trovatelli-milano

Se posso tornare in argomento, mi è spiaciuto per il vecchio Mike, anche se credo che abbia avuto una buona morte, a coronamento di una bella vita. Se ne sta andando una generazione che si è fatta una dura adolescenza in guerra, ma in compenso nei suoi esplosivi vent’anni ha vissuto la felicità di un mondo che ricominciava a vivere, un grande e festoso cantiere in cui si lavorava tutti insieme, facendo ciascuno la sua parte, a ricostruire il paese. Una generazione segnata per sempre da un’allegria –appunto- di cui il “nostro” pensiero positivo è solo un pallido revenant.
“Allegro” viene da “alacre”, ovvero tutto preso dal fare, dalla gioia di rimboccarsi le maniche e vedere le cose crescere dalla mattina alla sera. La condivisione era un aspetto decisivo: non si può essere allegri da soli. L’Americano Mike lo raccontava bene in un’intervista: in giro a far serate e poi di ritorno a Milano a notte fonda, un piatto di spaghetti al Santa Lucia, i tassisti che giocavano a carte in strada, i bar aperti fino alle due o alle tre, una città che non voleva mai dormire perché si divertiva troppo anche se poi la mattina si levava presto: in piedi, ore sette, tute blu, scolari, casalinghe, intellettuali e professionisti, svegliati dalle sirene delle fabbriche che battevano il tempo per tutti; anche le differenze di ceto, di origine e di cultura stemperate da questo gran daffare universale, il grande architetto spalla a spalla con l’artigiano, le maniche rimboccate allo stesso modo, l’arte al servizio della produzione e la produzione al servizio dell’arte, il padrone in officina con gli operai e la sera nello stesso bar o nello stesso teatro, perfino la lotta di classe messa temporaneamente in pausa con tutte le cose che c’erano da fare.
Di questa cometa, la città festosa, ho intravisto la coda: è stato bello essere una bambina a Milano negli anni Sessanta, e quell’allegria è la mia stella polare, la cerco sempre, con struggimento. Guardo i nostri ragazzi che vengono su con le passioni tristi, e già a 12-13 anni sbevazzano –l’alcol è un anestetico-. E cerco di fare un pezzetto di festa ogni giorno per non perdere del tutto le tracce della felicità. E indicargliele.

(pubblicato su Io donna – Corriere della Sera il 14 novembre 2009)

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •