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bellezza, pubblicità dicembre 21, 2015

Milano, cercasi programma. Questo -su periferie e città metropolitana- è il mio

Gabriele Basilico: Milano, quartiere Isola, 1978

Qui Milano. Visto che downtown è tutto un Risiko di alleanze e contro-alleanze, candidature e controcandidature, chi sta con chi, a casa di quale candidato ci si vede oggi, ma di programmi, ovvero di che cosa c’è da fare in questa città non sta ancora parlando nessuno, rompo gli indugi e ne parlo io, che non sono candidata a niente. Così, magari li ispiro.

Quello di cui voglio parlare è il tema periferie-città metropolitana. A cominciare dal dire che forse sulla città metropolitana si rischia un eccesso di burocratismo che di sicuro non farà affezionare la gente al processo e non la renderà partecipe dell’impresa. E il fatto di vedersi passare la cosa sopra la testa e calare le cose dall’alto non è di buon auspicio perché la cosa funzioni. Quindi sforziamoci di deburocratizzare il processo, di renderlo più amoroso.

Si tratterà di una bella rivoluzione. E quelle che oggi sono intese come le periferie diventeranno nuovi centri, luoghi-ponte nel processo di costruzione della città metropolitana. Ponti non solo topografici, ma anche concettuali e sentimentali. Nuclei della città nuova, collocati nel punto di tensione tra la forza centripeta del centro storico e quella centrifuga dei comuni metropolitani. L’ultima rivoluzione di questo tipo –anche se non sono un’urbanista-  probabilmente è stata la progressiva annessione alla città dei borghi e dei cosiddetti Corpi Santi, tra fine 800 e primi 900. Lì qualcosa è andato bene e qualcosa male. Nella maglia sono rimasti dei buchi che si sono riempiti di abbandono e di nulla.

La prima questione da impostare è quella ambientale. Viviamo nell’area più inquinata d’Europa, una specie di Pechino. Se la città metropolitana è il futuro, l’aria avvelenata è il presente. Tra i molti gap del nostro bizzarro Paese c’è anche questo: tra l’aria più pura d’Europa (Sila) e quella più impura (pianura Padana). Va posta da subito la massima attenzione a una politica integrata dei trasporti: all’efficienza della mobilità cittadina oggi si contrappone l’incredibile fatica del pendolarismo extraurbano, con la fiumana di auto in entrata ogni mattina. Ma si deve pensare anche alla riqualificazione energetica degli edifici pubblici e privati, alla salvaguardia e una progettazione di nuovi polmoni verdi. La questione ambientale è del resto strettamente connessa anche al tema del lavoro e delle nuove povertà: la redditività degli investimenti pubblici per la riqualificazione energetica e per la salvaguardia del territorio è notevolmente superiore a quella di qualunque “mancia” fiscale a pioggia.

Nell’ambito della conferenza sul clima di Parigi, Naomi Klein ha introdotto un bellissimo concetto-paradigma, quello di “democrazia energetica”. Non lo intendo solo dal punto di vista delle fonti di energia, penso che possa essere suggestivo anche per molte altre questioni, dal lavoro al modello di città che andremo a costruire.

Tornando alle cosiddette periferie: considerato il ruolo centrale che assumeranno nel processo di costruzione della città metropolitana, il passaggio preliminare a ogni soluzione urbanistica è l’autoconsapevolezza, il racconto che ogni quartiere fa di se stesso: narrazione da cui traspare il genius loci, il talento inespresso, la vocazione di ogni luogo. Ogni quartiere dovrebbe poter raccontare la propria storia, il proprio unicum, il proprio potenziale. Per partire, più che dall’ elencazione dei problemi, dall’autorappresentazione del proprio meglio -ogni quartiere ne ha uno- e per agevolarne la fioritura, assecondandone la vocazione e sostenendone il programma “genetico”. Un lavoro antropologico –ascoltare chi vive in quei luoghi, raccoglierne la memoria e i desideri- prima ancora che politico.

Come dice Italo Calvino, “Ci sono frammenti di città felici che continuamente prendono forma e svaniscono, nascoste nelle città infelici”.

Niente può essere calato dall’alto. E’ chi vive lì che ti deve far vedere il suo posto bello. Non si tratta di invitare sussiegosamente a una partecipazione civica, ma di vero protagonismo nei processi. Paradigmatico, a questo riguardo, un caso come quello dei Quartieri Spagnoli di Napoli, che noi vediamo come il massimo del degrado urbano, ma la cui autorappresentazione spesso è molto diversa. Penso al pride di una signora affacciata da un basso che mi ha detto: “A Napoli io non ci vivrei mai”. Che cosa capita lì di buono che noi non sappiamo vedere? E nella stessa logica, dov’è il buono di ognuna delle nostre periferie? Ogni luogo ha una sua storia da raccontare, e si tratta di fargliela raccontare. Decenni di quantum, di necroeconomia, di case fatte su in fretta e furia e con il cartone in una logica di profitto sono la crosta che dobbiamo scrostare, la concrezione che dobbiamo demolire.

Si tratta di fuoruscire da una logica “centripeta”, non sentendosi più gli esclusi dal centro storico ma gli inclusi nel centro dei propri contesti. Tante nuove aree C. Saper fare dei propri luoghi di vita posti dove la gente vuole venire perché lì trova qualcosa che non troverà da nessun’altra parte della città, che dobbiamo immaginare strutturata ad arcipelago, ogni isola con la sua specificità. Alcuni processi sono già in atto, si tratta di saperli leggere, rappresentare e facilitare. Per esempio l’area intorno al naviglio Martesana, fortemente strutturata sulla memoria di una storia condivisa e sulla presenza del corso d’acqua, sta spontaneamente diventando una cittadella dello sport, con l’alzaia popolata di maratoneti e ciclisti che arrivano da tutta la città, vocazione che va considerata e valorizzata.

Il linguaggio è importantissimo perché è il primo gesto propriamente umano. Da molti anni insisto nel dire che non si dovrebbe più parlare di periferie. Bisognerebbe buttare via questo termine e sostituirlo con qualcos’altro. Trovare il nome della cosa significa farla esistere. Se il nome fosse già stato trovato, probabilmente oggi quelle che chiamiamo periferie sarebbero in una situazione migliore. Se ci si fosse già mossi in una prospettiva policentrica e non area C-centrica, la questione della città metropolitana sarebbe in gran parte impostata. Vivendo in periferia devo purtroppo dire che negli ultimi 5 anni la situazione non è affatto migliorata, si è anzi sperimentato un certo abbandono. Forse non l’assoluta miopia borghese della sindaca Moratti, che agli abitanti di Greco, devastati dal fracasso delle ferrovie, disse: “E chi gli ha detto di andare ad abitare proprio lì?”. Ma anche con la nuova giunta nella migliore delle ipotesi abbiamo visto un certo paternalismo che peraltro non ha prodotto risultati apprezzabili.

Quando penso alle periferie non mi riferisco a buchi neri tipo via Gola o ad altri complessi popolari che sono diventate fortini inespugnabili della criminalità organizzata. E’ sbagliato pensare di impostare il lavoro su situazioni limite. Sto parlando dei luoghi di vita della gran parte di noi e dei nostri concittadini: nelle cosiddette periferie vive più o meno dignitosamente il 60 per cento dei cittadini milanesi. Tra lo splendore di Porta Nuova e l’orrore di via Gola c’è la parte più importante delle cose da dire e da fare.

La politica ha molta difficoltà a prendere atto del fatto che nelle cosiddette periferie non solo c’è il futuro, ma anche la parte più interessante del nostro presente. Per esempio: mi ha molto –negativamente- colpito una cosa che ha detto l’ex-candidato sindaco Emanuele Fiano: che la mente della città, il suo motore innovativo sta in centro, e poi fuori c’è il corpaccione dei luoghi dove la gente vive, su cui questa mente deve applicarsi. E’ concettualmente molto sbagliato, perché se c’è un luogo da cui può nascere e dove sono sempre nate innovazione, cultura, anche nuova cultura politica, è proprio la cosiddetta periferia. Spesso le periferie urbane sono luoghi dove si produce e si consuma contemporaneità.

Mi viene in mente una cosa che anni fa ho sentito dire da Vivienne Westwood, strepitosa designer inglese madre del punk, il cui segno ha influenzato fortissimamente gli ultimi  decenni. Lei è nata poverissima nel villaggio di Tintwistle, Derbyshire, proprio non avevano da mangiare, e ha imparato il suo lavoro di stilista dalla madre che le cuciva quattro stracci perché non c’erano soldi per comprare i vestiti. Poi approda a Londra e va a vivere in non so quale zona strapopolare. Intanto si afferma come stilista, la sua griffe comincia a diventare importante e tutti si aspettano che lei cambi casa per stabilirsi a Kensington o in qualche altro quartiere posh. Ma lei dice che non si sposterebbe mai da dove abita, perché perderebbe le sue radici, la sua creatività, il suo desiderio, e non combinerebbe più niente di buono, non farebbe nemmeno più soldi, niente di niente. Certo, essere nato e vivere in periferia aiuta molto a capire. L’architetto Renzo Piano, che al tema sta dedicando grande parte della sua recente riflessione professionale e politica, in periferia ci è nato e cresciuto.

Etty Hillesum dice che la bellezza è dappertutto. Lei ha saputo vederla perfino nel campo di detenzione di Westerborck, prima di andare a morire ad Auschwitz, quindi la sua lezione è piuttosto importante. La bellezza è dappertutto e ha bisogno di noi che sappiamo vederla, trovargli un posto nel nostro cuore, ospitarla dentro di noi come una donna ospita un bambino nel suo grembo, e fargli molta pubblicità, senza lasciarci accecare dalla grande quantità di brutto e cattivo che vediamo intorno. E’ fin troppo facile trovare la bellezza dove è conclamata. Così non ci mettiamo al lavoro né politicamente né spiritualmente. Quando contempliamo qualcosa di bello, i Bronzi, la facciata policroma del Duomo di Firenze o una qualunque delle nostre molte meraviglie, dovremmo saper vedere non tanto il risultato consolidato quanto il fervore umano che l’ha prodotto e continua ad animarlo, che è la lotta del qualis contro il quantum, il massificato, il triste, il mortifero. Prima queste bellezze non c’erano e poi ci sono state. E’ proprio su quest’arco di tempo che corre tra il non esserci e l’esserci che dobbiamo porre la nostra attenzione.

Si tratta di cogliere il moto del desiderio: e il desiderio è la materia prima di cui le periferie abbondano.

Quanto alla mancanza di soldi: Edi Rama, artista albanese, primo ministro di quel Paese, prima è stato sindaco di Tirana. Riguardo a questo incarico, Edi Rama ha detto: “È il lavoro più eccitante del mondo, perché arrivare a inventare e a lottare per una buona causa di tutti i giorni. Essere il sindaco di Tirana è la più alta forma di conceptual art. È arte allo stato puro“. Trovatosi nel 2000 ad amministrare una città difficilissima, senza un piano edilizio, sconciata da un abusivismo arrogante spesso gestito dalla criminalità, Edi Rama ha demolito centinaia di edifici abusivi, piantato migliaia di alberi e ripristinato le strade: ma soprattutto ha riempito le case di colori. Le facciate di case, palazzi e uffici di colore grigio sovietico sono state dipinte di colori sgargianti. Gli spazi pubblici sono stati restituiti alla collettività e nello stesso tempo sono diventati una piattaforma di sperimentazione per artisti, un’installazione permanente; la città ha ripensato il modo di autorappresentarsi e rifondato la sua identità su nuovi principi. L’idea è stata la bellezza a costo quasi-zero per fare una nuova politica. Non si tratta di bilanci opulenti, che non ci sono più, né di mega-interventi magniloquenti e speculativi. Si tratta di saper lasciare segni di bellezza intorno ai quali si coagula vita. Catalizzatori vitali.

Lo dice bene Fulvio Irace, Storico dell’architettura e professore al Politecnico di Milano, si dovrebbe immaginare una sorta di “agopuntura urbana, che oppone alla visione dall’alto la percezione dei luoghi nella loro dinamica sociale e fisica: a innesti e tecniche di manipolazione minimali, capaci di stimolare il metabolismo urbano e produrre l’autorigenerazione della città e dei suoi spazi pubblici”.

Naturalmente a questo modo di vedere le cose molti potrebbero opporre la questione onnivora della sicurezza, il fatto che nelle periferie la priorità è questa, i ladri che ti entrano dalle finestre e i piccoli borghesi pistoleri, oltre alla difficoltà di convivenza con gli stranieri che si concentrano in quei quartieri (politica abitativa sbagliatissima). Va intanto detto che il nostro modello di integrazione non è certamente tra i peggiori. La microfisica delle relazioni quotidiane insieme alla nostra abitudine millenaria a essere zattera per tutte le etnie ci hanno risparmiato il peggio che vediamo nelle banlieu. Va comunque attentamente considerato il disagio di chi si ritrova a convivere con differenze che ti mettono in crisi, e di questi tempi possono anche farti paura. Il tema è molto vasto e per affrontarlo conviene attaccarsi al midollo dei leoni, in questo caso alle profetiche parole del mio amico Alexander Langer, che più di vent’anni fa ha compilato un Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica che dovremmo portarci tutti in tasca come vademecum.

Ma la cosa importante da dire è che tra il tema della sicurezza e quelli della vivibilità, della bellezza, della cura dei luoghi non c’è soluzione di continuità. Si tratta di un tutt’uno politico. Voi conoscerete la teoria delle finestre rotte: l’esistenza di una finestra rotta genera fenomeni di emulazione, portando qualcun altro a rompere altre finestre o un lampione e dando il via a una spirale di degrado e a problemi di socialità e di sicurezza.Se ne potrebbe controdedurre una teoria delle finestre in ordine: la cura, l’amore per il luogo in cui si vive, la migliore socialità che ne deriva, possono costituire un ottimo presidio contro l’insicurezza.

Se il brutto è contagioso, perché non dovrebbe esserlo il bello? La logica dei neuroni specchio, una delle più importanti scoperte delle neuroscienza, e oltretutto la scoperta di un italiano, Giacomo Rizzolatti, ha chiarito le basi dell’empatia. Non vale solo tra un individuo e l’altro: se io vedo un mio simile piangere si attivano i me gli stessi neuroni attivati nella persona che piange, permettendomi di condividere il suo sentimento. Vale anche per le relazioni con l’ambiente: se io vedo il bello si accende in me il bello, o più precisamente il bello-e-buono, il kalos kai agathos di cui parlavano i Greci, concetto modernissimo di una bellezza che è anche morale, a cui corrisponde quello di una bruttezza che è anche amorale e antisociale. Noi viviamo in un Paese in cui le bellezze naturali hanno prodotto per via emulativa la bellezza dei manufatti umani, e in modo virale: perché non dovremmo riconnetterci con la nostra anima profonda, in un moto di progresso che si volta a guardare indietro, alla nostra storia più autentica?

Nel controllo di vicinato, esperienza già praticata in vari comuni italiani, si opera in stretto collegamento con le polizie locali con cui si conferisce regolarmente, polizie a cui tocca in via esclusiva il compito della repressione: periodicamente ci si incontra per fare il punto della situazione. Ma soprattutto -il buono è qui- si stringono relazioni di vicinato che rendono possibile un intervento positivo sul proprio territorio. Il tema della sicurezza e della difesa dal crimine può quindi “secondarizzarsi”, diventando solo uno dei temi di intervento. Il “controllo di vicinato” può occuparsi di un albero pericolante, ma anche di piantarne di nuovi. Può richiedere la chiusura del campo rom, ma anche prendere iniziative per l’integrazione dei bambini che ci vivono. Si tratta quindi di far salire tra le priorità la cura, e di far scendere il tema della sicurezza come normalmente la intendiamo. Di dare valore alle comunità di cura che si oppongono alle comunità del rancore, come le chiama il sociologo Aldo Bonomi.

Ecco, nella nostra politica di tutta questa ricchezza di riflessione, di questa passione, di questa contemporaneità, di questo accumulo esplosivo di desiderio raramente c’è traccia: il disinteresse borghese è assoluto, nella migliore delle ipotesi l’approccio è paternalistico, da dame della carità che non dimenticano gli ultimi e pensano alle bibliotechine di quartiere.

Il nuovo sindaco, la nuova sindaca, non deve necessariamente essere uno o una brava a leggere i bilanci: per quello ci sono i ragionieri. Stiamo davvero esagerando l’importanza dei comparti contabili, ci stiamo rassegnando all’idea delle città-holding. Una città non è una holding. Una città è un luogo di relazioni umane, con i suoi aspetti contabili. Un buon sindaco non è prioritariamente un buon manager capace di governare il movimento degli affari. Un buon sindaco è prioritariamente qualcuno/a capace di intravedere il potenziale delle relazioni umane. Serve, come si dice spesso –ma poi non si fa mai- capacità di visione.

Come stiamo vedendo tutti gli schieramenti hanno fatto e fanno una gran fatica a indicare nomi di possibili candidati/e. A Milano vive un sacco di gente, compresa tanta gente capace e competente. Eppure nomi faticano a saltare fuori. Ma in questa fatica di trovare “il nome” c’è qualcosa di buono e significativo: e cioè che degli uomini soli al comando -e anche delle donne, quelle poche volte che capita- probabilmente ci fidiamo sempre meno. Tu eleggi uno (o una) che poi mette insieme la squadra in base a criteri spesso imperscutabili -un po’ di Cencelli, le spinte e controspinte dei grandi elettori, qualche amico di famiglia, metti una sera a cena quattro chiacchiere tra amici-, con qualche rischio per le effettive competenze e quindi per il funzionamento dell’amministrazione.

La squadra, invece, quella che prenderà decisioni non irrilevanti per le nostre vite, quella che deciderà come gestire tutti i soldi che scuciamo come contribuenti e così via, ecco, forse sarebbe il caso di conoscerla prima. O quanto meno, lasciando qualche inevitabile margine di manovra per le alleanze al ballottaggio, sarebbe utile conoscere lo “squadrone” rappresentativo di un progetto e di un’idea di città dal quale il sindaco/a, primus/a inter pares, pescherà il suo team (con tutti gli altri comunque ingaggiati nell’impresa).

Io credo che anche a Milano si dovrebbe fare questo: delineare i 3-4 grandi temi di intervento, anche e soprattutto in relazione al progetto della città metropolitana, coagulare intorno a ciascuno di questi temi un buon numero di cittadine e cittadini competenti, formare una grande squadra che si presenti alla città con la propria visione e le proprie soluzioni. E in questa grande squadra (che resterà tutta quanta operativa sul progetto) scegliere, come dicevo nella logica del primus inter pares, il candidato sindaco o sindaca e la possibile futura giunta. Questo sarebbe davvero un modo innovativo di procedere, ma al momento non ne vediamo traccia.

Vediamo solo nomi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Politica giugno 22, 2015

Civati, anti-leader di Possibile

Pippo Civati ieri a Roma alla presentazione di E’ Possibile

Sostiene Pippo Civati che finché è restato a soffrire nel Pd gli hanno dato, per così dire, dell’ipodotato. Ora che è sceso dal carro del cosiddetto vincitore tanti gli dicono che ha “due palle così” a essere uscito, con quell’elegante espressione che racconta il coraggio come esclusiva virile e ne colloca il ricettacolo in area genitale.

Restando in tema antropologico, o andrologico, per natura e cultura Civati incarna perfettamente la tipologia dell’anti-leader. Ama la politica e ne vuole essere protagonista ma sfugge al ruolo del capataz, proprio lo angoscia. E’ l’uomo solo al non-comando, si offre come snodo, hub, ripetitore multiporta che attiva la rete.

Nel mio ultimo libro (Un gioco da ragazze, 2011) scrivevo questo:

In rete il capo è meno capo e il potere si depotenzia. Nello spazio che lui lascia sgombro si rafforzano le relazioni, tessuto connettivo di un nuovo civismo… Non stai facendo rete se pretendi di conservare un vertice su cui startene appollaiato…

La rete è la piramide gerarchica che si affloscia e si appiattisce… Leader e gerarchie non servono più a far funzionare le organizzazioni. Semmai sono il problema delle organizzazioni… Il nuovo modello è quello della rete che pulsa, co-crea, redistribuisce e fa fluire, velocizzando i processi e moltiplicando le opportunità… In rete il potere si mostra per quello che è: un trattenimento, un abuso, un ingorgo, qualcosa di «antipatico», ovvero di non condiviso, un blocco dell’energia che fa ammalare il corpo sociale e anche i corpi individuali”.

Aggiungo che la rete c’è già, non c’è bisogno di crearla dal nulla o di ricrearla bonficando un tessuto abbandonato o marcito.

Nei caotici e visionari anni Settanta della mia adolescenza, quando tutto si è manifestato in embrione e in rivoluzioni simboliche, avevo strambi amici che facevano la maglia come forma di militanza, o che scrivevano libri con titoli tipo “L’antimaschio” (Stefano Manish Segre che ora vive a Maui, hi brother). Ricordo un altro amico, Alex Langer –stra-citato ieri, alla prima convention di Possibile, soggetto politico lanciato da Civati– il cui straordinario carisma profetico non attingeva da esuberanze inguinali o da appollaiamenti in cima a piramidi.

Per dire di Possibile, vorrebbe essere questo: una efficace messa in comunicazione e condivisione di quello che come dicevamo c’è già, ovvero la politica vivente nei contesti, le associazioni di cittadine e cittadine su questioni reali, le buone pratiche già operative, le soluzioni pensate globalmente e agite localmente, il lavoro condiviso sui beni comuni (vedi la premio Nobel Elinor Ostrom). Per arrivare a farne proposta di governo.

Qualcosa che, per una volta, non rappresenti le istanze dei bureau delle banche e della finanza più o meno tossica, come di norma i partiti chiamati oggi semplicemente ad amministrare decisioni prese altrove, ma un’idea del politico come “mediatore che ascolta la voce del suo popolo, scorge le vie praticabili e sa mediare, avanzando in vista del bene comune. E in questo mediare si logora, muore: il mediatore perde sempre; perde per far vincere il popolo(Papa Francesco, “Pastorale Sociale”). E per Alex Langer non è stata solo metafora.

Dato che in molti, non solo Francesco, ne parliamo e ne scriviamo da tanto tempo, prima o poi ci si doveva arrivare. Potrebbe essere questa la volta buona. Potrebbe essere Possibile.

Per il resto si può dire che ieri, sotto il sole cocente del solstizio a Roma e con il buon auspicio della congiunzione Luna-Venere-Giove (che splendore!) si sono viste più di duemila belle e chiare facce di donne (tantissime) e uomini competenti e di buona volontà, legati tra loro da un filo di fiducia e di felicità.

 

AMARE GLI ALTRI, Politica maggio 24, 2015

L’insegnamento di Alex Langer sulla convivenza tra etnie

Il prossimo 3 luglio saranno 20 anni che Alexander Langer ci ha lasciati: ecco le sue parole sulla convivenza inter-etnica. Sembrano scritte oggi.

“La convivenza pluri-etnica sempre più apparterrà alla normalità. Ciò non vuol dire che sia facile o scontata. Non bastano retorica e volontarismo: occorre sviluppare una complessa arte della convivenza. La convivenza pluri-etnica può essere vissuta come arricchimento e opportunità piuttosto che come condanna: non servono prediche contro razzismo e intolleranza, ma esperienze e progetti positivi.

Più chiaramente ci separeremo, meglio ci capiremo: non hanno dato buona prova né le politiche di inclusione forzata, né di esclusione forzata. Bisogna offrire momenti di “intimità” etnica come di incontro e cooperazione inter-etnica. La convivenza offre e richiede molte possibilità di conoscenza reciproca… anche semplici inviti a pranzo o cena, forse momenti di preghiera o di meditazione comune. Dovremo accettare partiti etnici, associazioni etniche, club etnici, ma si dovranno valorizzare tutte le altre dimensioni della vita che non sono a carattere etnico. Permettere una certa osmosi tra comunità diverse e un riferimento plurimo da parte di soggetti “di confine” favorisce l’esistenza di “zone grigie”, a bassa definizione e disciplina etnica e quindi di più libero scambio. Servono mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera, “traditori della compattezza etnica”, ma non “transfughi”. Le piante pioniere della cultura della convivenza sono i gruppi misti inter-etnici”.

Qui  il testo integrale del “Tentativo di decalogo per convivenza inter-etnica”.

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, economics, Politica dicembre 23, 2014

Podemos (Spagna), Syriza (Grecia) e noi: farsi guidare dall’Angelo

Angelus Novus di Paul Klee

Podemos, organizzazione politica guidata dal professore universitario Pablo Iglesias e cresciuta tumultuosamente in pochi mesi, diretta filiazione degli Indignados, ai sondaggi risulta il primo partito in Spagna: se si votasse oggi si mangerebbe Pp e Psoe. “Sappiamo che sarà difficile, però non abbiamo paura. La paura ce l’ha JP Morgan”: questo per dire che tipetto è il professore con il codino. Intanto se si andrà alle urne in Grecia  Syriza di Alexis Tsipras potrebbe vincere e dare un forte impulso all’idea di un’Europa dei cittadini contro l’Europa della Finanza, per la fine delle poli­ti­che di auste­rità, l’abrogazione del fiscal com­pact, un piano euro­peo per il lavoro e la sal­va­guar­dia dell’ambiente.

Crisi, corruzione, disuguaglianze, disastri causati dalle politiche di austerità e dal neoliberismo hanno prodotto nei Paesi a rischio default un bacino politico a cui in Italia attinge principalmente il M5S. Con la differenza sostanziale che i grillini occhieggiano senza problemi alla destra populista di Farage e si sono incastrati in uno sterile “anticasta” e anti-Europa.

La forza di Syriza e Podemos è l’inevitabilità del progetto politico che rappresentano. L’opportunità è quella di poter significare il vero nuovo, il famoso “cambio di paradigma”, a patto di cambiare anche il paradigma della sinistra, di non lasciarsi frenare e trascinare indietro da slogan consunti, da antiche soluzioni, dall’ambizione di vecchi politici, prevalentemente maschi, ansiosi di ricollocarsi. Lo diceva perfettamente Alex Langer trent’anni fa: “né di destra, né di sinistra, ma avanti”, problematizzando i concetti di conservazione di progresso, e dirlo allora suonava scandaloso e perfino un po’ pericoloso. Il suo pensiero oggi è in buona parte rappresentato dai programmi politici di Iglesias e Tsipras.

Per quanto riguarda l’Italia, l’alternativa “terza” è ancora tutta da costruire, e i principali ma non unici interlocutori potrebbero essere una parte del M5S e una parte del Pd. Aiuterebbe rimettersi a studiare Langer, che diceva cose così:  che una delle “urgenti ragioni per ripensare a fondo la questione dello sviluppo… è la perdita di qualità di vita e di autonomia delle persone e delle comunità, anche nelle fortezze dello sviluppo”.

Che “Il piccolo potere è il potere del “consumatore… Qualcuno dovrà pur cominciare, e indicare e vivere un privilegio diverso da quello della ricchezza e dei consumi: il privilegio di non dipendere troppo dalla dotazione materiale e finanziaria”.

Che parlava della necessità di una “traversata da una civiltà impregnata della gara per superare i limiti a una civiltà dell’autolimitazione”, invitando a crescere in umanità. Che profetizzava l’inevitabilità del “perdersi per ritrovarsi…”. Ebbene, per perdersi ci siamo persi. Si tratta ora di ritrovarsi.

Qualcuno definì Alex come Angelus Novus: e allora lasciatemi citare anche Walter Benjamin, secondo il quale Angelus Novus è un angelo che “non può resistere alla tempesta che lo spinge irresistibilmente nel futuro, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Quello che chiamiamo progresso è questa tempesta”.

Si tratta di lasciarsi guidare da questo angelo, che non è uomo né donna, ma annuncia l’umanità possibile. Di abbandonare le rovine, anche le proprie: un’idea pavloviana si sinistra, con le sue parole d’ordine inutilizzabili, i suoi rituali consumati, le sue logiche inservibili, i suoi manierismi estremistici, la volgarità dei suoi laicismi, le sue barbe e le sue maschere. Si tratta di mettere al centro la “natura” sacrificata, il femminile del mondo, la mitezza, la pace e la cura di tutto ciò che è piccolo e dipende da noi, e di garantire a ciascuno ciò di cui ha bisogno per una buona vita, che è molto più dell’uguaglianza.

Si tratta, come qualcuno disse di Alex, di provare a “piantare la carità nella politica”.

E Buon Natale.

 

 

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, economics, Politica, questione maschile giugno 15, 2013

Vandana all’Italia: puntate sulla qualità

Vandana Shiva

 

Vandana sorride sempre, e parla melodiosamente. Ma a colpire sono soprattutto gli occhi: lo sguardo attento e gioioso di una bambina che guarda il mondo come se fosse appena nato insieme a lei.

Vandana Shiva (qui il suo sito web) è una fisica quantistica, attivista per l’ambiente e madre dell’eco-femminismo. Complicato sintetizzare in poche righe il suo appassionato lavoro in difesa del pianeta vivente, dell’umanità e di tutte le altre specie: bestseller come “Terra Madre. Sopravvivere allo Sviluppo”, “Monoculture della mente. Biodiversità, biotecnologia e agricoltura scientifica”, “Le guerre dell’acqua”, e “Il bene comune della Terra”. E il Research Foundation for Science, Technology and Natural Resource Policy, fondato nel 1982.

Tra i principali leader dell’International Forum on Globalization, nel 1993 ha ricevuto il Right Livelihood Award, premio Nobel alternativo, ed è anche vicepresidente di Slow Food. Da decenni battaglia per la salvaguardia della differenza, contro gli Ogm, le monocolture e la distruzione della biodioversità: il corpo-a-corpo di una piccola donna avvolta nel sari e della sua associazione Navdanya (9 semi) contro il colossi del settore tecno-alimentare e i brevetti sulle sementi, che distruggono la meravigliosa varietà naturale e le colture tradizionali e locali, isteriliscono la terra e mandano in rovina i contadini costretti a rifornirsi da loro.

A Milano in vista di Expo 2015, titolo “Nutrire il pianeta”, Vandana è madrina e prima firmataria della Carta Universale dei Diritti della Terra Coltivata, presentata dell’European Socialing Forum. Ispirato alla Carta Universale dei Diritti dell’Uomo, il documento sancisce i diritti fondamentali della terra (Dignità, Integrità, Naturalità e Fertilità): l’obiettivo è fare di Milano la capitale mondiale della sua salvaguardia, con un Palazzo della Terra coltivata, una Banca dei Semi e un Tribunale internazionale. Chiedo a Vandana, grande amica dell’Italia, se può regalarci una visione per il nostro Paese: su che cosa dovremmo scommettere per uscire dai guai?

Il vostro grande talento è uno straordinario senso della qualità. Una specie di istinto che non ha uguali nel resto del mondo, e che non smette mai di stupirmi. La cura nel presentarsi agli altri, ad esempio. L’abito. Un livello irrinunciabile di dignità che prescinde da quello che sei e dal lavoro che fai. Come se ci fosse un diritto alla bellezza per tutti. E la qualità del cibo, la grande attenzione a come viene coltivato, lavorato, cucinato, assaporato…”.

La nostra “crescita” è qui?

“Assolutamente. La vecchia idea di crescita quantitativa è al capolinea. E’ il cuore della crisi. Non tutti la pensano così, sia chiaro. Chi ci ha condotto nel baratro vorrebbe continuare a perseguire quel modello, secondo il quale la realtà non esiste, esistono solo numeri. Questo tavolo a cui siamo sedute: loro considererebbero solo le misure, e quanto business ci si potrebbe fare. Il cibo che stiamo assaporando: non conta quanto è buono, quanto è sano e nutriente, come è stato coltivato e cucinato. Loro pensano solo a quanto pesa, a quanto costa confezionarlo e poi trasportarlo… Un processo di astrazione ed estrazione, la realtà e l’anima delle cose ridotte a numeri. Ma quegli stessi numeri misurano anche l’impoverimento della natura e della comunità”.

Qualche mese fa a “Ballarò” il finanziere Davide Serra disse che i suoi argomenti erano “ridicoli” (qui il filmato) Le idee di Vandana, ma anche della Nobel Elinor Ostrom, di Amartya Sen e di altri “illuminati” sono buone per i dibattiti, ma non quando si tratta di prendere decisioni e di fare politica (qui il dibattito sul blog).

“Da quando lo sfruttamento economico è diventato l’asse del mondo, anche la natura della politica è cambiata. La democrazia dovrebbe appartenere ai cittadini, occuparsi dei loro problemi e a loro vantaggio. Con la globalizzazione è diventata invece lo strumento politico delle multinazionali, gestito direttamente da loro e nel loro interesse. E’ chiarissimo nel campo dell’alimentazione. La politica dovrebbe fare il bene dei coltivatori e di chi si alimenta. Invece le lobby lavorano per il bene della Monsanto e delle altri multinazionali del cibo. Il 6 maggio scorso la Commissione Europea sulla biotecnologie ha presentato una orribile bozza di legge contro la biodiversità delle sementi: se dovesse passare, sarebbe Bruxelles a dire ai contadini toscani da chi devono comprare i semi e che cosa possono coltivare. Chi usasse semi suoi sarebbe fuori legge”.  

 E’ come voler brevettare l’anima o l’amore. Si può fare qualcosa?

 “Ci si può riprendere la democrazia. Si può fare in modo che tornino a decidere i cittadini. Non c’è solo l’Europa. Ci sono vari livelli di governo: nazionale, subnazionale, regionale, locale. E’ a livello locale che la democrazia va ripensata e rinnovata. Una democrazia per tutta la Terra, ma agita nelle comunità reali”.

Pensare globalmente e agire localmente… Che cosa direbbe a un capitalista finanziario per convincerlo del fatto che le sue pretese di profitto non solo fanno male al mondo, ma che tutti quei soldi non garantiscono di incrementare il suo livello di felicità?

“I nativi americani dicono: dopo che avrai abbattuto l’ultimo albero, inquinato l’ultimo fiume e distrutto l’ultimo pesce, capirai che i soldi non li puoi mangiare. Porterei quell’uomo per tre giorni in una fattoria. Lo inviterei a mettere le mani nella terra. Sono sicura che capirebbe molto velocemente che i miliardi in banca sono poca cosa.”

Una “re-education farm”. Dove vede indizi e segnali di un nuovo rinascimento?

 “In tutto il mondo. Tra i 600 mila contadini con cui collaboro. In Bhutan, dove si è scelto di abbandonare il concetto di Pil per valutare il grado di felicità, il benessere effettivo della nazione. Ma non è il trend seguito da tutti. Dobbiamo decidere quale futuro vogliamo: o impareremo a sentirci tutti parte della comunità umana e della terra vivente, o vedremo una guerra globale e a ogni livello. O creeremo un sistema capace di includere gli altri e le altre specie, o vedremo nascere nuovi fascismi che procedono per gradi di esclusione”.

La filosofa Julia Kristeva dice che quando c’è un cambio di civiltà nessuno ha da ridere. La fine della civiltà patriarcale sta costando molto. In particolare alle donne e alle creature piccole. Che cosa dobbiamo temere?

 “I rischi sono enormi, perché il patriarca che si sente insicuro è molto pericoloso. In India stiamo vedendo un’incredibile esplosione di violenza contro le donne”.

Anche in Italia. Terribili colpi di coda dell’animale morente.

“Un animale morente è sempre feroce. C’è solo un modo per fronteggiarlo: non-violenza, compassione. Diversamente saremo specchi che riflettono quella paura, quella violenza. E fermeremo il cambiamento”. 

Le donne stanno facendo dure lotte per entrare in politica e nelle stanze dei bottoni: è la strada giusta per un mondo più femminile? E lì che le donne possono esprimere la loro autorità e la loro sapienza?

“Sono una fisica quantistica. Non penso in termini di alternative che si escludono, ma di possibilità coesistenti. Per la fisica quantistica tu puoi essere nello stesso momento una particella e un’onda”.

Quindi le donne possono essere lì ma anche altrove.

“Esattamente. Il più delle donne non vuole entrare nelle istituzioni rappresentative perché il modo in cui quelle istituzioni sono concepite e organizzate le pone “naturalmente” in minoranza. Per la maggior parte delle donne la strada è quella di esprimere autorità e saggezza nei contesti in cui vivono e operano. E’ vero: quelle istituzioni ci sembrano vecchie, inutili, corrotte e inefficaci. La crisi dell’economia è esondata in una crisi della democrazia. Ma non possiamo pensare di lasciarle nelle mani di pochi. Il cambiamento verrà comunque dalla partecipazione. In quelle istituzioni dobbiamo esserci, donne e uomini”.

Il fatto è che nelle istituzioni maschili le donne cambiano, perdono la loro differenza, finiscono per omologarsi…

“Si deve creare una cultura che aiuti le donne ad andare in quei posti in spirito di servizio, e non in una logica di potere”.

Vorrei che lei dicesse qualcosa ai giovani: in Italia siamo al 40 per cento di disoccupazione, con punte di 50 nel Sud.

“Essere inoccupati non significa essere inutili: la prima cosa che va capita è questa. I giovani italiani non devono pensarsi, come qualcuno crudelmente li definisce, una “generazione perduta”. Devono piuttosto imparare a vedersi come la generazione del cambiamento, quella che costruirà il mondo nuovo. Si arriverà ad altri modelli educativi, ad apprendistati diversi, adatti a pensare e fare le cose in un altro modo. Ma il più grande cambiamento sta nel fatto che invece di aspettare qualcuno che ci dia lavoro, lo creeremo noi stessi, in rete e in collaborazione con altri. Nuovi lavori, per costruire il mondo nuovo”.

Lei non perde mai la fiducia? Ci sono stati grandi hoffnungträger (portatori di speranza) come Alexander Langer o Petra Kelly, che alla fine hanno ceduto sotto il peso enorme del loro impegno.

“Petra e Alex erano cari amici. Io non piango facilmente, ma ho pianto molto per loro. Quanto a me, rifiuto di pensarmi come un Atlante con il mondo sulle spalle. E’ il mondo che porta me, non sono io a portare il mondo. Ogni mattina mi alzo e cerco di fare quello che posso per difendere la terra e gli sfruttati. Lo faccio con tutta la mia passione e con tutte le mie forze, ma non penso affatto che tutto dipenda da me. Sono solo parte del cambiamento, insieme a molti altri. Un atteggiamento che definirei “appassionato distacco”: passione nel fare ciò che va fatto, ma anche distanza dai risultati”.

E’ quello che dice Clarice Lispector, grande scrittrice brasiliana, quando racconta la sua scoperta: “il mondo indipende da me”.

E’ così. Io mi sento parte del mondo, eppure il mondo indipende da me. Per poter restare umili, è importante sapere di non essere indispensabili. E l’umiltà oggi è più necessaria che mai. Dobbiamo entrare in un’età dell’umiltà, prendendoci cura della terra e dei viventi”.

 

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European Socialing Forum

È ITALIANA LA CARTA UNIVERSALE DEI DIRITTI DELLA TERRA COLTIVATA

 Dignità, Integrità, Naturalità e Fertilità: sono questi i principi fondamentali sanciti dalla Carta Universale dei Diritti della Terra Coltivata. Il documento, presentato a Milano all’interno della prima edizione dell’European Socialing Forum, è stato firmato da Vandana Shiva.

“La Carta Universale dei Diritti della Terra Coltivata è stata realizzata per sancire alcuni diritti inalienabili per la salvaguardia delle terre coltivate”, spiegano Andrea Farinet e Giancarlo Roversi, che hanno curato la stesura dell’opera. “Il  documento si ricollega idealmente sia alla Carta Universale dei Diritti dell’Uomo sia alla Carta della Terra, ed è frutto di un lungo lavoro di ricerca e di riflessione durato due anni su come tutelare meglio la realtà agricola italiana ed internazionale. Il documento sarà sottoposto all’approvazione delle più grandi associazioni agricole, ambientaliste e naturaliste internazionali. Potrà così nascere un percorso di condivisione che porterà alla ratifica formale della Carta nel corso di Expo 2015. L’obiettivo finale è trasformare Milano nella capitale mondiale della salvaguardia della terra coltivata, fondando il Palazzo della Terra coltivata, la Banca dei Semi e il Tribunale internazionale dei Diritti della terra coltivata.”

Ho avuto modo di leggere e apprezzare la Carta. Per anni gli uomini – ha spiegato Vandana Shiva – hanno vissuto nell’illusione di essere gli unici padroni della terra. Illusione che non può durare. Attualmente stiamo vivendo un “apartheid” moderno in cui l’uomo si sta separando dalla terra. È importante quindi poter fissare in un documento i principi fondamentali per la salvaguardia del Pianeta. In particolare – spiega Vandana Shiva – dei quattro principi sanciti dalla Carta, la Fertilità è quello fondamentale, in quanto connesso alla felicità delle persone e alla base della vita stessa. È importante pertanto salvaguardare la fertilità naturale, e non quella ottenuta tramite sistemi chimici o fertilizzanti. Ritengo che Expo 2015 sia un ottimo punto di partenza e una grande occasione per portare all’attenzione progetti interessanti come la Carta Universale dei Diritti della Terra Coltivata, un’opportunità imperdibile per cominciare un percorso virtuoso per la Terra.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

AMARE GLI ALTRI, economics, Politica aprile 11, 2013

La politica che verrà

 

Alex Langer: “Continuate in ciò che era giusto”.

La grande condivisione del mio ultimo post, quello su Vandana Shiva e Davide Serra (rimbalzato al momento su oltre 7000 pagine di social network, tra Facebook e Twitter) sinceramente mi ha un po’ sorpreso. Si vede che i tempi sono finalmente maturi, mi sono detta. Alcune delle cose che ho scritto lì arrivano dritte dal mio ultimo libro “Un gioco da ragazze”, che ho scritto nel 2011. Sono già state profondamente dibattute e, tra l’altro, fanno parte del patrimonio vivo del pensiero della differenza femminile. Ma forse il momento giusto per dirle è questo, con un terribile 2012 alle spalle e nel corso di un 2013 ancora più faticoso.

Mi riferisco a un’altra idea di economia e in definitiva a un’altra idea di mondo. Penso all’amico Alexander Langer che, generalmente inascoltato, più di vent’anni fa diceva cose come queste:

Il piccolo potere è il potere del “consumatore”… Qualcuno dovrà pur cominciare, e indicare e vivere un privilegio diverso da quello della ricchezza e dei consumi: il privilegio di non dipendere troppo dalla dotazione materiale e finanziaria”.

Una scelta di espansione … è una scelta di riarmo. Una scelta di contrazione è una scelta di disarmo”.

Esiste un “impatto generazionale di tutto ciò che noi facciamo, sia a livello macrosociale che micro sociale”.

Si tratta di “perdersi per ritrovarsi… Se non si trovano nel presente (per esempio nel rapporto di amore) sufficienti ragioni per volere un futuro, non vi potrà essere nessuna astratta ragione, nessun rapporto del Club of Rome o delle Nazioni Unite”.

Ecco, oggi sta succedendo precisamente questo, ci stiamo faticosamente perdendo per ritrovarci, siamo in cammino, e ho fiducia che un bel pezzo l’abbiamo fatto, perdendo molti pezzi per strada, e forse anche tante zavorre inutili. A quanto vedo, oggi siamo in tanti a condividere il desiderio di vivere in un modo diverso, di vedere in azione un’altra politica, un’altra economia, di partecipare all’edificazione di un’altra civiltà. Questo è il modo in cui intendiamo ritrovarci.

Ho immaginato un prossimo scenario politico che potrebbe vedere contrapporsi chi, come Davide Serra e i suoi amici, pensa a questo mondo come l’unico possibile, eventualmente con qualche Tobin Tax a temperarne gli eccessi. E chi invece, come Vandana, come Alex, e come tanti altri, e in particolare altre, testimoniano già la praticabilità e l’urgenza di una vita più semplicemente e immediatamente giusta e felice per il maggior numero possibile dei viventi, in cui non siano più le logiche della finanza e l’interesse dei pochissimi a tenere il mondo in ostaggio.

Poi chiamamola destra e sinistra, oppure vecchio e nuovo -le età anagrafiche, come si vede, non c’entrano, e anzi possono ingannare-, oppure politica giusta e politica ingiusta, o non chiamiamola affatto. Quello che conta è non perdere la fiducia.

Forse è la prima volta che guardando la faccia di Alex ho voglia di sorridere e non mi arrabbio con lui.

“Continuate in ciò che era giusto”, ha lasciato detto. Oggi ci stiamo provando finalmente in tant*.

 

 

 

AMARE GLI ALTRI, ambiente, Politica luglio 7, 2012

Alex Langer: Non per il potere

Nella primavera del 1988 ero incinta e affamatissima.

Un giorno mi capitò di andare a Bologna con Alex Langer –stavamo insieme nei “primi” verdi-, per incontrare un signore, poi diventato politico di primissimo piano.

Ci vedemmo a colazione. Io feci fuori 4 o 5 portate. Alex mi guardava sorridente e sbigottito. “Dio benedica te e il tuo bambino”, mi disse.

Un piccolo ricordo, apparentemente impolitico, suscitato dalla lettura commossa di “Non per il potere”, Alexander Langer (Chiarelettere Instant Book).

Risento la sua voce di angelus novus, messaggero visionario, nelle parole che qui vi ripropongo senza commenti, se non questo: che sembrano pronunciate oggi.

Una delle “urgenti ragioni per ripensare a fondo la questione dello sviluppo… è la perdita di qualità di vita e di autonomia delle persone e delle comunità, anche nelle fortezze dello sviluppo”.

“Una scelta di espansione … è una scelta di riarmo. Una scelta di contrazione è una scelta di disarmo”.

“Di fronte alla malferma salute della biosfera, le scelte che fanno bene al pianeta sono per forza di cose anche scelte che fanno bene a noi stessi… (è) sacro egoismo tra i meglio investiti”.

“Dalla faticosa lotta degli uomini contro la natura siamo passati a una situazione in cui quasi la natura non ce la fa più a difendersi dall’uomo”.

Esiste un “impatto generazionale di tutto ciò che noi facciamo, sia a livello macrosociale che micro sociale”. Si tratta di “perdersi per ritrovarsi… Se non si trovano nel presente (per esempio nel rapporto di amore) sufficienti ragioni per volere un futuro, non vi potrà essere nessuna astratta ragione, nessun rapporto del Club of Rome o delle Nazioni Unite”.

Il piccolo potere è il potere del “consumatore”… Qualcuno dovrà pur cominciare, e indicare e vivere un privilegio diverso da quello della ricchezza e dei consumi: il privilegio di non dipendere troppo dalla dotazione materiale e finanziaria”.

Alex Langer, nato a Vipiteno il 22 febbraio 1946, è morto suicida a Pian Dei Giullari, Firenze, il 3 luglio 1995.

Nel suo biglietto d’addio era scritto: “Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto”.

Dal quel 3 luglio –qualche giorno fa il diciassettesimo anniversario- cerco di pregare per lui ogni giorno, con gratitudine.

Corpo-anima, esperienze, Politica novembre 30, 2011

VITE POLITICHE

Io faccio fatica a parlare dei suicidi. Sono sempre trattenuta dal pudore, e dal rispetto.

Sulla morte assistita di Lucio Magri mi viene una domanda stupida: se prima di arrendersi -la lotta è stata strenua, dura, era andato altre volte in Svizzera per morire, la vita non voleva mollare– non avesse almeno provato con quelle stramaledette pillole.

Lucio Magri non lo conoscevo. Conoscevo Roberta Tatafiore, e Alex Langer. Tutti e tre hanno scelto di morire, e in modi molto diversi. Tutti e tre facevano o avevano fatto intensissimamente politica. Mi domando se una passione politica divorante, un amore per gli altri e per il mondo troppo grande, costituiscano  un fattore di rischio. Quando lo slancio è troppo ardito, lo sguardo troppo acuto,  forse le delusioni sono troppo cocenti, le disillusioni troppo feroci per poter essere sopportate.

Ad Alex, in particolare, penso ogni giorno. Lo sento. Vorrei che fosse qui a vedere che molto di quello lui aveva saputo vedere e indicare con il suo impegno ambientalista -un lavoro terribile, senza risparmio- ora lo stanno vedendo in tanti. E’ pane comune.

La sua stessa vita è stata pane, ha nutrito così tanti. E anche la vita di Roberta, e quella di Magri.

Non ho voglia di parlare di eutanasia e di diritto a morire, di scagliarmi in uno di quei furiosi dibattiti da cui non si porta mai via niente più di quello che già sappiamo e crediamo. Mi viene da fare ombra, su questo passaggio ultimo, per accendere la luce su tutto quello che è stato prima.

Vite così ricche, così generose da non finire mai.

 

Corpo-anima, esperienze marzo 17, 2011

ALEX

“Forse è troppo arduo essere individualmente degli “Hoff-nungsträger”, dei portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanita e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere“.

Alexander Langer (1946-1995), in morte di Petra Kelly.

Stasera ho voglia di pensare a un amico perduto, ma sempre qui con me.

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, esperienze, Politica novembre 18, 2010

PER AMORE DEL MONDO

Ho preso molto sul serio questa faccenda del sindaco di Milano. Sono una di quegli ex-ragazzi nati e cresciuti nella politica, che a un certo punto hanno continuato a fare la politica, come potevano, nel loro mestiere, hanno pagato il mutuo, hanno cresciuto i bambini, e ora che i bambini sono diventati uomini e donne o quasi, guardano sbigottiti al futuro che li aspetta, e guardano sbigottiti anche loro, questi ragazzi che accettano tutto, che non hanno il minimo senso della lotta, che rischiano di trovarsi privi degli strumenti necessari per affrontare la durezza del mondo (poi questi ragazzi hanno tantissime altre belle cose che noi facciamo fatica a decodificare: un fortissimo senso delle relazioni, una grande capacità di accettare le differenze, a anche la stessa capaicità di patire, che da un certo punto di vista è un grande dono).

E allora mi sono detta: devo darmi da fare per la mia città, che è messa male. Devo portarle in dote tutto quel poco che ho e che so. Non basta più come lo faccio. Bisogna che lo faccia meglio. Mi sono buttata, ho fortemente sostenuto un candidato, Stefano Boeri, gli ho parlato soprattutto di una delle faccende di cui so di più, i rapporti tra gli uomini e le donne, e sono stata sorprendentemente ascoltata, mi sono rispecchiata nel suo civismo, nelle sue visioni, ho ricordato il mio angelo Alexander Langer, ho litigato con altre che pensano che la strada non sia questa, ho litigato con mio marito e con mio figlio che per amore, possesso e senso di protezione non volevano che io mi spendessi così intensamente. Ma io credo in quello che ho sentito dire una volta a Tara Gandhi, nipote del Mahatma: che la vita di una donna e di un uomo si scandisce in 4 tempi, quello dedicato all’apprendimento, quello dedicato alla materialità e al godimento, il tempo dedicato al mondo, e quello riservato allo spirito. Non che le altre cose spariscano (la materialità, il godimento, ovvero l’amore, la famiglia, mio figlio, sono ancora nella mia vita, e così l’apprendimento, che non finisce, e anche lo Spirito Santo), ma sono nell’età in cui si dovrebbe desiderare di dedicarsi al mondo, di applicare lì grande parte della propria responsabilità e del proprio amore.

Ora sto litigando con me stessa, però, perché ogni mattina, come una tossica, mi informo online e sui giornali di ogni cosa che riguardi le prossime scadenze elettorali, di ogni sommovimento, di ogni dichiarazione, ogni schieramento, ogni dimissione, ogni smottamento, ogni tatticismo, ogni sondaggio, ogni conta dei voti, etc.etc. So precisamente che la strada non è questa, ma lo faccio.

Ragazza mia, allora mi dico, guarda che così non va. Guarda che ti stai inoltrando in un territorio di lupi, senza una bussola né la minima attrezzatura. Guarda che ti stanchi per niente, e finirai per perderti. Torna a te stessa. Quello che conta è il tuo amore per la città, non quello che faranno i cattolici, e se la lista di Onida basterà ad arginare il loro dissenso a Pisapia, o se il terzo polo sfascerà il Pd, per non parlare di quello che capita a Roma. Resta ferma sul tuo amore per la città e per le relazioni. Stai su te stessa, su quello che ti attraversa, nel contesto. Non rischiare di farti travolgere da logiche che rifuggi da sempre. Confida in quello in cui ha sempre creduto, solo così avrai la possibilità di vincere. E non necessariamente le elezioni. C’è anche  altro, in palio. Non perdere la fede. Legati ad altre, in questo cammino.

Piccola autocoscienza ad alta voce,  a uso soprattutto di amiche e sorelle messe come me.