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Corpo-anima

Corpo-anima, diritti, TEMPI MODERNI maggio 31, 2016

Tutti pazzi per la famiglia

La famiglia era considerata un destino da sfuggire a ogni costo, una trappola borghese, tempio di ogni ipocrisia, un sepolcro imbiancato, un inferno a cui sottrarsi sperimentando forme diverse di aggregazione umana. Per Michel Foucault, tra i massimi ispiratori delle queer theory e lui stesso omosessuale, la famiglia è uno dei dispositivi dell’”internamento”. E questo è André Gide: “Famiglie, io vi odio! focolari chiusi; porte sprangate; possessi gelosi della felicità”. La critica dei focolari e dei ruoli familiari è stato uno dei fuochi del femminismo. Non è detto che si fosse nel giusto, ma tutto questo è evaporato come neve al sole. La famiglia è diventata il nuovo Graal.

Corpo-anima, diritti, Donne e Uomini, Femminismo febbraio 2, 2016

Utero in affitto: una Santa Alleanza tra il femminismo e la Chiesa?

Non nascondo che fa una certa impressione vedere nei cartelli del Family Day gli stessi slogan (es: “I figli non si pagano”) che stai usando nella tua battaglia contro l’utero in affitto, o Gpa.

Family Day a parte, stigmatizzato dalle parole del Papa (“nessuna condizione umana esclude dall’amore di Dio“), i giornali e i siti cattolici non fanno che valorizzare il femminismo abolizionista (o quasi), la seduta dell’Assemblea Nazionale Francese per l’Abolizione Universale della maternità surrogata, le lesbiche contro la Gpa che in qualche modo rompono il fronte con i fratelli gay, e via dicendo.

Una parte importante del femminismo, da Snoq al Pensiero della Differenza Sessuale, sta dalla stessa parte della Chiesa in questa battaglia di civiltà che più civiltà di così non si può: è in gioco il fondamentale umano della relazione madre-figlio/a.

Al bell’incontro della scorsa settimana alla Libreria delle Donne, una ha detto: “E’ la Chiesa che sta dalla nostra parte”. Si può anche mettere in questo modo, e io personalmente sono soddisfatta da questa impostazione. Ma tante sentono la fatica di questa Santa Alleanza, fatica che le rende dubbiose ed esitanti.

Provo a dire questo: che tante volte la Chiesa o parti importanti della Chiesa sono state e sono a tutt’oggi dalla parte delle donne, più di quanto il laicismo mainstream (ho detto laicismo, non laicità) consenta di riconoscere. Se ci limitiamo a osservare le cose da un punto di vista eurocentrico (o West-centrico) ci sfuggirà l’importanza di questa vicinanza alle donne, soprattutto in quei Paesi dove spesso la Chiesa è l’unico argine alla violenza e allo sfruttamento.

E infine: se guardassimo le cose sub specie aeternitatis e non sub specie societatis, saremmo in grado di ridimensionare i punti di conflitto tra il femminismo e la Chiesa, che certamente non mancano, per dare valore a questa vicinanza in una battaglia che ha a che vedere con il destino dell’umanità, e lo dico senza retorica.

Certo non mi accontento di chi dice: se la Chiesa sta da quella parte, allora io per forza sto dall’altra. Né di chi obietta: esistono i preti pedofili, la Chiesa non può parlare.

Di sicuro non è questo il modo di porre la questione.

Intanto a Parigi è stata lanciata la Carta per l’Abolizione universale dell’Utero in affitto.

bambini, Corpo-anima, Donne e Uomini, Femminismo, Politica, questione maschile gennaio 27, 2016

Si parla di utero in affitto (o maternità per altri) alla Libreria delle Donne di Milano

Il dibattito alla Libreria delle Donne di Milano

 

Questo il mio intervento al dibattito di ieri sull’utero in affitto alla Libreria delle Donne di Milano. Con me, la filosofa Luisa Muraro e Daniela Danna, ricercatrice in scienze sociali all’Università Statale di Milano (purtroppo non dispongo di loro testi da pubblicare, né della discussione che è seguita, ma qui è visibile tutto lo streaming). A chi frequenta abitualmente questo blog gli argomenti che porto saranno in buona parte già noti. Sono molto soddisfatta della serata e ringrazio le tantissime che hanno partecipato.

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“Penso su questa cosa dell’utero in affitto più o meno in solitudine da tanti anni, ma a volte diventa tutto così complicato che non vorrei pensarci più per attenermi alla semplicità quello che Eduardo fa dire a Filumena Marturano, “i figli non si pagano“.

Ma in questi tempi di dirittismo esasperato le cose tendono a complicarsi. La verità della relazione madre-figlio è molto semplice ed è un fondamento di civiltà sottratto al mercato (appunto, i figli non si comprano e non si pagano). Quel due indistinguibile dall’uno è una delle poche verità fondative che ci restano. Anzi, lo metto in forma di domanda: che cosa c’è in quella relazione che va assolutamente preservato, e che cosa c’è invece che si vuole rimuovere e nascondere?

Se cominci ad ammettere eccezioni, se tu pensi che separare madre e figlio sia un’operazione ammissibile, che tutto ciò che le tecnologie riproduttive ti consentono sia eticamente e umanamente accettabile e in automatico possa tradursi in mercato e neo-diritti, quella verità ti esplode fra le mani e deflagra in una complessità ingovernabile e in un enorme disordine simbolico.

Quando nelle relazioni, quando per esempio in una famiglia si arriva a mettere tutto sul piano dei diritti vuole dire che le cose non stanno andando bene.  Il “dirittismo” ossessivo e pervasivo con cui oggi si pretende di regolare la convivenza umana è il segnale che qualcosa sta andando storto, che c’è una guerriglia in atto.

Vi faccio un esempio di questo dirittismo esasperato: una bioeticista, Chiara Lalli, sostiene che è tutto da vedere se per i bambini che nascono da utero in affitto sarebbe preferibile non essere nati, dice che non abbiamo elementi per sostenerlo: e poiché quei bambini possono nascere solo con utero in affitto, negare questa possibilità equivarrebbe a negare a questi individui in potenza il diritto di tradursi in atto, ovvero di venire al mondo. Cioè si attribuiscono diritti non solo all’individuo esistente, ma perfino all’idea di individuo, all’individuo in potenza, a ciò che potrebbe essere individuo e ancora non lo è ma potrebbe esserlo.

Si tratta forse di riportare la questione da questo enorme disordine simbolico a quello che Luisa Muraro per prima ha chiamato ordine simbolico della madre, e forse è questo il tentativo che oggi faremo qui. Tanto per cominciare, facendo un po’ di pulizia su questi neodiritti.

Per esempio, il diritto alla “genitorialità, figlio di una cultura dirittistica e adolescenziale che non distingue tra desideri e, appunto, diritti, e fonda un diritto per ogni desiderio. Sarebbe come affermare il diritto ad avere un marito o una moglie: il mio diritto, semmai, è che nessuno mi impedisca di legarmi liberamente a qualcuno/a, ma non posso certo pretendere che mi venga garantito un legame affettivo. Così per i figli: ho diritto a metterli al mondo, se intendo farlo, ho diritto a che nessuno mi impedisca di diventare madre o padre minacciando per esempio di licenziarmi, come avviene correntemente alle giovani precarie (diritto per il quale si battono in pochi). Ho diritto a cure mediche ragionevoli, se la mia salute riproduttiva le richiede. Ma non posso chiedere che lo Stato mi garantisca di essere padre o madre a ogni costo e in qualunque condizione, fino a consentire un vero e proprio mercato dei figli. L’unica titolare di diritti è la creatura: diritti a cui le convenzioni internazionali riconoscono assoluta superiorità, e che nei discorsi sull’utero in affitto e più in generale sulla fecondazione assistita vengono invece tenuti spesso come terzi e ultimi.

Anche perché affermare un diritto significa ipotizzare un corrispettivo dovere: se, quindi, si pone un diritto alla genitorialità, chi è titolare del dovere corrispondente? se ho diritto ad avere un figlio, chi ha il dovere di darmelo? Una donna, al momento non c’è alternativa. Quindi toccherebbe alle donne farsi carico di questo dovere.

Un altro diritto di cui si discute è quello a fare del mio corpo quello che voglio.

Qui è interessante quello che ha detto Judith Butler, ovvero che “il corpo è mio e non è mio”. L’idea che il corpo sia solo mio è un trompe l’oeil, un’illusione, come tante volte abbiamo detto che è un’illusione l’individuo assoluto, cioè letteralmente sciolto da ogni legame e libero da ogni dipendenza. Questo in qualche modo è assunto dalla nostra legge e dalla nostra Costituzione, per la quale il corpo è indisponibile: non posso, cioè, farne sempre quello che mi pare, né tanto meno oggetto di mercato. L’unica eccezione è un uso solidale. Posso cioè donare sangue, midollo, o anche un rene a un consanguineo, ma non posso metterli in vendita o comprarli. Nessuno di noi ha perciò diritto di mettere in vendita parti del proprio corpo. E’ una limitazione alla propria libertà? Sì, lo è.

Anche nel caso dell’utero in affitto la legge ammette, ad alcune precise condizioni, la pratica solidale: i nostri tribunali hanno già ammesso casi di “utero solidale” dopo aver vagliato attentamente le situazioni, aver accertato l’esistenza di una relazione affettiva tra la donatrice e i riceventi, e aver escluso ogni passaggio di denaro. Si deve peraltro dire che l’utero solidale è solo un numero infinitesimo di casi.

Ma l’analogia si ferma qui: perché se la donazione d’organo è un fatto tra due, il donatore e il ricevente, nel caso dell’utero c’è un terzo, il nascituro, le cui ragioni vanno tenute per prime. L’esserci di questo terzo rende problematico anche il paragone dell’affitto di utero con la prostituzione. Nella cosiddetta libertà di prostituirsi c’è un accordo –anche se spesso niente affatto libero- tra due, qui c’è questo terzo che al momento dell’accordo non ha voce in capitolo, e che non può essere pensato come prodotto, ma è a tutti gli effetti il protagonista muto della vicenda.

E ancora, l’uguale diritto di uomini e donne, che non tiene conto della differenza sessuale. Quando si evidenziano i limiti “naturali” (ovvero fondati nella biologia dei corpi) che impediscono a molti desideri di tradursi automaticamente in diritti, molte e molti reagiscono con stizza, come bambini a cui sia negato di avere tutto ciò che vogliono e che di “no” (o magari di doveri che bilancino i diritti) non vogliono sentir parlare. Ma spesso si tratta di desideri indotti da un mercato che non si dà limiti di profitto, il cui obiettivo non è certo farci crescere in umanità, e che di consumatori-bambini ha sempre più bisogno.

Si fa la lotta per i diritti degli omosessuali, senza tenere conto della differenza sessuale che riguarda anche gli omosessuali. Si commette un grave errore quando sul fronte della genitorialità, secondo una logica paritaria fuorviante, si fa un tutt’uno tra gay e lesbiche, invocando “uguali diritti”. Non mettiamola sul piano di gay e lesbiche uniti nella lotta, mettiamola sul piano degli uomini e delle donne, a prescindere dall’orientamento sessuale. Ci viene per così dire in aiuto il fenomeno degli etero padri single, che in America sta diventando cospicuo. Si tratta di uomini single eterosessuali che si fanno “produrre” un figlio tutto per sé. Perché non hanno una compagna, o non intendono condividere con una donna l’esperienza della genitorialità. Una vera partenogenesi maschile, ha quanto meno un merito: quello di sgomberare il campo dalla questione dell’orientamento sessuale degli uomini che ricorrono a madri surrogate. E sgonfia la possibile accusa di omofobia nei riguardi di quel femminismo che lotta contro l’utero in affitto. In questione non è l’essere gay o etero. In questione è l’essere uomini che fanno scomparire la madre. E quale legame ha questa scomparsa con le radici del patriarcato.

Sulla scelta di una donna, lesbica o non lesbica, di diventare madre non è necessaria la mediazione della parola pubblica: è lei che decide, che sia sola o abbia un compagno o una compagna, con l’unica possibile differenza di non concepire, forse, se è lesbica, via rapporto sessuale. Nel caso di un maschio, invece, che sia gay o un eterosessuale deciso a concepire fuori da una relazione con una donna, la parola pubblica è decisiva, perché il suo desiderio necessita di almeno tre livelli di mediazione: dev’esserci un mercato dove acquistare ovociti e “affittare” uteri (o molto più di rado averli in dono); dev’esserci una medicina che ti assista, dal momento del prelievo (doloroso) degli ovociti, all’impianto dell’embrione, alla gestazione; dev’esserci un quadro normativo che ti permetta di condurre in porto l’operazione.

Non vi è, quindi, alcuna uguaglianza del corpo né “parità di diritti” su questo fronte fra uomini e donne, che siano etero o omosessuali. Questo è triste e doloroso per i gay che vogliono un figlio geneticamente proprio ma che non ama sessualmente le donne? Immagino di sì, ma non ci si può fare molto. Esiste pur sempre l’opzione di fare quel figlio con una donna che lo desideri, e che sarebbe sua madre (senza costringerla a scomparire).

L’utero in affitto ci riporta al dispositivo patriarcale nella sua purezza quando pensa alla madre portatrice come semplice contenitore-incubatore: la visione aristotelica fondativa del patriarcato postula la naturale inferiorità del genere femminile. Nella riproduzione, secondo Aristotele, il maschio è attivo, è il vero genitore che dà forma alla materia inerte femminile, la donna è invece “passiva” in quanto  “è quella che genera in se stessa e dalla quale si forma il generato che stava nel genitore” (il maschio). Questa riduzione della potenza materna sta proprio al centro del dispositivo patriarcale, questo movimento di predazione dell’utero, mosso dall’invidia dell’utero, del vaso alchemico, è movente primario del patriarcato.

La coppa piena di sangue del Graal, eternamente ricercato, somiglia molto a quella coppa piena di sangue che è l’utero. Invidia dell’utero come ben sapete rovesciata dalla narrazione patriarcale nel suo punto più alto e sofisticato in invidia del pene. Ecco, forse il dibattito in corso sull’utero in affitto, ha quanto meno il merito di fare molta chiarezza, è un riflettore puntato sulla questione. C’è un dibattito su questo anche tra psicoanaliste che osservano il fenomeno e parlano di fantasma dell’utero vagante, scisso dal corpo, “di un’isteria collettiva –la radice di isteria è appunto la parola greca per utero- in un’epoca riconoscibile come borderline, nella quale si grida “diritti” ma non doveri, non attese, non rinunce”.

Chi pensa alle portatrici come semplici contenitori che alla fine della gestazione consegnano docilmente il prodotto ai committenti, si allinea alla violenza di questo pensiero patriarcale. La “semplice” portatrice non ha legami genetici con il bambino, ma ha importanti legami epigenetici, che influenzano il fenotipo (ovvero la morfologia, lo sviluppo, le proprietà biochimiche e fisiologiche comprensive del comportamento etc.) senza modificare il genotipo.  In parole semplici, durante la gestazione tra lei e il feto avvengono scambi biochimici decisivi per lo sviluppo del bambino, scambi che continuano nella fase perinatale e che fanno di quel bambino quello che sarà”.

La madre è lei.

 

 

 

 

bambini, Corpo-anima, diritti dicembre 23, 2015

Tutti pazzi per i diritti: anche quello a non nascere se non si è perfetti

Tra i diritti mostruosamente proliferanti, includete anche questo: il diritto a non nascere se non sano. La Cassazione lo ha dichiarato inesistente, ma non è detto che la cosa sia definitiva, e il tentativo tocca un punto sensibilissimo.

La vicenda: una donna di Lucca mette al mondo una bambina down. La trisomia non era stata diagnosticata nel corso degli esami prenatali. La donna sostiene che se avesse saputo dell’anomalia cromosomica avrebbe interrotto la gravidanza. Chiede perciò un doppio risarcimento alla Asl: per il suo proprio danno, e per il danno alla nascitura, che in quanto malata avrebbe avuto il “diritto” a non nascere. La Cassazione respinge questa seconda istanza, non riconoscendo un “diritto alla non-vita”. In particolare per il fatto che di questo supposto diritto “si farebbero interpreti unilaterali i genitori nell’attribuire alla volontà del nascituro il rifiuto di una vita segnata dalla malattia; come tale, indegna di essere vissuta (quasi un corollario estremo del cosiddetto diritto alla felicità)”.

La vicenda è straziante, e non è semplice parlarne. Ma mi impressiona molto non solo per il suo suono eugenetico, ma come esempio estremo del dirittismo mainstream. Attribuiamo diritti a tutti e a tutto. Spesso dimenticando che a ogni diritto corrisponde un dovere. Quando si dice per esempio, a difesa dell’utero in affitto, che esiste un diritto a diventare genitori, di default si attribuisce alle donne il dovere di confezionare bambini. Quando affermo che un individuo ha il diritto a non nascere se non sano, dico anche che qualcuno avrà il dovere di impedire quella nascita.

Uno dei più fantasiosi ed estremi diritti di cui ho sentito parlare –da Chiara Lalli, una di cui si apprezzano dichiarazioni tipo: la figura genitoriale non può essere ridotta alla madre” – è quello che vado a spiegarvi.

Negando l’accesso all’utero in affitto, si correrebbe il rischio di negare al potenziale nascituro il diritto a nascere, quindi gli si impedirebbe di esistere, danneggiandolo. Qui il diritto viene attribuito non a una persona, ma a un individuo potenziale, che ancora non esiste. Detto in altri termini, se si negasse la maternità surrogata si negherebbe a quell’ipotesi di individuo il diritto a passare dalla potenza all’atto, dall’idea di esistenza all’esistenza effettiva, perché se non nascesse così non nascerebbe del tutto. 

Spiace dovervi augurare buon Natale nel bel mezzo di questa guerriglia di individui l’un contro l’altro armati (di diritti).

Penso a quel bambinello portatore di Luce.

 

 

 

bambini, Corpo-anima, Donne e Uomini, salute novembre 24, 2015

Professor Veronesi: davvero lei pensa che affittare l’utero possa essere una buona occasione per una donna?

In un passaggio del suo ultimo libro autobiografico, “Confessioni di un anticonformista”, scritto a due mani con Annalisa Chirico per Marsilio, il professor Umberto Veronesi parla di utero in affitto:

In questo blog trovate molti dibattutissimi post che considerano la questione in tutta la sua complessità.

Qui mi fermo a questo: possibile che a un uomo che ha dedicato alle donne la gran parte della sua importante vita professionale, che le conosce così bene, che ha visto da vicino la loro sofferenza -ricordo, per esempio, quando in una nostra conversazione stigmatizzò duramente la vigliaccheria dei mariti che fuggivano di fronte a una diagnosi di cancro per la compagna-, sia scappata una dichiarazione del genere?

Una donna povera che offre il proprio utero a pagamento “su base consensuale” è con ogni evidenza un ossimoro.

Come si può parlare di consenso in presenza di una disparità tanto grande tra i contraenti -una donna povera e una donna, un uomo o una coppia ricchi-? Di che genere di libertà si tratterebbe? Prevengo l’obiezione: qualunque contratto di lavoro si basa su questa disparità. Ma si può in questo caso, come nel caso della prostituzione, parlare di ordinario “lavoro”? (qui, anzi, si va molto oltre la prostituzione, perché c’è un “terzo”, il bambino oggetto di mercato, che come più volte abbiamo detto dovrebbe essere tenuto come primo).

Quanto poi alla “montagna di soldi” generata dal business della “gestazione per altri” (come nel lessico “corretto” che dietro l’eufemismo nasconde la sostanza della faccenda), si dovrebbe sapere che in molti casi alla donna ne arriva una minima parte, quando non niente del tutto. Nei paesi terzi le donne vengono messe sul mercato dai mariti, dai fratelli o da altri papponi, come si farebbe con una bestia fattrice. Un sacco di soldi li prendono le cliniche e i legali. C’è poi l’indotto turistico: viaggi organizzati, alberghi, ristoranti.

Ammesso che alla donna resti in tasca qualche soldo, Veronesi immagina che possano essere destinati ad “aiutare i figli a pagarsi gli studi”, in una logica di abnegazione assoluta.

Davvero il professore pensa questo? O le sue parole sono state male interpretate? O si è lasciato anche lui, l’anticonformista, sedurre dal conformismo del mainstream, volendo dimostrarsi “moderno”?

Come può essere che un uomo capace di considerare perfino la sofferenza animale, al punto di scegliere il vegetarianesimo, non veda il dolore che si può generare facendo mercato di una relazione tanto intima, matrice dell’umano?

Aggiornamento domenica 29 novembre: qui un’interessante puntata di Terra! dedicata in gran parte alla questione. Parlo anch’io, a partire dal minuto 46

Corpo-anima, cronaca novembre 10, 2015

La memoria pietosa delle mamme assassine

Un anno dopo, Veronica Panarello, la giovane mamma di Santa Croce Camerina accusata dell’assassinio del figlio Lorys, avrebbe ammesso di non aver mai portato il bambino a scuola. Secondo il quotidiano La Sicilia, in un colloquio con il marito la ragazza avrebbe detto che “quella mattina il bambino io non l’ho accompagnato a scuola. E che Lorys “è salito a casa da solo, usando il portachiavi con l’orsacchiotto”. Poi sarebbe tornata nell’appartamento per prendere “un passeggino da regalare a un’amica”, ma non ricorda che cosa ha fatto una volta entrata. C’è “un buco” nella sua memoria.Sono confusa, ho tante cose che mi girano per la testa”. Ma ha nuovamente negato di avere ucciso il bambino e di averne gettato il corpo in un canalone. “No, non sono stata io. Non avevo nessun motivo per farlo“.

Provo un’infinita pena per questa donna, che non riesco a separare dalla pena per il suo povero bambino, come se fossero morti di morte violenta tutti e due: so che questo mio sentimento sarà disapprovato. Toccherà alla giustizia a stabilire la verità dei fatti (il 19 novembre si terrà l’udienza preliminare). Ma nel caso accertasse che Veronica è l’assassina di suo figlio, per lei quella verità non sarà mai accertabile. Quella verità sarebbe incompatibile con la sua vita.

Gli psichiatri parlano al riguardo di amnesia selettiva: per un meccanismo di autoconservazione, la memoria pietosa non registra il ricordo insostenibile. E probabilmente non c’è nulla che sia più insostenibile del pensiero di avere ucciso il proprio bambino. L’alternativa per molte madri assassine è il suicidio. Di fronte all’enormità del fatto –avere ucciso il proprio figlio- le ordinarie risposte al trauma, attacco e fuga, non bastano. L’interruzione della coscienza impedisce l’integrazione del fatto nello stato cosciente. Il fatto appare irreale e non viene memorizzato. 

Se la giustizia stabilirà che Veronica è l’assassina di suo figlio, potrebbe essere che lei non ricorderà mai di esserlo stata, perché nella sua memoria quel ricordo non c’è.

Forse la pena più grande per lei sarà non poter in alcun modo fare i conti con l’orrore di quello che ha fatto.  

 

Aggiornamento ore 23.00: la Procura di Ragusa ha smentito le notizie diffuse anche da agenzie di stampa, secondo le quali Veronica Panarello avrebbe ammesso di non avere accompagnato Lorys a scuola la mattina in cui è stato ucciso. Valgono comunque le considerazioni generali sulle mamme che hanno ucciso i loro bambini, sull’amnesia selettica, sulla loro tragica condizione.

Aggiornamento successivo: come si è visto, la notizia è stata invece confermata. Questo video, il sopralluogo di Veronica insieme agli inquirenti a casa sua, è purissima angoscia.

 

 

bambini, Corpo-anima, Donne e Uomini, questione maschile, salute novembre 2, 2015

Agacinski, Muraro e altre: il femminismo contro l’utero in affitto, nuova prostituzione

La filosofa femminista francese Sylviane Agacinski

Per l’Abolizione universale dell’utero in affitto: il Parlamento francese dedicherà la giornata del prossimo 2 febbraio a un convegno contro la maternità surrogata promosso da Sylviane Agacinski, voce storica del femminismo francese, fondatrice del Collegio internazionale di filosofia con Jacques Derrida, docente all’Ecole des hautes études en sciences sociales,  impegnata da anni nella lotta contro la maternità surrogata con la sua associazione Corp (Collettivo per il rispetto della persona) e autrice del saggio “Corps en miettes” («Corpi sbriciolati», Flammarion).

Con il coraggio del libero pensiero, Agacinski non si fatta fermare dalla paura di essere giudicata omofobica e antiprogressista, impegnandosi una battaglia contro l’orribile sfruttamento delle donne povere del mondo e il mercato della maternità. Una buona notizia per me e per quelle poche che nel femminismo italiano si sono impegnate su questo fronte.

In una lunga intervista ad Avvenire, Sylviane smonta l’ideologia del “diritto a un figlio” e chiede all’Europa di continuare a vietare questa pratica.   

 “Non abbiamo a che fare con gesti individuali motivati dall’altruismo, ma con un mercato procreativo globalizzato nel quale i ventri sono affittati. È stupefacente, e contrario ai diritti della persona e al rispetto del suo corpo, il fatto che si osi trattare una donna come un mezzo di produzione di bambini. Per di più, l’uso delle donne come madri surrogate poggia su relazioni economiche sempre diseguali: i clienti, che appartengono alle classi sociali più agiate e ai Paesi più ricchi, comprano i servizi delle popolazioni più povere su un mercato neo-colonialista. Inoltre, ordinare un bambino e saldarne il prezzo alla nascita significa trattarlo come un prodotto fabbricato e non come una persona umana. Ma si tratta giuridicamente di una persona e non di una cosa (…) Fare della maternità un servizio remunerato è una maniera di comprare il corpo di donne disoccupate che presenta molte analogie con la prostituzione (…)

La Francia e la maggioranza dei Paesi europei si confrontano con lo sviluppo del turismo procreativo e la domanda d’iscrizione allo stato civile dei bambini nati da madri surrogate in California, in Russia, eccetera. La Corte europea dei diritti dell’uomo tenta di forzare la Francia a trascrivere lo stato civile accertato all’estero in nome di un presunto interesse del bambino. Ma se gli Stati europei cedessero su questo punto incoraggerebbero cinicamente i propri cittadini a viaggiare per far uso di donne all’estero. Legittimerebbero la pratica, e in tal modo la loro legislazione nazionale non resisterebbe a lungo. Sì, occorre punire. Innanzitutto i professionisti che creano il mercato: avvocati, medici, agenti e intermediari. Poi, i clienti (…)

Certe femministe, di fatto molto minoritarie, difendono una presunta libertà delle donne di vendersi. In realtà, ciò equivale a sostenere la libertà di comprare le donne. Per quanto ci riguarda, vogliamo che la legge protegga tutte le donne dicendo che la loro carne non è una mercanzia(…)

Penso che accettino un mercato crudelissimo, spinte dal bisogno, oppure dal marito, come avviene in India. Devono così sacrificare la loro intimità e la loro libertà. Non dimentichiamo che la vita personale di una madre surrogata è strettamente regolata e controllata: la sua vita sessuale, il suo regime dietetico, le sue attività… Durante nove mesi, vivono al servizio di altri, giorno e notte. Queste donne sono vittime di sistemi che non hanno contribuito a creare. Se il mercato della procreazione non fosse costruito da tutti quelli che vi traggono un lucro enorme, ovvero le cliniche, i medici, gli avvocati e le agenzie di reclutamento, a nessuna donna verrebbe mai in mente di guadagnarsi da vivere facendo bambini”.

Un doppio sfruttamento, quindi: da parte dei clienti, committenti e intermediari, e da parte dei mariti o parenti che lucrano sul corpo delle “loro” donne tanto quanto i papponi, gestendole come animali da riproduzione. Come la prostituzione, o forse peggio, perché qui è coinvolto il terzo, la creatura (che in verità è il PRIMO).

“Ma se sulla prostituzione, che è un fenomeno molto antico, è difficile andare oltre a un contenimento se non con pratiche violente e repressive, siamo ancora in tempo per fermare la pratica dell’utero in affitto” dice Luisa Muraro, filosofa e fondatrice della Libreria delle donne di Milano, convinta che nonostante la sovra-rappresentazione mediatica di un pensiero “progressista” mainstream che celebra il diritto ai figli e il mercato della maternità, la maggioranza delle cittadine e dei cittadini europei resti contraria alle pratiche di mercificazione del corpo. “Nella maternità surrogata non passa alcuna libertà femminile. Queste pratiche sono solo fonte di sofferenza per le donne”.

Sembra che resti quasi solo la Chiesa a vedere questa sofferenza: si può pensare di aprire un dialogo tra la Chiesa e il femminismo?

Non si deve avere paura di stare dalla parte dell’etica cristiana, che mette la dignità delle persone umane davanti a tutto, e oppone l’amore, la sororità e la fraternità alle regole del mercato. La Chiesa oggi è quella che più di tutti si sta ponendo contro la logica capitalistica e mercantile”.

www.stopsurrogacynow.com

P.S.: prevengo l’obiezione. La questione a mio parere non riguarda affatto il cosiddetto “utero solidale” (tra sorelle, tra madre e figlia, o anche tra amiche, come è già avvenuto legalmente in Italia), dove tutto avviene nella relazione amorosa -accertata e non improvvisata allo scopo, e senza scambio di denaro- che tiene insieme madre genetica, portatrice e creatura, come un tempo madre, creatura e balia da latte.

Qui una successiva intervista di Avvenire a Luisa Muraro.

 

Aggiornamento 5 novembre: intanto l‘India pone limiti alla pratica dell’utero in affitto, e tutto il giro del business milionario si rivolta. Leggete qui.

Aggiornamento 6 novembre: segnalo un APPUNTAMENTO su questi temi alle amiche romane e non solo

Il Gruppo del Mercoledì invita Domenica 22 novembre, dalle 10 alle 17 Casa internazionale delle donne, via Francesco di Sales 7, Sala Simonetta Tosi Curare la differenza Tra gender, generazione, relazioni sessuali e famiglie Arcobaleno

L’attualità ci propone un dibattito angusto e ideologico sulla legge per le unioni civili, da decenni in attesa di approvazione in Parlamento.Lo spazio pubblico sembra racchiuso nella polarizzazione semplicistica tra la negazione di ogni possibile cambiamento per ancorarsi a stereotipi rassicuranti e l’utilizzo disinvolto delle bio-tecnologie e del mercato per trovare risposte a desideri anch’essi rassicuranti. L’incontro che proponiamo vuole recuperare lo spazio per una riflessione sulle scelte di vita e di relazione a partire dalla pratica della cura. Diversamente da altre occasioni non abbiamo scritto un nostro testo. Abbiamo preferito formulare delle domande. D. Questo incontro significa che il femminismo va a rimorchio della legge sulle unioni civili? R. Partiamo dall’attualità ma senza seguirla passo passo. Andiamo incontro al reale e alle questioni che, pur non essendo contenute nella legge, la legge sta sollevando. Sul matrimonio e sul legame d’amore; sul modo di intendere questo legame da parte di uomini e di donne; sul desiderio di maternità e di paternità; sul corpo e il rischio della sua sparizione.Vogliamo nominare i desideri, le passioni, le paure che si presentano intorno a questi temi. D. Come vi collocate rispetto alla questione del gender che ha prodotto schieramenti e divisioni anche violenti?R. Intanto a noi interessa discutere in un campo amicale. Con il nostro metodo, che è quello della politica delle donne: partire da sé e dare valore alle relazioni. Così il nostro gruppo si tiene insieme nonostante non la pensiamo allo stesso modo. Quanto al gender, la sua oscillazione con la parola “genere” è sintomo – ci sembra – della confusione e della scarsa cura nel nominare le cose. Eppure, è interesse delle donne e degli uomini non far sparire la differenza dei sessi.D. Non pensate che i diritti e dunque la legge siano lo strumento adeguato a sciogliere molti nodi che riguardano la discriminazione, l’umiliazione di chi fa scelte non in linea con l’eterosessualità?R. I diritti sono indispensabili ma non sciolgono tutti gli interrogativi. Addirittura, quando sono visti come risolutivi, rischiano di rendere seconde le relazioni e di schiacciare il fatto, incontrovertibile, che sia il pensarsi in coppia, sia il volere un bambino, rimandano sempre a vicende d’amore. D. Che significa curare la differenza?R. Significa avere attenzione alle relazioni. Una concezione individualistica che insiste sull’autocostruzione solitaria e solipsistica del soggetto umano non ci convince. Nessuno è del tutto autonomo. D. Non vi sembra che il punto della madre surrogata sia tirato fuori artificiosamente dal momento che la legge non lo cita?R. Ma è diventato un campo di battaglia. Certo, la madre surrogata è il punto più delicato, dal punto di vista femminista, nella costruzione di nuove famiglie. Come rispettare la libertà e l’autonomia di ciascuna donna? Come permettere la realizzazione di desideri senza mettere in gioco la libertà dell’altra? Non c’è il rischio di farne una mera questione di mercato? C’è differenza tra il desiderio di maternità e il desiderio di paternità, senza donne? Perché questo desiderio non sceglie l’adozione? Non riconoscendo nessuna differenza fra desiderio di maternità e desiderio di paternità, ritenendo che l’accesso alla genitorialità biologica sia un diritto universale e neutro, non ricadiamo nella conservazione dell’universo simbolico patriarcale? Vogliamo incontrarci su queste domande, per fare, se è possibile, qualche passo avanti.

 

 

 

Corpo-anima, diritti, economics, questione maschile ottobre 23, 2015

La lobby dei papponi dietro la proposta di Amnesty International di legalizzare la prostituzione

Ebbene siamo state qui a combattere con clienti di prostitute che si facevano forti della proposta di Amnesty International di legalizzare la prostituzione in nome dei diritti umani–sulla legalizzazione questo blog ha già prodotto molto materiale: vedi qui, e qui, e qui-. La proposta di Amnesty ha sconcertato anche molte e molti fra noi, convinte/i che la legalizzazione e la teoria del libero sex working siano inutili e anzi dannose nella lotta contro la tratta e lo sfruttamento.

In effetti da Amnesty non ce lo aspettavamo. Poi leggi questo articolo del britannico “The Guardian”, e improvvisamente i conti tornano. 

In sostanza: la vice-presidente del Global Network of Sex Work Projects, Alejandra Gil, ascoltatissima da Amnesty come esperta e con ruoli di opinion leading anche presso organismi delle Nazioni Unite, è una sfruttatrice, condannata a 15 anni di carcere per tratta a seguito della denuncia di una vittima.

Come scrive “The Guardian” (qui nella traduzione di Resistenza Femminista) “Gil faceva parte di una rete di sfruttamento che coinvolgeva circa 200 donne. Conosciuta come la Madam di Sullivan era una delle più potenti sfruttatrici di Sullivan Street, area di Città del Messico famosa per la prostituzione. Gil e suo figlio facevano parte di una rete di trafficanti nello stato di Tiaxcala, luogo conosciuto in Messico come l’epicentro della tratta. Madai, una ragazza di 24 anni che è stata trafficata a Città del Messico, è una delle persone che ha fornito le prove contro Gil. Parlando con un giornalista in Messico ha dichiarato: “il lavoro di Gil era di controllarci dalla macchina. Suo figlio ci portava negli hotel e ci prendeva i soldi. Lei teneva i conti. Aveva una lista dove prendeva nota di tutto. Scriveva perfino quanto tempo impiegavamo”.

Oltre ai suoi impegni di sfruttatrice, Alejandra Gil era presidente di Aproase,una NGO che diceva di sostenere i diritti delle persone in prostituzione, ma che in pratica funzionava da copertura utlile per le sue operazioni di sfruttamento. E fino all’arresto Madam di Sullivan era vicepresidente di un’ organizzazione che si chiama Global Network of Sex Work Projects. Nel 2009 la Gil è stata anche eletta co-presidente del “Comitato Consultivo su HIV e Sex Work“ di UNAIDS. UNAIDS è l’associazione internazionale responsabile del contrasto su scala globale alla diffusione del virus HIV. Alejandra Gil è anche personalmente riconosciuta, in un report sul mercato del sesso dell’Organizzazione Mondiale della Sanità -WHO, 2012- come una degli “esperti” che hanno dedicato il loro “tempo e competenza” per sviluppare le loro raccomandazioni. Amnesty International fa riferimento, nella sua proposta sul sex work, al NSWP e al comitato consultivo che ha diretto. La politica di Amnesty fa riferimento a “organizzazioni per i diritti umani” che appoggiano la loro proposta: “e in modo particolare“, scrivono, a “un vasto numero di organizzazioni e reti per i diritti dei/delle sex workers, incluso il Global Network of Sex Work Projects, che sostengono la depenalizzazione del sex work”.

Come è potuto accadere tutto questo? Come ha potuto una sfruttatrice finire a essere seconda al comando di un’associazione globale che ufficialmente ha il ruolo di consulente per le agenzie delle Nazioni Unite sulle politiche da adottare in tema di prostituzione, e che è citata da Amnesty International nel suo documento sul sex work? 

NSWP ha organizzato una campagna per la depenalizzazione delle “parti terze” nella prostituzione. Di questi fanno parte, secondo le loro dichiarazioni, “i managers, i proprietari di bordello e qualsiasi persona considerata un/a favoreggiatore/trice del sex work”. L’organizzazione insiste nel dire che “i sex workers possono essere lavoratori/lavoratrici o imprenditori o partecipare in una gamma di altri lavori collegati al sex work”. Secondo la politica del NSWP la sfruttatrice Alejandra Gil era una “sex worker” il cui ruolo nel mercato del sesso era la “manager”. L’organizzazione fa pressione politica perché lo sfruttamento e la gestione dei bordelli sia considerata un lavoro legittimo. Per ricoprire il suo ruolo come Vice Presidente del NWSP, Gil non aveva nessun bisogno di nascondere i suoi interessi come pappona, aveva un mandato per perseguirli. Questi interessi sono stati perseguiti con grande successo grazie a una delle organizzazioni per i diritti umani più famose al mondo.

Quello che è successo nel 2007 è fondamentale per capire in che modo il gruppo è riuscito ad imporsi.  Una versione rivista della nota guida di UNAIDS fu pubblicata, questa volta contenente l’appendice preparata dal comitato informativo del gruppo. Questa raccomandava che “gli Stati abbandonassero le politiche di criminalizzazione del sex work e delle attività associate ad esso. La depenalizzazione del sex work dovrebbe comprendere la rimozione di quelle leggi penali contro la vendita e l’acquisto di sesso, della gestione dei sex workers e dei bordelli e delle altre attività legate al sex work”. Quel report è diventato adesso un riferimento fondamentale per i gruppi che fanno pressione sui governi per rendere legale lo sfruttamento e la gestione dei bordelli. È il modello legale sostenuto dal NSWP – la totale depenalizzazione del mercato del sesso- che la Direzione di Amnesty International ha votato ad agosto. Amnesty sostiene che la sua linea politica è stata il risultato di due anni di ricerche e che si tratta della soluzione  migliore per la protezione dei diritti umani di quelle persone che alcuni uomini comprano per il sesso. Amnesty International sostiene la depenalizzazione di una forma di violenza contro le donne, consentendo agli Stati di diventare papponi, rendendo i bordelli leciti e tassando le donne che sono sfruttate là dentro.

Esohe Agathise, Consulente sulla tratta a scopo sessuale di Equality Now, ha detto “È sconvolgente come una persona condannata per tratta a scopo sessuale possa influenzare una politica che, in se stessa, è incompatibile con i diritti umani e la legge internazionale. Abbiamo bisogno di fermare la domanda che alimenta la tratta piuttosto che depenalizzare quelli che lucrano sullo sfruttamento degli altri. Le agenzie delle Nazioni Unite devono immediatamente chiarire la loro posizione sul mercato del sesso, in particolare alla luce di queste nuove prove schiaccianti”.

Senza dubbio, le persone che sono pagate per il sesso dovrebbero essere completamente depenalizzate. Ma non quelli che le sfruttano sessualmente: i papponi, i proprietari di bordello e i compratori. Questi sono criminali e non imprenditori o consumatori. Mia de Faoite, sopravvissuta alla prostituzione, ha detto: “Ho lasciato la prostituzione completamente distrutta come essere umano e non riesco minimamente a immaginare come un tale livello di violenza possa essere sancito e considerato “lavoro””.
La condannata per tratta a scopo sessuale Alejandra Gil e il suo gruppo sono stati così strettamente coinvolti nella costruzione della politica delle agenzie delle Nazioni Unite sulla prostituzione, da autorizzare a parlare di uno scandalo nel campo dei diritti umani. Chiaramente UNAIDS deve urgentemente condurre un’inchiesta trasparente e approfondita su tutte le politiche che sono state condotte dal NSWP e fare indagini su come tutto questo sia potuto accadere. Per quanto riguarda Amnesty International, sarebbe orribile vedere l’organizzazione perseverare nel suo appello per la depenalizzazione totale del mercato del sesso. Non c’è bisogno di una condanna per tratta di chi rappresenta il principale gruppo sostenitore della sua linea politica per capire chi è che in realtà trae i maggiori vantaggi, quando lo Stato legalizza la gestione dei bordelli e lo sfruttamento”.

Ma sulla proposta di Amnesty c’è di più. Non solo una sfruttatrice ha avuto molta influenza sulla sua risoluzione, ma uno sfruttatore ha redatto la bozza originale del documento. Ne dà notizia Resistenza Femminista. Si tratta di Douglas Fox, fondatore e partner commerciale della Christony Companions, una delle più grandi agenzie di escort della Gran Bretagna, un pappone che ha scritto il documento per sostenere la depenalizzazione di persone come lui, proprietari di bordelli, sfruttatori. Lui stesso ha rivendicato di aver scritto questo documento in un’intervista rilasciata a “The Guardian”. Douglas Fox si considera un “sex worker” nonostante non si sia mai prostituito. Nell’intervista afferma: “I think anyone who makes money from selling sex is a sex worker” (“Io credo che chiunque faccia soldi con la vendita di sesso sia un sex worker”). Fox afferma che “quelli che voi (femministe) chiamate papponi noi li chiamiamo managers” (“what you call pimps we call managers”).

Ecco  la trascrizione di un confronto presso la Commissione Giustizia dell’Irlanda del Nord del 30 gennaio 2014 nel quale una rappresentante di Amnesty ammette che Fox faceva parte del gruppo di New Castle che nel 2008 ha proposto la prima versione del documento sul sex work, e che quindi Fox fosse al centro dell’iniziativa.

Che Amnesty ripensi seriamente alla sua proposta.

Noi ne siamo convinte da tempo: dove si parla di legalizzare la prostituzione e lo sfruttamento sessuale c’è sempre odore di business, e le lobby si muovono potentemente.

 

 

bambini, Corpo-anima, Donne e Uomini, Femminismo, lavoro, questione maschile settembre 28, 2015

Sempre più mamme “saltano” il congedo di maternità. Una pessima notizia: per le madri, per i bambini e per il mondo

Leggo su La 27ora l’ottimo report su maternità e lavoro: in stretta sintesi, il vecchio congedo di maternità si va estinguendo. Sempre più neo-mamme rinunciano alla “pausa-bambino” e rientrano al lavoro prima possibile. Il web è pieno di testimonial offerte come modello da seguire –ad, politiche, business women- che staccano giusto il tempo del parto per tornare alla scrivania dopo pochi giorni.

Non riesco a leggerla come una buona notizia. Per tante si tratta di fare di necessità virtù: meno ti assenti, meno rischi il posto (o per le più fortunate, la carriera). Più interessanti invece le forme di flessibilità in sostituzione del congedo: riduzione d’orario, part time.

Resto convinta che un bambino appena nato ha bisogno di stare con la mamma, e la mamma con il bambino. Si tratta di un unico organismo vivente che gradualmente diventa un due. Il momento del parto non interrompe la simbiosi –natura non facit saltus-, ne cambia semplicemente la forma. Spiega la psicologia che il processo di individuazione del nuovo nato –cioè il tempo che serve alla creatura per percepirsi come uno/a distinto dalla madre- dura ben 3 anni: i cuccioli della nostra specie sono i più lenti nell’acquisizione di autonomia. Per una lunga fase il bambino/a sente di essere la madre, com’è stato per i 9 mesi di gestazione (e in parte anche la madre “si sente” il bambino/a).

I tempi della riproduzione non cambiano in base alle esigenze della produzione: se potessero ci imporrebbero gestazioni di due mesi, o meglio ancora gravidanze extracorporee -non manca tanto-, asettiche e inodori.

Come la gran parte delle mamme sono tornata al lavoro dopo 3 mesi. Mi è mancato molto, con il senno di poi, non poter assecondare la gradualità del processo che dicevo: l’allattamento, un unico ritmo di sonno-veglia e così via. Ho perso qualcosa di importante per la mia identità, e ho fatto perdere ben di più a mio figlio.

Permettetemi di essere brutale: quando comprate un cucciolo di cane potete portarlo a casa solo dopo due mesi, quando sarà pronto ad affrontare il distacco dalla madre. Gli allevamenti più seri allungano il periodo a tre mesi. Perché non dovrebbe valere per gli esseri umani quello che vale per i cuccioli di altre specie?

Non intendo colpevolizzare le neomamme –non più di quanto colpevolizzi me stessa-, ma penso che quel tempo speciale, diverso da tutti gli altri tempi della vita, non mi sarà più restituito, e percepisco la cosa come una perdita. Soprattutto sento di aver tolto qualcosa di importante al mio bambino. A maggior ragione non posso salutare con felicità il fatto che le giovani mamme rinuncino perfino a quelle poche settimane di tempo “differente” (nel senso di occasione irripetibile per sperimentare la propria differenza femminile).

Per andare meglio, il mondo avrebbe bisogno di somigliare di più al mondo delle donne e alla coppia madre-figlio, assumendo come fondamentale e non più aggirabile il valore della cura che nella maternità trova il suo imprinting. E invece ci vogliono sempre più uguali agli uomini. L’eccesso di maschile si perpetua.

La maternità è sempre più un fastidio, un ingombro da far fuori con una guerra simbolica e reale.

Si tratta di una sconfitta radicale.

 

Corpo-anima, Donne e Uomini settembre 2, 2015

Giubileo: essere assolte dal peccato di aborto per molte è una liberazione

Sulla possibilità di essere assolte dal peccato di aborto in occasione del Giubileo, Lea Melandri ha ragione di notare: “Completamente rimosso il fatto che sono gli uomini a mettere incinta le donne, a procurare gravidanze indesiderate, gravidanze frutto di violenza. Ma si sa: il potere maschile sulle donne non porta colpe, legittimato dalla legge del più forte e da privilegi e diritti millenari“.

In poche parole, gli uomini godrebbero di assoluzione permanente, una sorta di tacita licenza a lavarsene le mani. Papa Francesco farebbe bene a tenere conto dell’osservazione di Lea.

Non condivido affatto, invece, molta parte dei commenti che girano sul web, il cui succo è “le donne non hanno bisogno del perdono di nessuno” e/o “chi è la Chiesa per giudicare?”.

Per molte, moltissime donne del mondo (il Giubileo è un evento universale, non locale) la possibilità di essere sciolte da questo peccato è un fatto di grande portata simbolica, la definitiva liberazione da un peso doloroso. In cuor proprio, la gran parte di queste donne cattoliche si è già autoassolta: solo loro sanno in quali circostanze hanno dovuto prendere questa decisione, in molti casi per costrizione, e quanto hanno sofferto e pagato, spesso rischiando la pelle. Ma il perdono definitivo da parte della Chiesa le libera del tutto, e permette loro di voltare finalmente pagina.

Difficile da capire per le donne che non credono e che vedono nella Chiesa unicamente un retaggio patriarcale. Forse per loro è più facile capire questo: è la prima volta che un Papa si rivolge direttamente e con misericordia alle donne che hanno abortito. Ribadendo, sì, che l’aborto è un grave peccato, ma manifestando ad un tempo comprensione e compassione. Inoltre, non tutta la Chiesa sarà con Francesco in questa decisione: ed è un’altra ragione per tenere nel giusto conto il suo messaggio.