Se vi va, se l’argomento vi interessa, se ne avete il tempo e la voglia, se avete amici e amiche che si occupano di questi temi, qui la mia lunga relazione ieri al convegno “Violenza alle donne”, a Palazzo di Giustizia di Milano.

La primissima cosa che vorrei dire, ma non è la principale, è questa. Ho presentato a Mantova il libro di Philippe Pignarre, L’industria della depressione, e tra le molte cose che lui dice c’è il fatto che oggi solo un numero esiguo di disturbi psichici viene diagnosticato da psichiatri. In genere questo è un lavoro che viene fatto dai medici di base, formati a riconoscere la depressione, i disturbi d’ansia, etc. e spesso a prescrivere una cura farmacologica.

Un’altra cosa che lui dice è che la psicologia del mobbing introduce una tendenza uguale e contraria a quella dominante della psichiatria negli ultimi decenni: mentre la psichiatria ha internalizzato il disturbo, sempre più propensa a guardare quello che non funziona nel soggetto, la psicologia del mobbing va in una direzione opposta: cerca nel contesto in cui il soggetto vive, nelle sue relazioni, quello che può aver originato la patologia.

Questo può essere un buon modello anche per quello che riguarda il problema della violenza sommersa sulle donne, quella che non arriva nelle questure e nei pronti soccorsi perché non lascia segni fisici apparenti. E’ molto impressionante leggere che in un solo anno, qui parlo del 2006, in Italia il 73 per cento delle donne tra i 16 e i 70 anni è stato afferrato e strattonato dal partner, il 43 per cento minacciato fisicamente, il 20.6 per cento preso a pugni o calci. Il più della violenza che le donne subiscono sta qui, è diffusissima, e tace.

Questa roba non arriva dai carabinieri o nei pronti soccorsi. Questa roba finisce direttamente nel corpo delle donne, e quasi sempre resta lì. Anche quello che potrebbe sembrare molto meno di questo, la violenza psicologica, gli insulti, i soprusi morali, l’intimidazione, la mancanza di rispetto, la paura, finiscono nel corpo della donna e diventano ansia, depressione, disturbi psicosomatici con particolare riferimento, mi dicono gli addetti ai lavori, ai disturbi gastrointestinali.

Ecco, pensando che più o meno tutte le donne vanno dal medico di base, sarebbe molto importante che i medici di base fossero preparati a decodificare questi segni di sofferenza in una logica di esternalizzazione simile a quella del mobbing: capire se c’è qualcosa che non sta funzionando nelle relazioni di una donna, non chiudere subito la pratica con psicofarmaci o antiulcera, perché in questo modo, dice Pignarre a proposito del mobbing, si finisce inconsapevolmente per continuare il lavoro dell’aguzzino.

Detto questo, passo alla cosa principale che vorrei dirvi oggi.

Vi confesso un certo disagio a parlare di violenza sulle donne. Vorrei parlare della città, del sindaco da fare, delle mille cose entusiasmanti che si potrebbero mettere in piedi (in effetti io cerco di fare queste cose). Posso immaginare come si sentono le donne che si occupano professionalmente di violenza, le mediche, le avvocate, le volontarie, come l’amica Marisa Guarneri che da moltissimi anni gestisce con grande competenza la Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano, e a cui a nome di tutte voglio esprimere particolare gratitudine.

Essere crocifisse a occuparsi di queste cose, una donna uccisa ogni tre giorni da un marito, fidanzato, padre, somiglia un po’ alla vittimizzazione secondaria. Voglio dire questo: le donne subiscono violenza, e la devono anche spiegare. E voi capite che dallo spiegare al doversi giustificare il passo è breve. Si rischia di scivolare verso una cosa tipo: che cosa fanno, o che cosa non fanno le donne, per essere molestate, violentate, uccise? Qual è la loro responsabilità in questo?

Ora, come mia responsabilità io sento quella di spostare radicalmente l’asse del discorso. Per un certo tempo il fatto che le donne si siano occupate della violenza che subivano dagli uomini ha avuto senz’altro il suo senso, e in buona parte ne ha ancora: il senso è stato quello di portare alla luce l’orrore, valutarne le dimensioni, fare le leggi, perseguirlo e punirlo –cosa che, purtroppo, come si vede non è bastata a fermarlo-. Ma questo lavoro ormai è arrivato alle corde. Noi donne –violentate, molestate e semplici osservatrici-narratrici- abbiamo detto al riguardo pressoché tutto quello che c’era da dire.

La parola, a questo punto, andrebbe senz’altro passata ai violenti. Sarebbero loro a doverci raccontare, spiegare, motivare. La violenza sulle donne è un problema degli uomini, non delle donne. Anche questo è un modo per liberare le donne dalla violenza: riconoscere che la questione non è loro, ma è maschile. In caso contrario, il ragionamento che ci sta sotto è questo: c’è qualcosa di fatale, immodificabile, una specie di dato di natura, che è la violenza degli uomini. E’ un fatto che non si discute. Poi ci sono le donne, che devono stare attente a non finirci dentro, girare al largo da questa cosa, diventare astute, organizzarsi, fare in modo che la cosa non capiti loro, e se disgraziatamente gli capita, devono trovare i modi per uscirne, per superare il trauma, aiutarsi fra loro, avere degli esperti che diano loro una mano, e così via.

Naturalmente questo lavoro è molto prezioso e nessuno vuole sminuirlo: che ci siano medici, avvocati, volontarie che questo lavoro lo fanno, dando alla cosa anche il senso che ha, ovvero un senso politico, è un fatto che ci conforta e che merita tutta la nostra gratitudine. Ma è venuto il momento di assumere il fatto che il problema è maschile, riguarda in primis gli uomini, e che le donne questo fatto si ritrovano a subirlo.

Non ci verrebbe mai da chiedere a un tizio aggredito per strada di analizzare e motivare l’aggressione che ha subito. C’è qualcosa di storto nel fatto di chiedere alle donne di spiegare qualcosa di cui sono vittime e di rimediarvi. Sono gli uomini che dovrebbero dire, raccontare, scandagliare, aiutarci a capire. Quando dico questo, la risposta più frequente è: ma io non ho mai stuprato, non ho mai picchiato nessuna. Vero. Non tutti gli uomini sono stupratori e violenti con le donne. Ma tutti gli stupri –o quasi- sono maschili. Si tratta di una faccenda che riguarda i maschi e la loro sessualità, e che in qualche modo prescinde dalle donne. Ha detto uno stupratore alla psicoanalista Marina Valcarenghi “il desiderio non era la donna, la donna non c’entra, ma lo stupro in sé… la donna c’entra perché nei fatti è una vittima, ma in quel momento il desiderio di stupro… non so come dire, è self made”.

Quella della violenza è una questione che ha a che fare con il dominio di un sesso sull’altro, e con il patriarcato morente. Bisogna guardare in faccia questa cosa e assumerla. C’è una psicoanalista che si chiama Julia Kristeva, la quale dice che quando una civiltà muore non ride nessuno: né quelli che in questa civiltà stavano dalla parte dei dominatori, né quelli che stavano dalla parte dei dominati. Quella donna fatta fuori ogni tre giorni nel nostro paese, ma anche le donne che subiscono violenza in paesi che riteniamo ben più civili del nostro, visti in una logica paritaria, come per esempio la Svezia –pensate alla trilogia di Larrson– sono lì proprio a raccontarci questa storia. Il patriarcato è finito. Non ridono i dominatori spodestati, ma non ridono nemmeno le donne, che subiscono i colpi di coda, il cosiddetto contrattacco, come l’ha chiamato l’americana Susan Faludi.

Quando dico che il problema è degli uomini, che nessuno meglio di loro conosce il mistero della sessualità maschile e di fronte a questo io non posso che osservare, fare un passo indietro e ascoltare quello che gli uomini hanno da dire, da parte degli uomini registro grossomodo tre tipi di reazioni: la prima, diciamo così alla Larrson, decisamente minoritaria, che ammette che la violenza sulle donne è una questione che riguarda gli uomini, anche i non-stupratori, che non basta il fatto di non stuprare personalmente per lavarsene le mani. Ora, pare che Larrson da ragazzo abbia assistito senza intervenire a uno stupro messo in atto da alcuni amici. Non ha partecipato, quindi, ma non ha nemmeno fatto nulla per impedirlo. E sembra che questa esperienza sia stata decisiva per la sua vita e nella scelta dei temi di cui Larrson si è occupato nella sua fortunatissima trilogia. Un passaggio all’I care, me ne occupo, mi riguarda, che lui ha espresso letterariamente. E quindi un’assunzione intima, non esteriore, dolorosa. Ci sono uomini che sentono di essere, diciamo così, portatori sani di questa patologia di dominio che si esprime nello stupro, che poi altro non è che un’uccisione simbolica, o nell’uccisione reale, che sanno convivere con questa contraddizione tutta interna al proprio sesso, e che hanno cominciato a rifletterci. Pochi, ma ci sono.

Poi c’è la reazione silenziosamente maggioritaria: io non voglio parlare della violenza sulle donne perché non le stupro e non le picchio, quelli che lo fanno sono pochi pazzi malati, bestie, è un problema loro. La cosa li imbarazza, forse segretamente li addolora, ma questa reazione si esprime nel generale silenzio maschile sulla questione, nel voltare la faccia dall’altra parte, nell’evitare di parlarne e discuterne. Un silenzio imbarazzato che, io credo, esprime la consapevolezza che invece su queste cose ci sarebbe molto da dire e da fare.

Infine c’è una terza posizione, anch’essa minoritaria ma pericolosamente in crescita che è quella che ho definito “negazionismo”, in analogia con i negazionisti della Shoah: uomini che negano anche fatti acclarati, l’esistenza di un patriarcato con le sue logiche di dominio, e che sminuiscono la portata degli episodi violenti. Uomini organizzati in reti e blog, molto presenti online, che scrivono cose tipo: “Non possiedo i dati precisi, ma sono meno di 200 le donne che ogni anno in Italia perdono la vita per mano maschile… Quanti di noi o dei nostri conoscenti hanno perso una persona cara di sesso femminile per violenza maschile, rispetto a quelle morte per tumore? Anche la violenza femminile contro gli uomini è presente, sebbene i media non le diano spazio… Un’altra balla che circola è che uomini e donne non guadagnerebbero allo stesso modo a parità di mansioni, anzianità di servizio…”. E così via. Questi militanti negazionisti frequentano molto i blog firmati da donne, fanno una fortissima propaganda. Un altro scrive direttamente nel mio blog: “Riassumo i dati Istat del 2006: morti violente: 154 morti per tumore: 72248. Rapporto 1 morte violenta ogni 469 morte per tumore. E’ chiaro ora? Non si vergogna un pochino, non dico come donna, ma come giornalista”.

L’assurdità di questo ragionamento è evidente: la violenza degli uomini è una malattia infinitamente meno grave di un tumore, una specie di foruncolo che in pochissimi casi può degenerare in setticemia con esito fatale. Ma tant’è: i foruncoli esistono, non ci si può fare niente, e raramente se ne muore. Occupiamoci dei tumori che è meglio.

Tu puoi anche provare a discutere con un negazionista –io l’ho fatto, accanitamente-, portargli dati, statistiche, evidenze storiche, prove documentali. Niente. La sopraffazione maschile non è mai esistita. Il fatto è che stanno militando, è un’ideologia, e contro le ideologie la ragion non vale. C’è anche di peggio, volendo. Tipi assurdi che caricano su Youtube i loro comizi contro il c.d. nazifemminismo.

Questa posizione è molto interessante perché dice almeno due cose: la prima, è che la violenza che si vorrebbe negare o minimizzare è invece assunta come un dato di natura, quindi viene paradossalmente ammessa come qualcosa che fa parte della sessualità maschile, intesa come immodificabile; la seconda cosa che dice è bene espressa dalla rabbia con cui i negazionisti scrivono e parlano, come per volersi liberare da questa cosa, come uno strappo, un non saper convivere con questo aspetto odioso della propria natura.

Queste, quindi, le tre possibili reazioni che constato quando dico a un uomo: la violenza sulle donne è un tuo problema, diventa un mio problema solo nella misura in cui tu ti rifiuti di assumerlo. Dalle cose che ho detto quali conclusioni traggo? A questo: al fatto che, non dico la soluzione del problema ma la riduzione del danno si otterrà solo parallelamente a una ridefinizione dell’identità maschile, della sessualità maschile, della cosiddetta virilità, fuori da una logica di dominio. Ci arriveremo solo quando a questo mondo si potrà essere pienamente un uomo senza dover puntellare la propria identità sul dominio e sul controllo dell’altra. Quando un uomo troverà un altro scheletro capace di sorreggerlo efficacemente e onorevolmente.

E’ un lavoro immane che devono fare gli uomini, non possono farlo le donne al posto loro. Quello che io dico alle mie amiche è che finché gli uomini non avranno trovato il modo di salvare il loro onore, e uso proprio questa parola obsoleta e perfino un po’ oscena, ma qui abbiamo a che fare con delitti che si possono leggere anche come delitti d’onore, finché non avranno trovato il modo di salvare il loro onore pur avendo perso la loro posizione dominante, io credo che non ne usciremo. Ma come ti insegnano quelli che conducono trattative di mestiere, anche al tuo nemico più acerrimo devi permettere di salvare la faccia se vuoi un armistizio, o meglio ancora la pace. E credo che questo le donne, a loro volta spesso ancora intrappolate in una vendicatività rabbiosa, facciano fatica a capirlo.

Nel frattempo, nella pratica quotidiana concreta, che cosa si potrebbe fare? Che cosa significa spostare il baricentro verso gli uomini, nel lavoro quotidiano sulla violenza? Marisa Guarneri, della cui competenza mi fido moltissimo, dice che oggi c’è un gran lavoro da fare sullo stalking, inteso come omicidio annunciato. Dal momento in cui la donna denuncia le molestie e le persecuzioni a cui viene sottoposta dal suo aguzzino, poi non viene adeguatamente accompagnata, la situazione non viene costantemente controllata. Lei dice: “ci vogliono uomini che controllano gli uomini”, intesi qui come forze dell’ordine che esercitino il controllo necessario sullo stalker e sui suoi movimenti. Ma non a caso, mi pare, lei non parla in modo neutro della questione, ne fa una “cosa tra uomini”, dove c’è una precisa assunzione del fatto che la cosa si gioca tutta all’interno della sessualità e dell’identità maschile, e dei suoi codici. Forse anche il concetto di cura va almeno parzialmente riorientato sugli uomini e al fra-uomini: se è vero che il disagio è maschile, mentre le donne lo subiscono, è su questo disagio che devono puntare le strategie di prevenzione. La donna non c’entra, come dice quello stupratore. Abbiamo visto che oggi la gran parte di questi delitti vengono concepiti da uomini abbandonati, incapaci di fare i conti con la novità storica del ripudio femminile, di elaborare il lutto di una separazione voluta unilateralmente dalla partner. C’è esperienza terapeutica su violentatori e assassini in carcere, pratica purtroppo non sufficientemente diffusa, da cui potrebbe prendere spunto un grande lavoro di prevenzione. Non spetta a me indicare le modalità operative di questo intervento, ma per esempio mi vengono in mente dei centri di ascolto e di accompagnamento diffusi sul territorio, dove gli uomini possano mettere in comune la loro sofferenza in caso di abbandono, essere accompagnati nell’accettazione e nell’elaborazione di questo lutto, trovare in se stessi una risposta diversa dalla persecuzione fino all’uccisione della partner. Dei luoghi per un “tra uomini” in cui possa esserci scambio, relazione, condivisione, in cui queste faccende private possano essere messe in comune (molti uomini non hanno nessuno a cui confidare le loro pene più intime, non posseggono nemmeno un lessico a cui ricorrere, una rete di protezione amicale su cui confidare, e spesso devono ricorrere alla mediazione femminile). C’è una cosa che dice Duccio Demetrio in un suo libro in uscita, che si intitola L’Interiorità degli uomini, quando chiede alle donne di “farci anche questo regalo, occupandovi, oltre che dei nostri calzini e di tutto il resto, delle nostre esili, impacciate, debuttanti, saltuarie vocazioni interiori”. Ma io mi domando quanto questo lavoro di “supplenza” oggi possa essere efficace. Ci vorrebbero dei luoghi in cui gli uomini siano protagonisti sia del loro problema sia della possibile soluzione, dove ci siano uomini che si prendono cura degli uomini. Ecco, questo mi pare una possibilità da esplorare.

Ma il primo passaggio, anche qui, ineludibile, sarebbe quello di riconoscere come patologico il fatto di pensare a una donna, quindi a un altro essere umano, come a un oggetto da possedere ed eventualmente da distruggere, una cosa a cui non si riconosce una soggettività, ovvero la possibilità di desiderare autonomamente, che è la sorgente di ogni soggetto. La strada è quella dell’eradicazione definitiva di questo senso di possesso e di dominio dell’altra, che, legge o non legge, uno si sente titolato a esercitare, secondo un modello virile solo relativamente intaccato. Anche qui, quindi, non si può prescindere da una pratica intensa e profonda di sé, che le donne possono soltanto osservare, e rispettare.