.

Questo mi insegna il quadro di una ragazzina afghana, e mi suggerisce la strada di una differenza femminile che indichi l’uscita, che colga l’occasione di questa grande crisi per mettere al mondo un altro mondo.

AMARE GLI ALTRI, bambini, Corpo-anima, Donne e Uomini, Politica, questione maschile luglio 24, 2013

Omofobia: caro Ivan Scalfarotto…

Caro Ivan Scalfarotto,

qualcun* provi a darmi dell’omofobica, e l* querelo.

Ho amici e amiche gay, e pure trans, e voglio per tutte e tutti una vita più semplice e più giusta. Parto così, mettendo le mani avanti, perché vorrei porti qualche questione sul tema della legge contro l’omo e transfobia. Ed è già sintomatico che io parta così, giustificandomi a priori, perché non ho ben capito se secondo la nuova legge io sarei, almeno in linea teorica, perseguibile per quello che intendo dire, e per la storia che intendo raccontarti.

Un mio amico gay, qualche tempo fa, ha “comprato” un ovocita da una donna, l’ha fatto fecondare con il suo seme, quindi impiantare nell’utero di una seconda donna (“spezzando” quindi la madre in due: ovodonatrice e portatrice). Il tutto il un Paese che consente queste pratiche. Impianto andato a buon fine, gravidanza giunta a termine -bambino in braccio, come si dice- bambino tolto alla/e madre/i (anzi: madre/i tolta/e al bambino) e portato in Italia, dove il piccolo ha trovato i suoi surrogati materni in una serie di tate che vanno e vengono.

Caro Ivan, io avevo pregato il mio amico di non farlo, lui l’ha fatto, il nostro rapporto è andato in pezzi. Gli avevo detto: dal fatto che tu ami sessualmente gli uomini non deriva che quel bambino non debba avere una madre. Sono ancora convinta di quello che gli avevo detto. E quello che gli avevo detto, in sintesi, è questo: un uomo, di qualunque oreintamento sessuale, etero o gay, non ha il diritto di portare via un bambino alla madre, di recidere quel legame (anche se la madre è d’accordo: ma il bambino no).

Non sto parlando di genitorialità gay: sto parlando di uomini che si fanno fare bambini dalle donne e glieli portano via (non è il caso, come ti sarà chiaro, di una lesbica che mette al mondo un bambino, perché lì il legame è preservato, tra le due pratiche non c’è simmetria). Qui c’è misoginia, qui c’è odio per le donne. Qui c’è questione maschile.

Naturalmente quello che dico è opinabile, ma io ci credo fermamente, così come credo fermamente nell’esistenza di una differenza sessuale. Confortata dal fatto che perfino chi, come Judith Butler, maestra della “performatività di genere”, ha teorizzato al massimo livello il fatto che il corpo con cui si nasce conta poco o niente, e invece quello che conta è il genere a cui si sceglie di appartenere, è tornata sui suoi passi, dovendo ammettere l’esistenza “di un residuo materiale incontrovertibile“. Cioè il corpo sessuato.

Ora, la mia domanda è questa: potrò ancora sostenere questo mio pensiero -l’intangibilità del legame madre-figlio e l’esistenza della differenza sessuale- che non sta dentro nel mainstream “tutto è lecito” senza essere sospettata o addirittura incriminata per omofobia?

Lo dico perché ogni volta che una legge, con la mannaia sommaria della logica dei “diritti”, interviene “salomonicamente” a tagliare la carne viva della vita e dei suoi fondamentali, il risultato è sempre molto scadente.

Con affetto   M.

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, economics, Politica gennaio 26, 2013

Alessandra Bocchetti: Per vanto, per tigna, per orgoglio

 

Con grande piacere ospito questo intervento di Alessandra Bocchetti, e la ringrazio.

 

“E’ ricominciato il teatro della politica. Chi vince, chi perde, chi ha la battuta più pronta, chi ha la lingua più sciolta, chi è più furbo, più abile, più spiritoso. Uno spasso oppure la disperazione.

Pochi giorni fa in una delle mie tardive incursioni al mercato, quando già tutti stanno sul piede di partenza e le cassette ormai tutte impilate, ho visto un dignitoso signore che tra gli scarti a terra di frutta e verdura, raccoglieva quello che ancora era possibile raccogliere. Raccoglieva con eleganza come fosse in un orto o in un giardino e non sul pavimento sporco e fradicio del mercato all’ora di chiusura. Per me non è stata solo pena, ma un brusco viaggio nel tempo a  quando i miei figli erano piccoli e, alla vista di qualcuno che chiedeva l’elemosina, mi chiedevano, chi era, perché… Spiegare la miseria è stata per me, giovane madre, uno dei compiti più difficili. La miseria è difficile da spiegare perché fa tanta vergogna. Fa vergognare perché è colpa di tutti.

Viviamo in un tempo in cui è difficile raccontare la miseria. Tutte le mattine invece ci aspettano gli annunci: il paese è più povero, siamo tutti più poveri. Ci informano che i consumi calano, non si vendono più automobili, si viaggia di meno, i saldi sono un flop! Non possiamo più consumare allegramente, ce lo dicono i numeri, le statistiche, i bilanci. L’annuncio più spaventoso è quando ti comunicano che gli investitori fuggono. Così la nostra immaginazione si popola di figure misteriose: gli investitori che fuggono, lo spread che si alza e si abbassa, il debito pro capite che ogni bambino che nasce, creatura innocente, trova già pronto al suo arrivo. Poi ci sono i moniti della Bce, se non della Banca Mondiale o di Draghi in persona, il cui solo nome porta con se  visioni poco serene. In verità poche persone sanno quello che sta succedendo, questi sono gli esperti e i tecnici, lontani mille miglia da tutti noi. Tra di noi c’è chi un po’ si districa, c’è chi un po’ fa finta di capirci, la maggioranza si arrende e si affida. Questo affidamento è la cosa più pericolosa, perché così non si è più veramente cittadini anche se ti sembra.

Chi ci può salvare da un destino così misero è chi è capace ancora di raccontare la miseria fuori dai numeri. Chi è capace di ricordarci che il destinatario della miseria è sempre un corpo umano e chi considera tra i “beni comuni” anche tutti noi, giovani, vecchi, donne e bambini, tutti insieme, tutti in carne ed ossa.

Al mattino alla radio ascolto spesso “Prima pagina” un programma dove un giornalista commenta le principali notizie dei quotidiani e poi dialoga con coloro che chiamano per telefono per parlare delle loro personali esperienze. Lì si possono ascoltare i racconti, che sono spesso crudi e terribili, ma mai misteriosi. Pochi giorni fa una donna raccontava che per via dell’eliminazione del servizio di un pulmino garantito dal  comune del suo paese, non avrebbe potuto più permettersi di fare la dialisi tre volte a settimana e che quindi aspettava di morire. Un’altra donna raccontava che suo figlio non aveva più l’insegnante di appoggio, perché il budget della scuola non poteva più garantirlo. Quella donna temeva per suo figlio un destino crudele in un mondo crudele. Il suo amore, raccontava con dignità, non sarebbe bastato a proteggerlo. Un’altra donna confessava con stupore  di come il suo affetto per i due genitori ormai disabili  stesse mutando a poco a poco nel suo cuore in un inaspettato risentimento.  E’ un effetto della stanchezza, diceva quasi vergognandosi, perché non riceveva più alcun aiuto.

Con questi racconti ecco che l’economia si materializza, così i tagli alle scuole, alla sanità si fanno vedere per quello che combinano e scombinano, per quello che hanno a che fare con i destini delle persone.

Le storie sono tante, diverse, ma hanno sempre una cosa in comune: è sempre una voce di donna che racconta. Le donne sono capaci di raccontare e di svelarci cosa i numeri non fanno vedere.

Perché è soprattutto su di loro che si abbatte la crisi, questa come tutte le crisi della storia, come le guerre, le carestie, le epidemie. Sono sempre state le donne a pagare i prezzi più alti. Camus, ritirando il premio Nobel, dichiarò che gli esseri umani sono divisi  tra coloro che fanno la storia e coloro che la subiscono. E che lui si sarebbe sempre schierato con questi ultimi. Tra questi ultimi ci sono le donne. Non ce ne dobbiamo vergognare. E’ proprio per questo che sappiamo raccontare gioie e dolori meglio degli altri. Ancora a noi, per ora, appartiene la modestia del racconto, quello che non si fa con la penna, ma con la voce. Siamo capaci anche noi di farne arte, certo, ma per la politica sono più importanti i racconti  senza pretese.

Questa volta, speriamo, tante donne entreranno in Parlamento. C’è addirittura chi parla di una vera rivoluzione. Anche io ho lavorato tanto perché questo succeda, quindi ne sarò molto contenta. E’ un primo importante passo, ma non è questa la rivoluzione delle donne, sia chiaro. La vera rivoluzione sarà se le donne saranno capaci di parlare con la propria voce, quella della loro storia, quella appunto che sa raccontare. Rivoluzione sarà, se non se ne dimenticheranno, se non se ne vergogneranno, se la sapranno riconoscere tra le tante e la sapranno ascoltare dentro e fuori di sé. Insomma, voglio dire che la vera rivoluzione sarà solo se riusciranno a restare donne.

Sembra un paradosso, vero? Come si fa a non parlare con la propria voce, a parlare con la voce di un altro? Eppure capita alle donne soprattutto in politica, perché la politica è sempre stato il mondo degli uomini, il mondo del loro potere, delle loro decisioni. E non ha importanza se queste decisioni hanno portato a dei grandi disastri, se scelte sbagliate hanno prodotto milioni e milioni di morti. Comunque gli uomini si sentono autorizzati alla politica e pensano che quello sia il loro territorio, la storia di tanti errori non riesce a delegittimare questa loro certezza. Di fronte a tanta sicurezza, le poche donne che fino ad oggi sono entrate a fare parte di questo mondo, hanno finito per parlare con un‘altra voce. C’è da dire che viene quasi naturale, come entrando in un coro, spontaneamente si segue la voce dominante. Ci sono state delle eccezioni luminose verso le quali ogni donna è debitrice, ma queste eccezioni non hanno fatto ancora la rivoluzione. Così chi ci governa è ancora lontano dalla vita quotidiana, sa poco di cosa succede nelle case, ha magari il sapere dei numeri, o la sua presunzione, ha, o crede di avere, l’arte delle alleanze, ma non ha la voce del racconto, né la capacità di saperla ascoltare. Le donne al seguito.

Con questa storia dei numeri che, avrete capito, io uso come artificio retorico, non vorrei deludere la mia amica Linda Laura Sabbadini, perché lei è una di quelle persone che ai numeri mette l’anima, consegnandoci un paese più leggibile seguendo parametri di pura umanità.

Personalmente soffro quando sento rivendicare la formula del 50 e 50. Detta così, sembra un’arroganza, una spartizione ladronesca, tanto a me tanto a te, un gesto di giustizia rudimentale, la giustizia dell’invidia, bassa, la definirebbe Simone Weil. Si tratta, in realtà, di un’idea tutta nuova, inedita alla storia, del governare insieme di uomini e di donne, non perché gli uomini e le donne sono uguali, ma proprio perché sono differenti, due corpi differenti, due storie differenti, due sguardi differenti. Anche la formula di “democrazia paritaria” con cui si vuole significare questa nuova teoria di governo, non mi soddisfa, perché l’idea della parità è talmente estranea alla realtà umana che questa formula finisce per significare una sorta di idealità troppo astratta. L’”insieme” di cui si parla non sta a garantire un mondo più giusto, ma solo un mondo più equilibrato, che funzioni meglio per tutti, garantito dal doppio sguardo di due esseri che sono sempre stati vicini, ma non sono stati mai vicini per governare i beni comuni, i beni, cioè, che appartengono a tutti coloro che condividono l’esperienza umana,  finalmente senza servi, né serviti.

I segretari dei partiti che hanno accolto questa idea, sono stati più conformisti che veramente interessati, non hanno capito la portata rivoluzionaria di una teoria come questa. Passare dalla civiltà dell’uno alla civiltà del due, è un cambiamento epocale. Non ho registrato né commozione né sgomento.

E le donne ne saranno all’altezza? Il gioco è tutto in mano loro.

Personalmente credo che a salvarci dalla crudele deriva liberista potrà essere solo il sapere delle donne e il loro modo di stare al mondo, se le donne, però, riescono a coglierne il valore. Ma sapranno rendere i racconti che hanno ascoltato, che hanno fatto, strumenti di una politica più attenta alla vita? Sapranno armonizzare la politica dei racconti con la politica dei numeri? Sapranno non dimenticare di essere donne? Altrimenti non vale la pena, meglio sarebbe fare altro.

Certo per loro il compito non è facile, ma le donne hanno una chance in più, secondo me.

Gli uomini hanno dietro di loro un’età dell’oro che è sfuggita per sempre dalle loro mani, legata a un ordine che non c’è più. Questo ordine voleva le donne sottomesse, a casa con i bambini sorridenti o al giardino,  con pochissima istruzione, che tanta non serviva, donne dall’intelligenza disinnescata, che non potevano amministrare i loro beni, che non potevano deporre in tribunale, sempre a totale  disposizione per desideri, capricci e soprattutto servizi. Rarissimi uomini nella storia hanno sofferto per le condizioni misere delle donne. Questo ordine  ogni onest’uomo lo rimpiange nel segreto della sua anima ancora oggi, anche se non tutti sarebbero  disposti a confessarlo. Per questo sentimento segreto le donne ai loro occhi, nel mondo della politica, ma anche in quello degli affari, anche in quello della scienza e dell’arte resteranno delle intruse chissà per quanto tempo ancora. Per loro siamo ancora disordine. E’ bene non dimenticarlo, dovendo fare “un insieme”

Noi donne invece non abbiamo niente da rimpiangere, nessuna età dell’oro alle nostre spalle, nessun ordine ci fa nostalgia, proprio per questo possiamo guardare avanti ad occhi asciutti con animo saldo e piede leggero. Questa è la nostra forza, basta cercarla dentro di sé. Possiamo vincere un premio Nobel, ma anche  raccontare la vita vera come nessuno, perché nessuno la conosce come la conosciamo noi. E poi apparteniamo a quel popolo eletto che si lava le sue mutande da sé e continueremo a lavarcele, per vanto, per tigna e per orgoglio. E questa non è una metafora.

Un grande augurio a tutte le donne che saranno elette, che possiate fare del vostro meglio”.

 

 

Donne e Uomini, Politica aprile 3, 2012

Il 50/50 non basta

luisa muraro (foto armando rotoletti)

La filosofa Luisa Muraro collabora con Metro, free press che vediamo nelle mani di tutti sul metrò o in tram. E fa bene, perché così raggiunge con pensieri complessi e in una lingua piana un pubblico che diversamente non vi avrebbe accesso. Nel suo corsivo del 28 marzo scrive:

Non m’interessa che si faccia una politica in favore delle donne. Quello che invece m’interessa, è che le donne che entrano in politica, sappiano farsi valere con tutta la loro esperienza e competenza. Perché lo dico? Perché troppe di loro, man mano che fanno carriera, rinunciano invece al nome di donna e si presentano come dei neutri. Mi riferisco a quelle che, parlando ai giornalisti, dicono: chiamatemi ministro, sindaco, segretario, professore… La trovo una cosa scandalosa e incomprensibile, tanto più che negli altri paesi europei non lo fanno. Angela Merkel era deputata ed è diventata cancelliera della Germania. Ma guardiamo anche da noi: la donna che lavora in fabbrica si chiama operaia; quella che lavora in campagna, contadina; quella che vende, commessa. È giusto, lo vuole la lingua che parliamo, lo insegnano i vocabolari. Nei vecchi vocabolari non troviamo il femminile di sindaco, di ministro, di deputato, ma solo perché erano vocabolari di una civiltà patriarcale che escludeva le donne dalla vita pubblica. Questo non succede più. Da qui viene per me lo scandalo: se quelle che entrano nei posti di comando vogliono chiamarsi al maschile, che messaggio danno? Che il femminile è buono per sgobbare ma non per dirigere? Buono per la scuola elementare ma non per l’università?
Che una donna ammiri un uomo, ammesso che abbia qualche merito, non ci sono obiezioni, l’ammirazione è un sentimento libero. Ma che lo prenda come una misura per sé, in generale, questa o è soggezione o trasformismo. E ha degli effetti deteriori, perché in un posto di responsabilità, grande o piccola, bisogna portare non solo le conoscenze ma anche le esperienze, non solo un titolo di studio ma anche il proprio essere”.

Aggiungo io: siamo precisamente a questo punto. Fioriscono un po’ ovunque esperienze 50/50: Milano, Bologna, Cagliari, Torino, e ora si prepara anche Genova. Ma la cosa più difficile è questa: una volta che si è lì, una volta che le pari opportunità sono state ottenute, si tratta di portare lì tutta la propria differenza, tutto “il proprio essere”, altrimenti che lì ci siano anche donne e non solo uomini servirà a ben poco.

E come si fa? Questo è il difficile.

AMARE GLI ALTRI, Corpo-anima, Donne e Uomini luglio 22, 2010

CERCANDO IL BELL’AMORE

marina abramovic e ulay, performance

marina abramovic e ulay, performance

La prima cosa che ho pensato, leggendo il discorso del Patriarca Angelo Scola ai veneziani per la bella festa del Redentore, è che il puro sesso è davvero un pessimo investimento. Sempre che esista un sesso in questo supposto stato di “purezza”: il nostro ambiente naturale è il simbolico; per noi, bizzarri animali, le cose, e perfino gli istinti, cominciano a essere solo dal momento in cui gli diamo un nome.
“Normati” e costretti per la vita, anche da vecchi, a rincorrere quel piacere momentaneo; un sacco di energie spese per allestire fuggevoli rendez-vous. Ma fin dai primi e provvisori bilanci esistenziali, ti rendi conto che è già un successo se di quelle circostanze roventi te ne ricordi un paio.
Un tempo il consumismo sessuale tentava solo l’umanità maschile. Gli si davano altri nomi –collezionismo, dongiovannismo– e forse, tutto sommato, qualcosa di sacro resisteva. Oggi il sesso è dappertutto, nella triste e diffusa provincia dei ragionieri scambisti e dei sabati al privé. Ma se il sesso è dappertutto, come dice Charles Melman, allievo di Lacan, vuole dire che non è più al centro. E questo è un guaio per la nostra identità.
Oggi anche l’umanità femminile si dà al raunch e alla caccia grossa, “liberata” nel corso della cosiddetta rivoluzione sessuale, storico imprinting dell’omologazione tra i sessi. E allora, ti dicono tanti ragazzi, meglio una bella partita di pallone, una sgambata in montagna, casomai una sbronza nel week-end. E tocca a un cardinale ricordarci che cos’è il desiderio, il godimento, il “bell’amore”.
Una sera a cena due di questi ragazzi, due ventenni fatti con il pennello e assediati da fanciulle con il piercing ombelicale, mi dicono che di tutto questo ne hanno abbastanza. Che vorrebbero qualcosa di diverso, qualcosa che duri, un’amica, una consolazione, una carezza, un progetto. Una con cui puoi parlare di tutto, perfino di figli, perché dicono di volerne due o anche tre, non come noi baby boomer che ci siamo sterilizzati in tutti i modi possibili. Ma dicono anche che “di ragazze così non se ne trovano”, consapevoli del fatto che se per loro sarà difficile trovare un posto fisso, figuriamoci un amore fisso. Poi non chiediamoci perché si sbronzino.
Il Patriarca vive nel celibato sacerdotale, ma la relazione, il legame, il matrimonio, il “caso serio dell’amore” sono da molto tempo al centro del suo magistero. In cerca di quella ragionevole felicità che si incontra solo quando si smette di credere nell’individuo irrelato, triste chimera che ci sta divorando e che oggi seduce più le donne, neofite dell’individualità, che gli uomini. Convinte di poter fare tutto da sole, lavoro, casa e anche figli, da tirare su senza l’ingombro di un padre, tendono a diventare loro stesse la copia conforme di quegli uomini da cui si tengono accuratamente lontane. Il rischio dunque è che l’esito di quella millenaria “perversione” dei rapporti tra i sessi (giudizio inequivoco di Joseph Ratzinger) che è stato il dominio dell’uomo sulla donna, sia una perversione ben più subdola e sottile, una nuova e più perfetta forma di dominio: l’asservimento delle donne al modo maschile di concepire la sessualità, le relazioni, il lavoro, il mondo.
Il concetto di emancipazione trattiene in sé e ipostatizza l’idea della schiavitù.
La donna ha sempre tenuto il posto dell’altro, e gli ha sempre fatto spazio in sé. Ma se anche lei si scorda vendicativamente di questo, se non vuole più essere l’Altra ed elimina l’Altro dalla sua strada, se non è più lì a testimoniare con il suo corpo schiuso quella radicale apertura che è il soggetto umano, inestricabile dal suo oggetto (certa psicoanalisi è giunta a parlare di oggetti-sé), quel dinamismo spirituale che nell’esperienza della maternità diventa carne, chi lo farà al suo posto suo?
Viviamo in un affascinante tempo di lotta tra l’epica dell’individuo e il “bell’amore” di cui ci parla Scola, quella relazionalità che ci segna fin nella nostra fisiologia più minuta, e che neuroscienze e scienza sociale, da Giacomo Rizzolatti a Jeremy Rifkin, classificano come empatia. In questa lotta la questione della differenza sessuale e del rapporto con il nostro primo altro -l’uomo per la donna, e la donna per l’uomo- è un passaggio decisivo. Oggi il lavoro grosso tocca agli uomini, che devono abdicare dall’assoluto e riconoscersi come differenza, alla ricerca di un’identità maschile che rinunci al dominio; ma anche per le donne c’è molto da fare. Prima di tutto riscoprire che “la maternità è il viaggio”, come diceva Carla Lonzi, geniale pioniera di quel femminismo della differenza che il Patriarca mostra di conoscere bene.
Molte parti del suo bel discorso per il Redentore si prestano a essere lette in chiave di appello a un femminile minacciato di estinzione, che lui vede incarnato soprattutto nell’avventura di Maria, a cui ha dedicato il suo ultimo libro. Anche là dove parla del consumismo sessuale, di quella “smania del tutto e subito” radicata nella paura della morte. Il paradosso è questo: che per sfuggire alla morte ci manteniamo al suo cospetto per tutto il tempo. Che per paura di morire anticipiamo la morte scegliendo la solitudine, e mandiamo a morte le relazioni, o meglio non le facciamo neanche nascere, e non facciamo nascere più nulla. Ma questo tenersi lontani dalla nascita, categoria cara ad Hannah Arendt (e lontani dalla rinascita cristiana, mediante la Resurrezione, in una vita non più minacciata dalla morte), non può forse essere letto come eccesso di maschilità del mondo?
Scola conclude parlando di castità, e riconducendo il termine al suo significato originario, che non è quello di privazione, ma vuole semplicemente dire “tenere pulito, in ordine”, attività che le donne hanno sempre praticato con pazienza meticolosa. Il senso di questa misura e di questa regola ce lo portiamo misteriosamente dentro, come un’impronta indelebile. Perfino certi sesso-dipendenti, tipo David Kepesh e altri disperati protagonisti dei romanzi dello spiritualissimo Philip Roth, con il loro disordine compulsivo non fanno altro che testimoniare la struggente mancanza del “bell’amore”, agitandosi intorno al vuoto scavato dalla mancanza di Dio.

pubblicato su Il Foglio il 21 luglio 2010

Donne e Uomini, TEMPI MODERNI dicembre 23, 2009

IL PATRIARCA E LE FEMMINISTE

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Potrebbe sembrare irriverente chiedere a un Patriarca se è vero, come dicono le femministe, che il patriarcato è morto. Ma Angelo Scola, Patriarca di Venezia, è uomo di un certo humour. “E’ con un patriarca che sta parlando” puntualizza. “Ma se per patriarcato intendiamo il sistema di dominio degli uomini sulle donne, direi di sì, che è finito, almeno nelle sue espressioni più clamorose e triviali. Ed è iniziato lo smarrimento maschile”.
Porporato tra i più vicini a Ratzinger e Wojtyla, indicato nel 2005 nella rosa dei papabili, oltre all’Università Lateranense ha guidato l’Istituto Giovanni Paolo II per gli studi sul matrimonio e sulla famiglia. Ha sempre avuto a cuore le questioni dei rapporti tra i sessi, del “caso serio” dell’amore, come l’ha felicemente chiamato in un suo saggio, della posizione della donna nel mondo. E nella circostanza del Natale ne parla volentieri, tenendo al centro Maria, la donna di Nazareth, la cui avventura straordinaria, dice, è un paradigma per le donne e per tutti: “Maria, la donna. I misteri della sua vita”, edizioni Cantagalli è il titolo del suo ultimo libro. Il Cardinale ha anche un blog: www.angeloscola.it.
La coppia che il Patriarca ha visto più da vicino è stata quella che l’ha messo al mondo. Due giovani poveri come Renzo e Lucia, in quelle stesse terre lambite dal lago a Malgrate, di fronte a Pescarenico. Socialista massimalista con la terza elementare suo padre, nato contadino e poi camionista; la mamma operaia in filanda e poi guantaia, poca scuola anche lei ma una fervida fede. 55 anni insieme, e felici.

“… Realisticamente felici” tempera il Patriarca “come potevano esserlo un uomo e una donna nati all’inizio del secolo scorso. Si volevano bene come si usava allora, un bene radicato nei fatti, poco ostentato: io stesso non ho avuto molti baci. E crescendo ho saputo vedere anche i momenti di incomprensione, di dialettica. Eppure hanno passato insieme più di mezzo secolo”.

Crede che oggi dell’amore abbiamo un’idea non realistica?

“Direi surrealista, perché se ne sottovaluta la complessità e ci si arena alla prima difficoltà. E nello stesso tempo iperrealista: ogni particolare è esplorato fino all’esasperazione, e spesso si scambia la parte per il tutto. Ma creda: non sto piangendo sulle miserie del presente. Non sono un laudator temporis acti, non amo la querulomania dominante. Mi pare anzi che viviamo un tempo affascinante, di transizione, di scoperta. Di travaglio verso il nuovo, che non necessariamente è l’inedito”.

E di grande disillusione. Gli uomini sfibrati da domande femminili che non capiscono, rintanati in un regressivo tra-maschi, spesso anche sessualmente parlando. Le ragazze che tagliano corto fantasticando il fai-da-te procreativo: mamma e figlio intrappolati in un ossessivo pas de deux, senza nessuno che arrivi a disturbarlo…

“Che le donne si sottraessero a un’oppressione millenaria è stato giusto. Ma il prezzo ingiusto è stata la perdita della loro identità profonda. Quel talento che Giovanni Paolo II chiamava genio femminile: il fatto di saper tenere il posto dell’“altro”. Che non è un posto di seconda fila, attenzione. Tenere il posto dell’altro vuol dire essere il segnavia di quell’Altro per eccellenza che è Dio. Un compito grandioso”.

Nel posto dell’“altro” non si vuole più sedere nessuno: tutti vogliamo essere quell’“uno” accomodato nel bel mezzo del mondo, omologato al modello maschile. Le ragazze vogliono avere “le palle”, come se di gente con le palle non ce ne fosse già abbastanza.

“Ma se ci stanno a cuore il destino e la vita buona delle donne e degli uomini, tutti dobbiamo tutti prendere coscienza del femminile”.

E si può essere uomini e padri, fuori dal patriarcato? Questa, oggi, è la “questione maschile”: crollato il pilastro del dominio, su che cosa ci si regge?

“Si può, a patto di non cercare di abolire la differenza, che è una dimensione non esteriore ma interna all’io, in grado di rivelarlo davvero. Ed è dinamica, perché indica la capacità di spostarsi da un’altra parte. Quando la donna e l’uomo sono una di fronte all’altro fanno esperienza di un modo differente di essere persona. E sono chiamati a spostarsi dal proprio baricentro. La differenza sessuale tiene il posto del terzo. Il posto del figlio…”.

Questo è Lacan.

“Così si spiega l’amore, che non può essere ridotto al trasporto affettivo. Deve arrivare effettivamente all’amato, è chiamato a diventare oggettivo. Amare è volere il bene dell’altro. E un bene che libera, non che lega.

Un amore così chiede un lavoro.

“Be’, non è certo cosa da una sera a cena. L’innamoramento è ambivalente. Poi si tratta di scegliere. Anche il discorso sulla paternità sta qui dentro. Oggi l’uomo può ancora essere padre, ma va anche detto che la paternità è l’amore più difficile. Tanti mi dicono: anziché eminenza, possiamo chiamarla padre? Certo, dico io. Ma non credano di liberarmi da un peso. Padre è ben più impegnativo. Ne sento tutta la fatica, sono come un infante che balbetta. Credo che la vera questione tra uomini e donne sia questa: la madre deve saper condurre il figlio al padre. Deve saper fare questo dono a entrambi. Il figlio deve prendere coscienza del fatto che accanto alla madre c’è un altro, e fargli spazio”.

Fare i conti con l’Edipo.

“Per non usare la parola truculenta di Freud, “castrazione”, direi che il rapporto con il padre è il luogo del sacrificio. E’ il principio che struttura il desiderio, ma a condizione di una rinuncia”.

Parlando della coppia, ho visto che lei usa una parola che è anche di Luce Irigaray, maestra del pensiero della differenza: “ammirazione”. Nel senso di sapersi fermare ad ammirare la differenza dell’altro, di non cercare di ridurlo a sé, lasciando uno spazio. Parlare come una femminista la imbarazza?

“Tutt’altro. Mi ha molto colpito il modo in cui pensiero della differenza affronta la questione. La mia riflessione muove da un punto di partenza molto simile”.

Sono state invece le femministe a essere colpite quando nel 2004 l’allora cardinale Ratzinger pubblicò la “Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell’uomo e della donna”. Quest’uomo almeno si sporge ad ascoltare, si dissero in tante, mentre la politica resta brutalmente sorda. La donna era definita “capace dell’altro”, e il dominio maschile una “perversione” del disegno di Dio; c’era un’idea molto ardita di libertà femminile, e una chiamata nelle stanze dei bottoni: come donne, però, non nei modi degli uomini, o tanto vale che ci stiano loro. Ma a questo omaggio cavalleresco non è seguito granché…

Gesù le donne le ha scandalosamente ascoltate. E l’attenzione del Santo Padre non manca. Se vi è un problema, a questo proposito, nella Chiesa, è lo stesso che esiste nella politica e nella società: e cioè il fatto che la questione del femminile non è pensata fino in fondo”.

Forse perché è un impensato che potrebbe rompere molti assetti. Peccato, perché oggi le donne sono affaticate, cercano l’aiuto dello Spirito Santo e finiscono per trovarlo nel buddismo, nel rebirthing… Nella nostra fede avremmo tutto quello che serve, ma c’è come un difetto di intimità, quando invece le donne, penso per esempio alle mistiche, hanno sempre avuto tanta confidenza con Dio. L’hanno sempre trattato come un parente, accudito come un figlio, o un amante.

“Maria è la prima a trattare Dio come familiare. E dice sì all’Angelo solo dopo aver interloquito criticamente con lui. Non è certo una sprovveduta. Se milioni e milioni di persone visitano ogni anno i santuari mariani è perché in quella ragazza trovano una via”.

Giacomo Rizzolatti, scopritore dei neuroni specchio, dice che la nostra neurofisiologia dimostra che l’individuo è un’astrazione. Che siamo sociali fin nella carne. E invece abbiamo questa passione per la singletudine. L’Occidente, qualcuno ha detto, è il terzo mondo delle relazioni.

“Il soggetto nasce con la modernità. Prima l’uomo rischiava di essere pensato come cosa tra le cose. Da allora i due piatti, la società e il singolo, sono in squilibrio costante tra un’esaltazione del collettivo a scapito dell’individuo, come nelle utopie violente del Novecento, e il culto della singolarità che vediamo oggi. La terza via è quella di costruire comunità virtuose. Perché l’io è relazionale fin dal concepimento. E’ il distacco da sé, non la solitudine, che lo potenzia. La grande risorsa dell’amore è questa”.

(pubblicato sul Corriere della Sera il 23 dicembre 2009).

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Archivio giugno 26, 2008

DARE UNA MANO AGLI UOMINI

Buongiorno a tutti! Sugli uomini: Cristiana si domanda “quando inizierà il noi due?”.  E un’altra -o altro- che non trovo più, cito a memoria, si chiede se le donne non possano dare una mano agli uomini, visto come sono messi.

In generale credo che si possa dare una mano a qualcuno solo quando lui stesso: ha riconosciuto di avere un problema; intende capirne la natura; è determinato a risolverlo. Tre condizioni irrinunciabili, che mi pare non si verifichino così facilmente nel caso di quella che grossolanamente definiamo la “crisi maschile”. Diciamo che al momento siamo fermi al primo stadio: ho un problema. Da cui consegue tutta la rabbia e tutto il dolore che vediamo e patiamo, donne e uomini insieme, anche se ciascuno per conto suo. Alla seconda domanda -che problema ho?- spesso gli uomini rispondono: il problema sei tu. Tu con la tua libertà, la tua autonomia -non posso dominarti più- e il fatto che mostri di non avere più bisogno di me, e vuoi tagliarmi fuori dalla tua vita -non sai più essermi madre-. Siamo incistati e incistate qui, mi pare.

Ma sempre sul dare una mano: anche nei rari casi in cui la domanda di aiuto viene espressa, io ci andrei molto piano. Il territorio maschile non può essere invaso. Non possono essere le donne a dire che cos’è un uomo, e che cosa diventa, privato di quello che è sempre stato il nucleo forte della sua identità, il dominio sulle donne. Le donne possono solo dire sempre meglio che cos’è una donna, praticare intensamente la propria differenza femminile. E’ solo così che la differenza maschile può delinearsi, prendendo il posto di quell’assoluto che l’uomo ha sempre ritenuto di essere.

P.S. Un pensierino sulla maturità: è sempre stata materia di brutti sogni ricorrenti, Andreina. Tocca qualcosa di molto profondo, a quanto pare. Anche se è vero: a cinquant’anni, uno si meriterebbe di fare incubi su qualcos’altro. E invece continuiamo a covare (in-cubare) quella terribile iniziazione, senza che ne nasca finalmente qualcosa di nuovo.