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Donne e Uomini, Politica, tv aprile 24, 2015

Hillary & Claire. Ma anche tutte noi

Fiction e realtà: Claire Underwood (first lady in “House of Cards”) e Hillary Clinton, candidata alle Presidenziali Usa 2016

Ormai posso dirlo senza spoilerare: mollando quel mostro del marito Francis giusto nel pieno della sua campagna per la rielezione alla Presidenza Usa, Claire Underwood è stata tutte noi.Ti lascio” ( “I’m not going to New Hampshire. I’m leaving you”). Il terrore di lui: senza Claire è politicamente e umanamente dimezzato. Lo charme overcontrolled di lei che esce dalla Casa Bianca con valigia.

Il momentaccio è personale: Claire non può più nascondersi il fallimento del suo matrimonio, l’immoralità assoluta del marito, la sua sostanziale inconsistenza:Sei tu che non sei abbastanza. Ma soprattutto politico: accompagnando Mr President nella campagna in giro per gli States, la First Lady ha avuto modo di misurare il proprio appeal sugli elettori e il proprio potenziale. Ancora una volta, non sto spoilerando: non so niente della quarta stagione di “House of Cards”, in onda solo nel febbraio 2016. Ma le premesse per uno scambio di posizioni, Claire in prima linea e Frank “first husband” o suo addirittura suo competitor, ci sono tutte.

La questione spinge fin dall’era Clinton: che Mr President fosse Mrs President era quasi luogo comune. Hillary ambiziosissima ma realista: i tempi non erano maturi per una donna alla Casa Bianca, e se non posso andarci io, vacci tu. Lesson number one per le ambiziose: assicurarsi di non andare a sbattere, mai prestarsi a fare carne da macello. Ma la quarta stagione di “House of Cards” potrebbe fare da coro-fiction alla realtà della più alta sfida mai lanciata da una donna al potere temporale: una signora nella Stanza Ovale. Più di così solo il Soglio petrino. I tempi sono maturati (sportivamente Frank Underwood si è congratulato via Twitter con Hillary, precisando tuttavia che tanto vincerà lui).

I tempi sono maturissimi, come dimostra plasticamente l’immagine qui sopra, dibattito in tv in Gran Bretagna: spaesamento assoluto del laburista Ed Milliband di fronte all’inaspettato abbraccio che lo taglia fuori tra tre donne leader dell’opposizione, Natalie Bennett dei Verdi, Nicola Sturgeon del Snp, Leanne Wood del Plaid Cymru. Stesso sguardo del presidente Underwood mentre Claire lo molla.

E ce n’è anche per noi, amiche. La battaglia per un’equa rappresentanza (ci ho scritto un libro, me ne intendo) è stata vinta con il 50/50 della giunta di Milano -quasi tutto comincia politicamente a Milano- e quindi del governo nazionale. Fase 1 completata: anche se in moltissime situazioni siamo ancora all’anno zero e non ci si deve distrarre un attimo. La fase 2 è ben altro, e comporta una battaglia dentro-e-fuori, e quell’abbraccio la illustra benissimo.

Si tratta, in poche parole, di aspirare a governare le cose del mondo non nonostante che siamo donne, ma proprio per il fatto di esserlo. Di districare questa aspirazione dalle logiche del potere maschile e dai rapporti di forza. Di stabilire nuove priorità e quindi nuove agende politiche. Di liberarsi da ogni zelo e da ogni travestitismo. Di non cancellare, ma anzi di dare visibilità alla propria differenza in qualunque posizione di responsabilità, realizzandola pienamente in quelle posizioni, quando si desidera occuparle. Di condurre fino in fondo la critica alla rappresentanza. Di sperimentare e consolidare un nuovo linguaggio politico, nuovi strumenti, nuove figure, nuove forme e nuovi paradigmi. Di pensare all’autorità femminile come pratica di governo.

Ottima lettura propedeutica: “Sovrane” di Annarosa Buttarelli (Il Saggiatore). Qui potete vedere di che cosa si tratta.

 

 

Donne e Uomini, economics, Femminismo, Politica marzo 31, 2014

La ragazza con l’orecchino di diamante. Segni di autorità femminile

Si è svolto domenica 30 a Roma -partecipatissimo- l’incontro “Invito al passo avanti, d’autorità”.

Qui un resoconto della giornata di lavori -parziale e in soggettiva: mi scuso per le non-citate e per chi sarà menzionata solo in sintesi- presso la splendida Casa Internazionale delle Donne (che invidia, amiche romane!).

Graziella Borsatti, ex-sindaca di Ostiglia: “La parola responsabilità è ciò che ci rende diverse dal potere. Si tratta di trovare le pratiche per la nostra politica. Nei luoghi dell’amministrare c’è quasi la vergogna di affermare il primato delle relazioni e il linguaggio della differenza. E’ necessario mostrare al mondo questo modo diverso di stare nella politica“.

Loredana Aldegheri, Mag Servizi di Verona: “Noi pratichiamo un’economia che non si vuole disgiunta dalla vita. Ciò che abbiamo imparato a fare nei contesti piccoli oggi può servire nei contesti grandi, per una nuova civiltà che agisce e prospera. Si tratta di guadagnare con sobrietà per guadagnare tutti. Ma parlo anche di un guadagno non monetario, di un guadagno di relazioni e di fiducia. E’ necessario, come dice Luisa Muraro, togliere al denaro l’esclusività di renderci grandi. Autorità è esserci integralmente, con i desideri e la responsabilità”.

Luana Zanella, ex-deputata, ex-assessora a Venezia: “Oggi faccio una politica più libera, fuori dalle istituzioni. Cercare di portare la differenza in politica è stata una traversata della città infinita. Eppure perfino l‘Onu oggi riconosce le donne come leader di una nuova civiltà, presenza indispensabile dove ci sono rischi per il pianeta. Pensiamo a tante donne di paesi terzi, che hanno assunto responsabilità di governo in quanto “sanno come si fa”. Si tratta di fare incontrare questa domanda con l’offerta, e di esercitare questa autorità nei contesti. In Italia ci sono 930 sindache (più o meno il 10 per cento del totale) e moltissime assessore, consigliere, oltre alle dipendenti. Un’enorme massa di donne che si dovrebbe intercettare e mettere in rete“.

Franca Fortunato, Rete delle Città Vicine: “In Calabria è accaduto qualcosa di inaudito, in pochi anni le donne sono riuscite e mettere in crisi la ndrangheta. Fino al 2010 non c’erano mai state collaboratrici di giustizia. Poi alcune hanno cominciato a trovare la forza di rompere, con un gesto da sovrane, in forza della relazione madre-figlia, come nel caso di Lea Garofalo e di sua figlia. Dall’altro lato, molte donne si candidano a lavorare nelle istituzioni, mostrando come “governare non è rappresentare”. Ormai sono in molte e in molti a pensare che il rinnovamento in Calabria lo faranno le donne”.

Letizia Paolozzi, giornalista, autrice di “Prenditi Cura”: “Le donne hanno fatto ovunque il passo avanti d’autorità, ma nelle istituzioni non è ancora capitato. Quando entrano nelle istituzioni è come se si deformassero. Ma anche lì bisogna starci”.

Daniela Dioguardi, Udi, ex-parlamentare: “Mi ha molto colpito Federica Mogherini che interrogata da Corrado Augias: “Vuole essere chiamata ministra o ministro?”, ha risposto seccamente: “Ministro!”. Ma si deve saper lavorare anche con le donne che la pensano diversamente da noi. Dobbiamo contrastare il dogma della parità, perché la misura di questa parità è maschile. I miei due anni in Parlamento li ho vissuti in modo molto negativo”.

Gisella Modica, Udi di Palermo, Società Italiana delle Letterate: “Sono riuscita a riconoscere l’autorità anche attraverso un percorso che ha a che fare con il mio corpo. Ci sono state donne molto umili che mi hanno fatto capire che cos’è l’autorità. Sentendo i racconti della lotta per l’occupazione delle terre, ho saputo di una donna che prima di andare a occupare si metteva gli orecchini di brillanti. La chiamavano la baggianusa, la vanitosa, ma quello era il suo modo per darsi autorità. Ci sono tanti gesti di donne come questo, ma questi gesti hanno bisogno di essere nominati. Invece quando parliamo di politica anche noi usiamo il linguaggio degli uomini. Di questa sovranità femminile rimangono questi gesti e poi il dialetto, la lingua materna che mischia sempre il vero e l’immaginario, la vita reale e il sogno”.

Stefano Ciccone, Maschile Plurale: “Anche nella politica degli uomini ci sono relazioni, emozioni e desideri. Ma oggi gli spazi di dialogo si sono impoveriti e isteriliti. Forse molte donne, una volta entrate nelle istituzioni, non credono abbastanza nella forza di quel pensiero che invece praticano fuori da quegli spazi. Io non sento l’importanza della parola “autorità”, sento invece molto quella delle relazioni portatrici di senso e di trasformazione. Noi uomini dobbiamo imparare a mettere in gioco il desiderio maschile contro un potere che ha mutilato le nostre vite“.

Katia Ricci, Rete delle Città Vicine, Foggia: “Frida Kahlo, di cui è in corso una bellissima mostra a Roma, è stata sovrana nella sua capacità di fare del suo corpo opera d’arte, nonostante le sofferenze fisiche. A Stefano Ciccone dico che autorità è proprio questo: una relazione trasformatrice e portatrice di senso“.

Laura Ricci, Associazione Il Filo di Eloisa, Orvieto: “Mi sento sovrana come Cristina di Svezia, anch’io come lei ho fatto la mia migliore politica quando sono uscita dalle istituzioni, con il mio quotidiano online. Ora mi hanno chiesto di diventare sindaca di Orvieto”.

Bianca Bottero, Le Città Vicine: “Dobbiamo pensarci in un mondo più di città che di nazioni, come dice Saskia Sassen. E nelle città le donne contano”.

Silvia Zanolla, Verona: “Bisogna accettare il fatto che non possiamo esserci tutte. Si deve avere fiducia in quella che ha il più di intelligenza necessario a muoversi”.

Adriana Sbrogiò, Associazione Identità e Differenza, Spinea (Ve): “Mi sento sovrana in quanto sempre stata fedele a me stessa. Ci sono le tentazioni: il potere, il prestigio, il denaro. Ma per me il patrimonio più grande sono le relazioni”.

Annarosa Buttarelli, filosofa, autrice di “Sovrane” (da cui il convegno ha preso le mosse): “Il passo avanti d’autorità è in corso, nell’orizzonte di una nuova genealogia dell’autorità, come indicata nel libro di Luisa Muraro. E’ qualcosa che ha a che fare con la generatività, che parteggia per le ragioni della vita e per il suo meglio, che fa fiorire le relazioni e si prende cura delle anime. Si deve intrecciare tutto questo con la terza ondata del femminismo, ma anche con il “prendersi cura” di cui parla Letizia Paolozzi, e con quello che dice Carol Gilligan in “La virtù della resistenza. Resistere, rifiutare, non credere”. Lei dice che l’etica della cura è l’unica prospettiva per la democrazia. Oggi, alla fine del patriarcato, le istituzioni sono allo sbando perché sono rimaste prive di un orientamento simbolico. Per esempio si parla molto di riforme, ma le riforme sono una cosa diversa dalla trasformazione: e questo sarebbe un momento di grandi trasformazioni, bloccate dalle riforme. Chi vuole andare a governare deve sapere che va in luoghi in cui gli strumenti sono da ripensare e ricollocare. Con la finanza internazionale al governo del mondo non esiste più il potere come l’abbiamo conosciuto. Zygmunt Bauman parla della separazione di potere e politica che nessuno sa risolvere. Noi donne sappiamo risolverla: questa è la responsabilità, che è anche gioiosa perché coincide con il nostro orientamento interiore. Essere sovrane è questo: il lavoro di trasformazione -esteriore/interiore-. Gli strumenti che abbiamo oggi a disposizione sono spuntati, e ne servono altri: in “Sovrane” indico non soltanto nuove pratiche, ma anche fondamenti partendo dai quali si può rigenerare la rappresentanza. La cosa importante è non cedere in radicalità, nemmeno di un millimetro, o si perde tutto. La radicalità femminile è la sola garanzia”.

Infine, quello che ho detto io: servono modelli di un percorso inverso, che non va come al solito, secondo una logica di carriera “ascendente”, dalle pratiche utili e contestuali del lavoro locale alla rappresentanza, dove spesso si diventa inutili. Ma che semmai utilizza il “prestigio” accumulato nei luoghi della rappresentanza per tornare a lavorare nei contesti locali, e con maggiore efficacia. Purtroppo oggi le cose sembrano andare almeno in parte in un altro verso, in direzione di un neocentralismo, addirittura nell’imbuto del leaderismo spinto e dell’uomo solo al comando. Il lavoro è invece spostare potere dal centro per farlo diventare autorità nei contesti, seguendo la lezione di Evelyn Ostrom sui beni comuni. Questo non avviene anche per ragioni di soldi. Le donne spesso lasciano il lavoro politico nei contesti per andare a perdersi nell’astrazione della rappresentanza centrale perché vengono meglio remunerate in queste posizioni. Così spesso si tagliano gli investimenti nel locale per demagogiche ragioni di “risparmio”. Insomma, i soldi sono la ragione di buona parte degli errori politici che si commettono. E si dovrebbe attentamente ragionare su questo. Cito anch’io e nuovamente Luisa Muraro: si tratta di togliere al denaro l’esclusività di renderci grandi.

 

 

 

 

 

Donne e Uomini, Politica settembre 29, 2013

Sovrane e libere dal potere

Ogni anno a Katmandu, Nepal, nel corso di una solenne cerimonia, la dea-bambina Kumari è chiamata a rilegittimare con la sua superiore autorità il potere del Presidente della Repubblica laica.

Non è raro che sia una fanciulla a incarnare l’idea di una sovranità ben più alta di ogni potere. Una vergine, ovvero non ancora compromessa con l’ordine simbolico maschile, capace di un’autorità che non è dominio e di una potenza che non è violenza. Come la “nostra” Maria, come Agata e le altre sante celebrate e blandite con processioni e “cannalore”.

Nel suo ardente “Sovrane” (il Saggiatore, pp. 238, € 18,00) la filosofa Annarosa Buttarelli ragiona su quest’altra idea di sovranità, ben più antica della potestas che ha orientato l’assolutismo monarchico e la democrazia rappresentativa. Idea che i riti, prevalentemente maschili, custodiscono e a un tempo esorcizzano: finita la festa, gabbate le sante, che sono rimesse a tacere.

Si tratta invece, a questo punto critico della storia del mondo, di onorare definitivamente il debito con le “sovrane” lasciandole parlare, e fare. Di intraprendere un nuovo inizio della convivenza umana che tenga conto della differenza femminile.

Si tratta di “ripartire dalle origini dei processi e, se queste origini si rivelassero infauste, trovare la forza e l’intelligenza necessaria per crearne altri differenti”. Cominciando con il “togliere definitivamente dalla rimozione ciò che è accaduto del 403 a. C. ad Atene”, anno e luogo di nascita della democrazia: ciò che lì fu rimosso è il due che siamo, uomini e donne ritenute “parenti acquisite” e rinchiuse nel privato. Non aver tenuto conto dei corpi e dei pensieri delle donne, e della fonte della loro autorità, è ragione di ogni altra ingiustizia, che non può essere sanata se non confidando in una “conversione trasformatrice”.

Nel saggio, scritto con arendtiano “amor mundi” e con l’intento di orientare l’azione politica qui e ora, molti esempi di sapienza al governo: Cristina di Svezia, Elisabetta I d’Inghilterra, Ildegarda di Bingen. Inaspettatamente, anche la derelitta Antigone: sovrana, lei? e di che cosa? In lei il principio di sovranità si mostra purissimo nell’amore radicale per una verità che esiste “da sempre: la vita con le sue leggi e la sua trascendenza, le relazioni di cui abbiamo bisogno per vivere e la condizione umana calata in un cosmo che impone spesso un suo ordine”. Antigone non contro la legge, ma sopra –sovrana-, nell’ordine di ciò che è “eterno, universale e incondizionato” (Simone Weil), immersa nel mistero della “struttura che connette”, come la chiamerà Gregory Bateson, e da cui la politica di oggi sembra voler prescindere.

La logica inclusiva della parità e delle quote, scrive Buttarelli, è ben poca cosa: la posta in gioco “non sono i posti di potere”, ma “la decisa dislocazione della sovranità dal potere. In particolare, le donne si mostrano estranee al concetto di rappresentanza, per affidarsi alla pratica delle relazioni reali. Portare la sapienza al governo significa portarvi questa competenza relazionale e attenersi in ogni atto al primato della vita.

Due esempi di questo governare che non è rappresentare: la vicenda delle operaie tessili di Manerbio, Brescia, che tra gli anni Ottanta e Novanta affrontarono la crisi della fabbrica rifiutando la rappresentanza sindacale e portando l’amore –tra loro stesse, per i loro prodotti, per chi li comprava- al tavolo di trattativa. E quella di Graziella Borsatti, sindaca a Ostiglia, Mantova, tra il 1991 e il 2004, che saltando l’astrazione della rappresentanza e mettendo in campo relazioni contestuali e concrete, fece della sua giunta e di tutta la città una “comunità governante”, orientata dal proposito di “disfare il potere e agire il benessere”: primum vivere.

Presentando “Sovrane” al Festivaletteratura di Mantova, Stefano Rodotà si è detto colpito dalla sapienza di queste pratiche, ha parlato di “fondazione di un pensiero” e ha ammesso di avere “imparato molto”. Gli rispondono idealmente, invitando a una nuova politica da subito, le parole con cui Annarosa Buttarelli chiude il saggio: “Se il meglio è accaduto a Brescia e a Ostiglia può accadere ancora, oggi e ogni volta che sarà necessario”.

(pubblicato oggi su La Lettura-Corriere della Sera)

Donne e Uomini, Politica settembre 10, 2013

Rodotà, Civati, le donne: dal dire al fare

Annarosa Buttarelli, autrice di “Sovrane, e Stefano Rodotà al Festivaletteratura di Mantova (tra loro, io)

Sabato al Festivaletteratura di Mantova, davanti a una platea affollatissima, ho avuto il piacere di presentare “Sovrane”, ultimo libro della filosofa Annarosa Buttarelli (ne parleremo qui diffusamente e presto). Insieme a me, a commentare le tesi esposte nel saggio, Stefano Rodotà. In platea, ad ascoltare, Pippo Civati. Due protagonisti della politica italiana (maschile), e non per caso proprio loro due: l’uno candidato pochi mesi fa alla presidenza della Repubblica (e ancora acclamato come presidente in pectore), l’altro attualmente candidato alla segreteria del Pd, entrambi ad ascoltare -finalmente- quello che aveva da dire su questioni come sovranità, democrazia, rappresentanza una donna impegnata da molti anni nella politica della differenza

Il libro di Buttarelli è un testo di intenso amore per il mondo, e quindi un libro squisitamente politico -perché la politica è amore per il mondo, è districare le nostre vite dal potere. E di grande fiducia in una conversione trasformatrice, in un ricominciamento politico a partire dal due che siamo, donne e uomini. Non aver tenuto conto di questo due e della differenza femminile secondo Annarosa Buttarelli è all’origine di ogni altra ingiustizia, che non può essere sanata se non in questa prospettiva. E’ vano sperare in un mondo più giusto e meno infelice senza pensare a un’idea di sovranità diversa da quella che orienta la democrazia rappresentativa, ovvero senza tenere conto delle donne, del loro pensiero, e della fonte della loro autorità. A questo pensiero, all’idea dell’esercizio di un’autorità che non coincida con l’esercizio del potere, di un dispositivo di regolazione della convivenza umana che non abbia a che vedere con la brutalità del dominio e dei rapporti di forza, il mondo della politica maschile resta ostinatamente sordo. Ed ecco invece alcune eccezioni a questa sordità.

L’attenzione pubblica di Rodotà alle tesi di Buttarelli ha avuto un forte impatto simbolico: si è trattato di un alto riconoscimento e di un omaggio -del tutto opportuni- al pensiero politico di una donna radicata nella differenza femminile. Rodotà ha riconosciuto la “debolezza dell’idea di sovranità”, si è detto “in debito” con la sapienza delle donne, ha affermato di avere “imparato molto”, ha parlato di “fondazione di un pensiero”, ha ammesso la necessità del “primum vivere”. Anche da Civati, frequentatore più assiduo del pensiero della differenza, parole di grande apprezzamento.

Si tratta però ora che questo pensiero venga metabolizzato e diventi finalmente carne viva della politica di questi uomini, che ne cambi geneticamente il linguaggio, che se ne faccia un’esperienza autenticamente trasformativa da cui siano impossibili inerziali ritorni indietro. Si tratta che questi uomini che sanno ascoltare sappiano anche assumere fino in fondo un pensiero realmente in grado di infrangere i codici di una politica sterile, scadente e senza prospettive.

Si tratta di essere pronti a un salto quantico. A un salto di civiltà. Niente meno di questo.

Stiamo a vedere.